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Magari fosse restaurazione

di Filippo Di Giacomo
in “La Stampa” del 29 gennaio 2009

Il mondo e il tempo sono soprattutto macchine per fabbricare simboli. L’anno del Signore 2009,
come tutti gli anni non bisestili, conta 365 giorni, ma è sul 25 gennaio che la sorte ha voluto
convergessero tre circostanze fortemente significative: il cinquantesimo anniversario dell’annuncio
del Concilio Vaticano II, la conclusione dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani e l’inizio
delle annuali celebrazioni commemorative della Shoah.
Concilio, dialogo ecumenico e rapporti con l’ebraismo sono per i tradizionalisti lefebvriani – a
differenza dei tradizionalisti cattolici tout court – i mezzi principali della congiura giudaicomassonica
che starebbe distruggendo la Chiesa di Roma. Su 365 giorni il meno adatto a fare la pace
con gli scismatici dell’anticoncilio era proprio quello scelto. Se «l’atto di paterna misericordia» di
Benedetto XVI fosse giunto il prossimo Venerdì santo, giorno in cui Cristo perdona i suoi
crocifissori di ogni tempo, avrebbe raggiunto il suo significante più profondo. Il gesto papale,
mediante il linguaggio dei simboli, avrebbe potuto insegnare ai fedeli quanto e perché la pace
ecclesiale valga bene il perdono delle maleducate offese scagliate per cinquant’anni da Ecône
contro Roma e il resto del mondo. A mente fredda, già che la mistica cristiana invita a vedere bene e
provvidenza in tutto, è persino probabile che i cattolici presto sapranno di aver segnato un punto.
Perché, se i seguaci di Marcel Lefebvre avevano ancora bisogno di dare una prova della vergogna e
del disdoro che gettano sul cattolicesimo, Richard Williamson l’ha servita erga omnes su un vassoio
d’argento.
Coloro che amano coltivare la propria vita spirituale in comunione con il Vicario di Cristo certo non
gioiscono nel vederlo continuamente chiedere scusa a mezzo mondo. Richard Williamson ripete,
indisturbato, da almeno vent’anni le sue cupe tesi sociali ed ecclesiologiche. Che le opere destrorse
e negazioniste di Alain de Benoist e di David Irwing avessero ottima reputazione nel seminario di
Ecône, appare chiaro dalla pubblicistica prodotta dalla Fraternità San Pio X. Il dubbio che non
bastasse imporre, quasi in un rito magico, le mani sul prodotto di questo confuso e sclerotizzante
amalgama chiesastico perché producesse quattro vescovi cattolici attraversa la canonistica degli
ultimi decenni. Tarcisio Bertone, il segretario di Stato vaticano, ha insegnato a lungo il diritto
pubblico ecclesiastico e i suoi studenti ricordano ancora perché l’ecclesiologia giuridica, da Leone
XIII in poi, permette di leggere il comunicato del 21 gennaio – la «remissione» della scomunica ai
quattro lefebvriani – con occhi sconfortati.
Fonti di stampa di ieri raccontano l’esplosione d’ira del firmatario del provvedimento contro un
collega cardinale e il vescovo redattore del decreto. È l’aspetto più pittoresco e meno interessante
della vicenda, eppure illustra in modo egregio la perdita di quell’eccellenza che, fino agli anni di
Paolo VI, caratterizzava la curia romana. Viene quasi da sperare sia fondato quel progetto di
restaurazione che, per bocca di Hans Küng, cattolici autorevoli credono di dover temere da
Benedetto XVI. Il magistero di un Papa, sia che il mondo lo qualifichi di «destra» sia che lo veda «a
sinistra», per un cattolico è sempre un invito ad approfondire la vita di comunione con Cristo e con
la Chiesa. In fondo, Giovanni XXIII, un conservatore che ha saputo farsi ribelle, è vissuto in
un’epoca dove altri grandi conservatori (come Adenauer, De Gasperi, De Gaulle) hanno ridisegnato
i destini di molte nazioni e di tutto un continente.
Con quale restaurazione avremmo a che fare? Liturgicamente, quello che da mesi vediamo far fare a
Benedetto XVI sono solo cerimonie polverose, utili al dispettoso carrierismo di pochi. I suoi
rapporti con i fedeli vengono regolarmente falsificati dai numeri che una curia improvvida consegna
al mondo senza alcuna precisazione. Le nomine e le decisioni ecclesiali non hanno nulla da
invidiare alle categorie da casta che la società civile, a dispetto di quella dei chierici, ha ormai il
coraggio di denunciare al proprio interno. La restaurazione, qualora avvenisse, sarebbe una
speranza per molti perché almeno permetterebbe ai cattolici di schierarsi su posizioni teologiche
chiare e definite. Mentre la melassa dottrinale indistinta dove quattro lefebvriani hanno il diritto di
camuffarsi nel collegio apostolico, senza nulla apportarvi, alimenta solo quel manipolo di
pasticcioni, cultori di liturgie tridentine, e di una disciplina muscolosa per tutti ma non per loro, che
né la Chiesa né il Papa meritano.

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