Home Europa e Mondo LA BBC: AIUTI A GAZA? NON SE NE PARLI

LA BBC: AIUTI A GAZA? NON SE NE PARLI

di Mario Braconi
da www.altrenotizie.org

Completato il lavoro sporco, le forze armate israeliane si sono ritirate dalla Striscia: giusto in tempo per consentire un felice insediamento alla Casa Bianca al presidente Barak Obama, cui è stato così risparmiato il mal di testa mediorientale. Dopo settimane nelle quali siamo stati esposti all’orrore delle immagini e delle testimonianze di case scuole ospedali della Striscia polverizzati dalla furia di Tsahal, si fa fatica a trovare sui giornali anche un solo trafiletto che ci aggiorni sulla situazione a Gaza. Eppure la gente comune della Striscia deve affrontare quel che resta della sua vita, dopo gli attacchi che hanno distrutto moltissime vite umane, soprattutto d’innocenti, donne e bambini, lasciando contemporaneamente tutta la zona priva di acqua e di elettricità.

Se queste persone hanno qualche speranza di sopravvivere è solo grazie agli aiuti esterni. Per il momento l’unica iniziativa di solidarietà materiale con una qualche visibilità è quella messa in atto dal cantante Yusuf Islam assieme al bassista Klaus Voorman (intimo amico dei Beatles ed autore della splendida copertina del loro album Revolver del 1966): i due hanno registrato una cover del brano di George Harrison “The Day the World Gets ‘Round”, i cui proventi andranno alle vittime della guerra di Gaza. Sorprende che l’unico artista a prestare la sua voce al sostegno del popolo palestinese sia un musulmano, quasi che la sofferenza di un popolo non sia affare di tutti, cristiani, atei, ebrei o buddisti. Yusuf Islam, infatti, non è altro che il nome d’arte che Cat Stevens, nato a Londra da un greco e da una svedese, ha assunto nel 1977 dopo essere scampato miracolosamente alla morte per annegamento.

Del resto, in Inghilterra la questione degli aiuti alla popolazione palestinese è un tema scabroso: la BBC (e, a quanto pare di capire, anche gli altri network) ha bandito dalle sue trasmissioni la pubblicità ad iniziative di sostegno come quella promossa dal Disaster Emergency Commitee (DEC), un consorzio di ONG. Non si tratta, si badi, di associazioni legate ad Hamas, ma di Action Aid, Croce Rossa Britannica, Oxfam, Save The Children, l’Agenzia Cattolica per lo Sviluppo Internazionale, CARE, eccetera…).

Poiché la DEC ha calcolato che, con una donazione di cinquanta sterline, si riesce a sfamare un’intera famiglia palestinese per un mese, la cosa più logica sembrerebbe quella di far sapere a quanta più gente possibile che un piccolo sforzo finanziario può fare miracoli. Invece, secondo i dirigenti della British Broadcasting Corporation, l’emittente nazionale britannica non deve ospitare spot di associazioni che chiedono agli ascoltatori donazioni per finanziare le proprie attività di sostegno alle vittime della guerra nella Striscia perché, a parte l’incertezza sull’effettiva destinazione dei fondi, aiutare le ONG che cercano di alleviare le sofferenze dei civili in conflitti “controversi” rischierebbe di indebolire la percezione dell’imparzialità del servizio di informazione.

Queste argomentazioni, francamente patetiche, non vanno proprio giù a Tony Benn, classe 1925, mitica figura del socialismo britannico (il termine “bennista”, ovvero seguace di Benn, nel gergo politico inglese, oggi sta ad indicare “democratico di sinistra”), il quale, oltre ad aver ricoperto innumerevoli cariche nel corso di quasi sessanta anni di vita politica, è tra i capi della Stop The War Coalition, il movimento che il 15 febbraio 2003 portò un milione di persone in piazza contro la guerra in Iraq.

Benn, che nel film di Michael Moore Sicko appare come testimonial della sanità pubblica, è portavoce della Disaster Emergency Commitee, il cartello di ONG estromesso dalla radio e dalle televisione pubblica britannica, e su questo argomento ha dato del filo da torcere ai due speaker della BBC che lo hanno intervistato, rispettivamente in radio ed in televisione. Con il suo fare aristocratico (a dispetto della rinuncia volontaria al titolo, nasce da una famiglia nobile) e sostenuto dalla sua infallibile retorica, ha dichiarato alla radio: “Quando sessanta anni fa ho cominciato a lavorare per la BBC mai avrei creduto di vedere un giorno la società rifiutarsi di trasmettere un appello umanitario con la giustificazione che esso è controverso”.

Secondo i dati di Benn, la BBC ha raccolto ben 10 milioni di sterline per il Congo e 18 per il Myanmar. Quando lo speaker della BBC lo incalza chiedendogli di ribattere ai due argomenti addotti dalla dirigenza per rifiutare gli spot della DEC (l’incertezza sulla destinazione dei fondi e l’imparzialità), Benn replica spiegando che “in questo momento vi sono 1,5 milioni di persone senza acqua, fogne, riparo ed elettricità, vi sono stati 1330 morti, di cui 460 bambini, e 5450 feriti. Non è questa la vera priorità? Che cosa aspettiamo?”

A quel punto l’ex deputato socialista, sfidando il diktat dell’emittente britannica, parte con il suo spot personale non autorizzato, scandendo l’indirizzo della casella postale alla quale spedire gli assegni e le coordinate del conto postale su cui far affluire le donazioni. Ne nasce un battibecco con il conduttore, rapidamente interrotto dall’abilissimo Benn, il quale assume un tono confidenziale, quasi affettuoso: “Edward, lo so che sei d’accordo con me, per cui non litighiamo sulla BBC, facciamo piuttosto in modo che gli aiuti arrivino a Gaza, perché c’è gente laggiù che sta morendo; c’è una crisi assoluta, non è possibile tollerare la BBC quando sostiene che aiutare gente che sta morendo significa imbarcarsi in un’attività controversa.”

Inoltre, per definizione, tutti gli aiuti umanitari arrivano in zone in cui la situazione politica è assai instabile: alla giornalista televisiva che cerca di arginare il suo invincibile entusiasmo di ottantaquattrenne, Benn risponde: “Se lei crede che non dovremmo far arrivare soldi ad una scuola palestinese solo perché essa è gestita da Hamas, che peraltro ha vinto le elezioni laggiù, sta dicendo una cosa senza senso”. Farebbe bene la BBC, apparentemente tanto preoccupata di non apparire abbastanza indipendente agli occhi dei suoi utenti, a domandarsi se non stia invece dimostrando al mondo di essere prona ai desiderata del Governo inglese per il quale “a Gaza non esiste alcuna crisi umanitaria”.

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