Home Politica e Società Integralismo: un arretramento di quarant’anni

Integralismo: un arretramento di quarant’anni

di Jérôme Anciberro
da “Témoignage Chrétien” n° 3333 (traduzione: www.finesettimana.org)

Non c’è dubbio: l’istituzione cattolica sa festeggiare anniversari e maneggiare simboli.
Cinquant’anni dopo l’annuncio da parte di papa Giovanni XXIII dell’apertura del Concilio Vaticano
II, la revoca della scomunica dei quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X consacrati
da monsignor Lefebvre nel 1988 è, da questo punto di vista, un vero successo. Gian Maria Vian, il
direttore dell’Osservatore Romano assicura nell’edizione del 25 gennaio del quotidiano del Vaticano
che è stato lo stesso Benedetto XVI a scegliere questa data per rendere pubblica la sua decisione (1).
Il giornalista precisa addirittura molto seriamente – in questa redazione non si usa certo scherzare –
che questo “gesto di pace” verso gli integralisti “sarebbe piaciuto a Giovanni XXIII e ai suoi
successori”. Ci voleva un bel coraggio, l’Osservatore Romano l’ha avuto.
Cretineria
I responsabili cattolici interrogati assicurano che condannano fermamente le dichiarazioni di uno di
questi quattro vescovi, monsignor Richard Williamson, che ha espresso in un’intervista trasmessa
alla televisione svedese dei dubbi sull’esistenza delle camere a gas e sull’ampiezza del genocidio
ebraico. Monsignor Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale
francese, ha confidato a questo riguardo che gli era rimasto come “una lisca di traverso in gola”.
Una lisca che non impedisce agli stessi responsabili, tra cui padre Federico Lombardi, portavoce del
Vaticano, di spiegare che la revoca della scomunica è un fatto strettamente ecclesiale che non ha
niente a che vedere con la cretineria storica di monsignor Williamson. Va tutto bene nel migliore dei
mondi canonici possibili. Notiamo tuttavia che se monsignor Williamson si fosse messo dopo la sua
scomunica a vantare – semplice ipotesi pedagogica – la pratica della masturbazione (espressamente
condannata dal Catechismo della Chiesa cattolica, articolo 2352), forse gli sarebbe stato più difficile
essere reintegrato formalmente in seno alla Chiesa cattolica…
Gli esperti canonisti analizzano le sottigliezze tecniche del decreto del 24 gennaio che fa riferimento
a quello del 1° luglio 1988, che scomunicava i quattro vescovi ordinati da monsignor Lefebvre
senza l’avallo del papa, e scomunicava lo stesso monsignor Lefebvre e monsignor de Castro Mayer,
vescovo brasiliano che aveva partecipato formalmente all’ordinazione. La revoca del decreto del
1988 non equivarrebbe formalmente ad un ritiro. Il decreto quindi è “privato di effetti giuridici”, ma
non è annullato. In altri termini, la decisione del 1988 era ben giustificata, ma i tempi sarebbero
cambiati e anche gli interessi. Il decreto del 24 gennaio cita, da una parte, “il disagio spirituale
manifestato dagli interessati a causa della sanzione di scomunica” e, dall’altra, “l’impegno da loro
espresso […] di non evitare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le Autorità
della Santa Sede le questioni ancora aperte”. Né monsignor Lefebvre, né monsignor de Castro
Mayer, entrambi deceduti nel 1991, sono riabilitati. I morti non cambiano. Di conseguenza, Roma
può vantarsi di una certa costanza, mentre gli integralisti della Fraternità di San Pio X hanno
interesse a fare come se il decreto del 1988 fosse semplicemente annullato, il che, formalmente, non
è proprio esatto. Da un punto di vista strettamente strategico, la revoca della scomunica di
monsignor Williamson – nonostante le sue affermazioni negazioniste – contemporaneamente ai suoi
tre colleghi in episcopato, è anch’essa una mossa abile, anche se non moralmente soddisfacente:
procedendo in questo modo, Roma evita che gli integralisti più duri si raggruppino attorno a questo
prelato inglese e perpetuino lo “scandalo della divisione”. Non si può tuttavia ancora parlare di una
totale riabilitazione degli integralisti, dato che il loro statuto rispetto all’istituzione resta ancora da
definire. Il procedimento può durare e dipende largamente dall’atteggiamento della Fraternità. Per il
momento, la sola strada di cui si è parlato sarebbe quella di una prelatura personale, cioè di una
dipendenza diretta dal papa, statuto di cui l’Opus Dei è oggi la sola organizzazione cattolica a
beneficiare.
Riserve sul Vaticano II
A che cosa si è impegnata la Fraternità San Pio X per meritare la clemenza papale? Il decreto del 24
gennaio cita una lettera di monsignor Fellay, superiore della Fraternità, datata 15 dicembre 2008 e
indirizzata a monsignor Castrillon Hoyos, presidente della Pontificia commissione Ecclesia Dei,
incaricata di trattare la questione tradizionalista. Monsignor Fellay vi avrebbe scritto – è il solo
passaggio citato dal decreto della Congregazione dei vescovi – : “Siamo sempre ben radicati nella
volontà di restare cattolici e di mettere tutte le nostre forze a servizio della Chiesa di nostro Signor
Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Accettiamo filialmente il suo insegnamento.
Crediamo fermamente al primato di Pietro e alle sue prerogative e per questo la situazione attuale ci
fa tanto più soffrire.” La Fraternità si sottomette quindi chiaramente al papa. Ma se si crede a
monsignor Fellay stesso, che scrive questa volta ai fedeli della Fraternità il 24 gennaio, la lettera del
15 dicembre (2) conteneva un altro passaggio: “Siamo pronti a scrivere con il nostro sangue il
Credo, a firmare il testamento antimodernista, la professione di fede di Pio IV (3), accettiamo e
facciamo nostri tutti i concili fino al Vaticano II, riguardo al quale esprimiamo delle riserve.” Dove
si vede che la questione centrale che oppone la Fraternità a Roma, l’accettazione dell’ultimo
concilio, non è evidentemente ancora risolta. In questo contesto, ci si può chiedere che cosa
succederà dei “colloqui” annunciati nel decreto del 24 gennaio. Certi integralisti, che hanno affinato
le loro argomentazioni da anni, si rallegrano delle disputationes future attorno ai testi adottati dai
Padri conciliari, in particolare quelli riguardanti la liturgia (costituzione Sacrosanctum Concilium),
la libertà religiosa (dichiarazione Dignitatis Humanae), le relazioni con le religioni non cristiane
(dichiarazione Nostra Aetate) o ancora i rapporti della Chiesa con il mondo (costituzione Gaudium
et Spes). Tutti documenti di riferimento che molti cattolici – la maggioranza? – credevano
definitivamente inseriti nel patrimonio spirituale ed intellettuale della loro Chiesa.
Tutta la questione è quindi oggi sapere se i rapporti di forza porteranno gli integralisti in via di
reintegrazione ad adattarsi in un modo o in un altro alle decisioni conciliari, oppure se, come molti
temono, l’istituzione cattolica si lascerà andare senza dirlo ad abbandonare lo spirito del Vaticano II.
In entrambi i casi, assistiamo oggi ad un vero arretramento di almeno quarant’anni.
(1) Formalmente, questa revoca è annunciata in un decreto emanato dalla Congregazione dei
Vescovi.
(2) Non disponiamo dell’integralità della lettera di monsignor Fellay a monsignor Castrillon
Hoyos.
(3) Il giuramento antimodernista è un testo promulgato da papa Pio X nel 1910. Si oppone, tra
le altre cose, all’idea dell’evoluzione dei dogmi e all’utilizzazione dei metodi storico-critici
indipendentemente dall’autorità ecclesiale. I preti erano tenuti a pronunciarlo fino alla sua
abrogazione nel 1967 da parte di papa Paolo VI.

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