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La Toscana rifletta più su Eluana

di Enzo Mazzi
da la Repubblica-Firenze, 22 gennaio 2009

La Toscana ha perso l’occasione per dare alle celebrazioni galileiane quel tocco di attualità che avrebbe potuto contribuire a renderle credibili: mentre nel Cinque-Seicento dette coraggiosa ospitalità all’eretico Galileo, oggi è stata sorda di fronte al bisogno di ospitalità dell’eretica Eluana.

Che c’entra il grande scienziato con l’umile ragazza in coma da sedici anni? Non nego che l’accostamento può apparire forzato. Se però guardiamo un po’ a fondo non possiamo escludere significative analogie.

“Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. … Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi”.

L’affermazione viene nientemeno che da papa Wojtila: è parte dello storico discorso di riabilitazione fatto davanti ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze il 31 ottobre 1992. Galileo non fu solo un innovatore in campo scientifico, fu anche un rivoluzionario nel campo etico perché portò la scienza nella vita, rese senso comune quella visione del cosmo che fino allora era rinchiusa nei testi accademici, avvicinò il cielo alla terra, legò in una visione cosmica unitaria i vari elementi astrali che la cultura del sacro voleva divisi, obbligò la teologia a svincolarsi da una lettura sacrale e dogmatica della Bibbia. E pagò di persona fino al rischio della vita il coraggio delle sue convinzioni etiche.

Eluana ha compiuto una rivoluzione etica assai simile e la sta pagando di persona insieme a suo padre. Anche lei ha avvicinato il cielo alla terra, ha riunito in sé la vita alla sua finitezza, ha riconosciuto il carattere sacro della propria vita in quanto parte della sacralità di un tutto in divenire che comprende finitezza e morte, ha affermato concretamente per sé e per tutti noi il diritto costituzionalmente garantito a rifiutare l’obbligo di un determinato trattamento sanitario che lei non considera rispettoso della sua persona.

Mia figlia – ha testimoniato in sostanza Beppino Englaro – aveva un senso del morire come parte del vivere e non avrebbe accettato di essere una vittima sacrificale di una concezione sacrale della morte come realtà separata e opposta alla vita. Può darsi che sfugga la pregnanza di un simile messaggio. Ma è proprio lì in quell’angoscioso intreccio di vita/morte che si radica da sempre ed oggi in modo particolarmente intenso la spinta della trasformazione creatrice.

Mi sembra di poter affermare che quanto papa Wojtya dice di Galileo vale anche per Eluana: la lucida consapevolezza di lei testimoniata oggi dal padre, portata con forza dentro la società, testimoniata a prezzo dell’accusa di omicidio, legittimata dalla magistratura, obbliga la teologia dogmatica e l’etica tradizionale a interrogarsi. E soprattutto aiuta tutti noi, la società intera, nella nostra ricerca esistenziale, spirituale e religiosa.

La Toscana non ha avuto il coraggio che ebbe nel Cinquecento. E ora celebra l’eretico di ieri ma rifiuta aspetti profondi del suo messaggio di liberazione. Non ce lo meritavamo. Forse c’è ancora tempo per un ripensamento e per affrontare con più coraggio traguardi etici futuri.

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