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Obiezione senza coscienza

di Adriano Sofri
in “la Repubblica” del 23 gennaio 2009

Cominciamo dallo Stato, un ministro, per passare poi alla Chiesa, un cardinale. Il ministro stava
superior, più in alto, e longe inferior, di gran lunga più in basso, il direttore di clinica udinese. Il
direttore aveva fatto sapere di essere pronto ad accogliere Eluana per dare esecuzione a una
sentenza definitiva dello Stato di cui il ministro è provvisorio governante, passata attraverso tutti i
gradi di giudizio e tutte le Corti immaginabili, Costituzionale compresa. Il ministro gli ha
indirizzato una circolare: “Mi intorbidi le acque”, gli ha detto. Ma tu stai lì in alto, a Roma, e io qui
in basso, in Friuli, ha belato il direttore, persona degnissima, ma, siccome al copione non si sfugge,
né un lupo, né un cuor di leone, bensì un mite agnello, oltretutto spaventato per la responsabilità di
tanti suoi pazienti e dipendenti. Devo cedere all’intimidazione – ha detto. Allora il ministro, con una
veemente logica ministeriale, ha ringhiato: “Io non sono un tipo che si lasci intimidire”. Se l’agnello,
cioè il direttore, avesse avuto la forza d’animo di prendere su sé i peccati del mondo ministeriale,
avrebbe avuto dalla propria la legge e la coscienza, avrebbe tirato dritto per la sua strada,
pregiudicando la propria carriera e mettendo a repentaglio le persone a lui affidate, in nome di
quello che sentiva giusto. Nessuno può rimproverarlo per non averlo fatto, ma molti avrebbero
approvato di tutto cuore se l’avesse fatto. La coscienza, e il suo corollario, l’obiezione di coscienza,
hanno infatti un costo molto alto. O, se volete vederla dalla parte in alto, ministri e sottosegretarie
hanno una gran fame. Tuttavia il direttore ci ha provato, e il presidente della sua nobile regione,
indipendentemente dalla sua affiliazione politica (centrodestra) ha voluto testimoniare a Beppino
Englaro la fedeltà a un’antica amicizia e la solidarietà con la sua battaglia.
Fin qui lo Stato. Ora la Chiesa. La Presidente della regione Piemonte, Mercedes Bresso
(centrosinistra, ma non importa), ha dichiarato di voler offrire alla legalità, oltre che all’umanità
offesa di una famiglia, la realizzazione di quella sentenza definitiva e illesa dai più furbeschi
espedienti. In una struttura pubblica, perché ministri e sottosegretarie non possono tagliare l’acqua a
un ospedale pubblico (non potrebbero nemmeno con una clinica convenzionata, ma sai com’è),
tanto più quando si tratta di applicare la legge. Il cardinale arcivescovo di Torino è una forte
autorità, ma non sta più in alto. A seguire quella storia della moneta, a Cesare quel che è di Cesare
eccetera, Arcivescovo e Presidente della Regione (anzi: più esattamente, sindaco, che nel nostro
caso la pensa come la Presidente) si abbeverano alla stessa altezza del Po: uno su una riva, per così
dire, l’altra sulla riva opposta. L’acqua scorre torbida, ma non se la possono rinfacciare. Un
momento: non è affatto detto. Perché qualcuno che stia più in alto, ha osservato l’arcivescovo, c’è:
se non io, Dio. Il precetto evangelico non dice: “… e al cardinale quel che è del cardinale”. Dice: A
Dio. E Dio stat superior, sta più in alto, per definizione; e presidenti di regione e sindaci longe
inferiores, molto, molto più in basso. E “la legge di Dio è superiore a quella degli uomini” (e delle
donne, s’intende). Ora, questo è vero, ma a un paio almeno di condizioni. Che si creda in Dio,
altrimenti la frase è senza senso. Lo Stato infatti si deve guardare dal credere in Dio almeno quanto
dal non crederci. L’altra condizione è che Dio sia senz’altro dell’opinione dell’arcivescovo: illazione
di cui è lecito anche ai credenti più fervidi dubitare in parecchi casi, e in questo più robustamente. I
credenti hanno bensì nel loro Dio – salvo equivocarne le intenzioni – una guida superiore e anzi
suprema alle loro scelte. Ma esattamente allo stesso modo i non credenti hanno nella propria
coscienza una guida limpida, salvo scegliere di seguirla o no. Quando l’arcivescovo, in nome della
propria interpretazione della volontà di Dio, invita apertamente il suo gregge, diciamo così, a farsi
fuorilegge, compie un passo molto azzardato. Perché tramuta un’opinione affatto controversa – e
nell’ambito della stessa Chiesa – in un dogma di fede, e perché tramuta la coscienza personale in una
coscienza collettiva e gregaria. Questo sarebbe accettabile e anzi ammirevole, se avvenisse in una
circostanza in cui l’obiezione di coscienza costasse cara ai suoi autori. L’obiezione di coscienza è la
più nobile delle espressioni personali, al costo della vita quieta, della libertà e fino della vita. Tutto
il mai spento, e mai spegnibile, tormentarsi sul cosiddetto silenzio della Chiesa di fronte allo
sterminio, ha a che fare con questo. E possono, i difensori della Chiesa, rivendicare che non fu vero
silenzio, e soprattutto che prevalse il senso di responsabilità verso il proprio gregge. Motivo che
somiglierebbe a quello addotto francamente dal direttore della clinica convenzionata, benché con
conseguenze del tutto incomparabili. Ora, l’obiezione di coscienza cui chiama l’arcivescovo torinese
assomiglia alle troppe altre invalse nel nostro secolo nuovo di intrepidi, per esempio nei reparti in
cui rifiutare l’aborto terapeutico o anche la somministrazione di una pillola giova alla carriera,
quando non ne diventi una condizione necessaria. Non c’è galera, né martirio, né morte per i fedeli
che si uniformino alla chiamata dell’arcivescovo. Semplicemente, una felice combinazione fra
aspettativa ministeriale e aspettativa cardinalizia. Il rebus cavouriano risolto in un colpo. Una
circolare ministeriale sul taglio dei finanziamenti – “Io non mi faccio intimidire!” – e una circolare
arcivescovile sulla dannazione delle anime – “La legge di Dio è superiore a quella degli uomini” (e
delle donne).
Ho un vero rispetto per le convinzioni altrui, anche le più diverse dalle mie, che intuisco sincere e
sofferte. L’amore per la vita di Eluana può essere bellissimo, a qualunque augurio dia origine, quello
di una suorina o del signor Beppino. Ma l’appetito proprietario per il corpo di Eluana mi allarma
come un proclama di annessione del corpo di ciascun altro, e del mio. Siamo arrivati, a passo di
sottosegretarie, a negare il diritto di ciascuno a curarsi o a non curarsi. Siamo sul punto di stabilire
che non sia diritto di ciascuno nutrirsi o non nutrirsi. Stiamo rifacendo a ritroso la strada della
depenalizzazione – e della demoralizzazione – del suicidio. Fra poco, se non è già avvenuto, il mio
amico Ignazio Marino rimpiangerà di essersi prodigato per una disposizione sulla fine della vita che
obbligherà per legge all’alimentazione artificiale. Ho letto anche qui che la convinzione della
cosiddetta “indisponibilità della vita, anche della propria” è un’acquisizione condivisa di credenti e
no. Io mi strofino gli occhi e mi pizzico le guance. La vita altrui non può essere manomessa, e guai
a noi se lo dimentichiamo, in guerra e in pace. Ma la propria! Il fatto è che si continua a chiedersi:
“Di chi è la mia vita?”, e non ci si accorge più del gioco di parole della domanda. La stessa
dichiarazione che la mia vita sia mia suppone che ci sia io da una parte, e la mia vita dall’altra. Che
io non sia la mia vita, ma qualcosa d’altro – l’anima che mi sopravviverà? lo scimpanzé che fui e la
tartaruga che diventerò? La domanda ha bisogno solo di rinunciare per un momento a quella
minuscola preposizione, “di”. “Chi è la mia vita?”. Il ministro, l’arcivescovo, il medico, il
consigliere di Cassazione, il segretario del Partito o il colonnello del Distretto? O io?

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