Home Chiese e Religioni Picconata al Concilio In «comunione» il vescovo antisemita

Picconata al Concilio In «comunione» il vescovo antisemita

di Fulvio Fania
in “Liberazione” del 25 gennaio 2009

Che cosa importa se il vescovo lefebvriano Richard Williamson non crede alle camere a gas
dell’Olocausto e nega i sei milioni di ebrei passati per il camino? Che cosa importa se non crede
all’antisemitismo ed è andato a dirlo senza pudore alla televisione svedese? L’autorità di un vescovo
– così lo ha difeso il superiore della Fraternità San Pio X – non riguarda questo genere di “opinioni”
ma esclusivamente le questioni di fede. Il distinguo fa rabbrividire ma fino a ieri la faccenda poteva
essere relegata tra le manifestazioni ultrareazionarie del gruppo integralista. I suoi quattro vescovi
figuravano infatti tra gli scomunicati da Roma. Adesso tutto cambia. Il caso investe direttamente il
Papa e suscita in tutto il mondo le immediate proteste di parte ebraica.
Come previsto, la Congregazione per i vescovi ha revocato la scomunica contro Bernard Fellay,
successore di Lefebvre alla guida della comunità di Econe, Bernard Tissier de Mallerais, Alfonso
del Gallareta e lo stesso Richard Williamson. Nulla ha fermato questa decisione, che avevamo
anticipato, nemmeno l’imbarazzo e le preoccupazioni diplomatiche che pure turbano gli ambienti
curiali. Tocca al portavoce vaticano Federico Lombardi l’ardua impresa di spiegare ai giornalisti che
la Santa Sede non condivide le affermazioni del vescovo Williamson e che la revoca della
scomunica non ha nulla a che fare con le sue “idee” a proposito della Shoah. Subito dopo, tuttavia,
Radio Vaticana è costretta a tamponare la falla rievocando tutti i gesti di distensione compiuti da
Benedetto XVI verso gli ebrei e la sua visita ad Auschwitz.
Il Papa vuole a tutti i costi la pace con i tradizionalisti e loro apprezzano diversi atti fondamentali
del suo pontificato: la liberalizzazione della messa tridentina, il ritorno a liturgie del passato e
soprattutto l’interpretazione addomesticata del Concilio come «continuità» della Tradizione e del
Magistero, senza rotture e tanto meno senza quello “spirito” conciliare che secondo i riformatori
dovrebbe invece risolvere in senso moderno anche le soluzioni di compromesso raggiunte
quarant’anni fa.
Ora anche Williamson porterà il suo ingombrante pensiero fin dentro il Colonnato con tutti i crismi
di un successore degli apostoli. I quattro prelati erano stati ordinati da Lefebvre nel 1988 senza il
consenso del Papa e per questa ragione era scattata nei loro confronti la scomunica “latae
sententiae” che ora viene ritirata accogliendo una precisa richiesta di Fellay a Benedetto XVI. «Il
Santo Padre – precisa la nota vaticana – ha sempre cercato di ricomporre la frattura con la
Fraternità» e «benignamente ha manifestato la volontà di procedere per gradi e in tempi
ragionevoli». I lefebvriani vengono riabilitati e riammessi, ben oltre i cavilli canonici sulla natura
della scomunica. Lombardi ammette che si può «già parlare di piena comunione». Resta solo da
decidere di quale statuto speciale potrà godere la Fraternità San Pio X, magari di un’altra prelatura
personale come quella dell’Opus Dei o di qualche altro escamotage ecclesiale. La sostanza è
chiarissima: rientrano nelle file di Roma i più duri oppositori del Concilio II, gli stessi che finora
hanno preteso l’azzeramento delle riforme conciliari e che oggi confermano in una lettera ai propri
seguaci la «convinzione di restare fedeli alla linea di Lefebvre», la speranza che il loro fondatore
venga «prontamente riabilitato» e la volontà di «portare rimedio alla crisi senza precedenti che
investe il mondo cattolico» per colpa delle innovazioni. Il giorno scelto per il gran perdono di
Ratzinger ai nostalgici di Econe è illuminante e, se per caso fosse sfuggito, a ricordarcelo sono
ancora una volta Radio Vaticana e l’Osservatore romano . Esattamente il 25 gennaio 1959, Giovanni
XXIII diede l’annuncio straordinario di un Concilio che avrebbe cambiato profondamente la Chiesa
e aperto il dialogo con le altre confessioni cristiane, con l’ebraismo e con le altre religioni.
Cinquant’anni dopo la storia si rovescia e le coincidenze simboliche non sono finite perché ieri il
brindisi dei lefebvriani ha concluso nientemeno che la tradizionale settimana per l’unità dei cristiani.
Non c’è traccia di pentimento da parte lefebvriana. Il decreto della Congregazione vaticana
sottolinea la loro riaffermata fedeltà al primato del Papa mentre tace sulle loro rivendicazioni
dottrinali. La Santa Sede si impegna ad «approfondire le questioni ancora aperte». Per i 500 preti
lefebvriani non c’è più scisma. Ha vinto la linea conservatrice che ha sempre ispirato la
commissione Ecclesia Dei, preposta appunto a far la pace con gli anticonciliari. Diversi gruppi
erano già stati riammessi in sede locale. Gli ottimisti sostengono che Ratzinger voglia ricomporre
l’unità nel “pluralismo” interno alla Chiesa e ricordano che all’inizio del suo pontificato accolse a
Castelgandolfo il superiore dei lefebvriani Fellay così come il teologo conciliare Hans Kung. Ma
alla fine solo Fellay ha potuto mettere a frutto l’incontro.

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