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Il nuovo corso americano e la questione religiosa

di Paolo Naso
in “Liberazione” del 22 gennaio 2009

Il tempo della retorica – della grande retorica del cambiamento e della speranza – è finito e per
Barack Obama è iniziato quello del governo e quindi anche di decisioni complesse e difficili.
Eppure negli occhi e nel cuore dei milioni di americani – e non solo – che nei giorni scorsi hanno
seguito le cerimonie di avvio del mandato presidenziale, il 20 gennaio segna davvero un nuovo
inizio, una frattura netta con gli otto anni dell’amministrazione Bush, del suo cinico
“conservatorismo compassionevole” e del protagonismo teocon. In termini ancora più marcati
rispetto alla presidenza Reagan, infatti, gli ultimi due mandati della casa bianca hanno visto il
protagonismo culturale e politico di una destra religiosa che ha preteso di monopolizzare le
dinamiche religiose interne alla società statunitense e di iscrivere forzatamente Dio nelle liste del
partito repubblicano.
In un certo senso Bush e il suo staff passeranno alla storia proprio per questo: essere riusciti a
distrarre l’elettorato dalle grandi urgenze politiche del 2000 e del 2004, ed aver “eticizzato” le
campagne elettorali riducendole a una grande opzione morale tra “bene” da una parte e “male”
dall’altra. In questa prospettiva i grandi temi politici dell’economia, della pace, della guerra e delle
scelte ambientali, così cari ad Al Gore e a John Kerry, passavano in secondo piano. Al contrario
emergevano con forza i temi dei valori dell’America, della sua tradizione e della sua identità
giudaico-cristiana, il no all’aborto, al riconoscimento dei diritti degli omosessuali, alla ricerca sulle
cellule staminali embrionali e, più in generale, il tentativo innaturale e anticostituzionale di
confessionalizzare la società e le istituzioni degli Stati Uniti.
Argomenti – forse i soli – in grado di mobilitare ampi settori di un elettorato cristiano – altrimenti
orientato all’astensione. La capacità di intercettare la grande domanda di religiosità radicale che si
esprime nella società Usa è quindi stato l’elemento decisivo a favore di otto anni di egemonia
repubblicana.
Oggi, invece, tra gli elementi che hanno portato all’elezione di Barack Obama vi è stata la capacità
di assumere il “fattore religioso” e di interpretarlo in chiave progressista ed inclusiva. Lo abbiamo
visto proprio nei giorni scorsi quando il presidente ha scelto per presiedere le diverse cerimonie
religiose personalità assai diverse tra loro: Rick Warren, un predicatore evangelical che prima di
altri ha rotto con la Destra religiosa e con la sua pretesa di monopolizzare il “voto di Dio”; ma
anche Gene Robinson, un vescovo episcopaliano (anglicano) apertamente gay e Sharon Watkins,
donna pastora e presidente di una delle denominazioni cristiane degli Usa che ha assunto posizioni
più radicali sui temi politici, etici e sociali. Ma anche sacerdoti cattolici, rabbini e imam; senza
ignorare i “non credenti” ai quali Obama si è esplicitamente rivolto nel suo discorso inaugurale.
Il nuovo presidente sarà quindi assai più “ecumenico” del suo predecessore; ben più di Bush sarà
garante di quell’eccezionale pluralismo culturale e religioso che costituisce uno dei tratti più
originali della società americana. Al tempo stesso si presenta come difensore di quel rigido sistema
di separazione tra lo Stato e le confessioni religiose che per secoli ha garantito il principio di laicità
da una parte e la massima libertà religiosa dall’altra. L’annunciata decisione di tornare a finanziare
la ricerca sulle staminali embrionali è una precisa indicazione di questa direzione di marcia della
nuova Amministrazione.
In questo quadro la religione degli americani potrà giocare un ruolo diverso, assai meno bigotto e
conservatore. Le chiese storiche, che in buona parte esprimono una teologia liberal e quindi molto
attenta ai temi della pace, della giustizia, dell’ambiente e dei diritti potranno essere più visibili e
centrali. Dopo gli anni della religione della paura, sembra venuto il tempo della religione della
speranza. Lo diceva già Martin Luther King: «Un giorno la paura bussò alla porta. La fede andò ad
aprire. E non trovò nessuno».

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