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Zimbabwe, una pace a metà

di Matteo Fagotto
da www.peacereporter.net

E alla fine, dopo mesi di ritardi, accuse e colpi di mano, l’accordo arrivò. Morgan Tsvangirai, leader del partito di opposizione del Movement for Democratic Change, ha accettato di entrare nel governo di unità nazionale propostogli dal presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe. Pur avendo vinto le elezioni, il Mdc entrerà in un esecutivo sostanzialmente guidato dal presidente, che ha mantenuto per il suo partito, lo Zanu-Pf, tutti i dicasteri più importanti. Ma sul rispetto degli accordi le perplessità sono tante.

Nonostante i caroselli e i festeggiamenti per le strade della capitale Harare seguiti all’annuncio, il Mdc ha ben poco da festeggiare. L’accordo di pace, proposto dalla Southern African Development Commission, un’organizzazione che racchiude tutti i governi dell’Africa meridionale e che ha fatto da mediatrice, premia infatti Mugabe oltre il suo reale peso politico. Sconfitto al primo turno delle presidenziali tenutesi lo scorso marzo, Mugabe fu eletto al ballottagggio di guigno solo grazie al ritiro di Tsvangirai, che per evitare violenze nei confronti dei suoi sostenitori decise di non partecipare alle consultazioni. Esercito e polizia sono stati accusati di aver ucciso qualcosa come 200 sostenitori del Mdc negli ultimi mesi, mentre lo Zanu-Pf ha ostacolato più volte i colloqui di pace tentando di mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.

La tattica ha pagato: con l’accordo di pace, Mugabe mantiene la gran parte dei suoi poteri, limitandosi a far entrare il Mdc nel nuovo esecutivo solo come junior partner. Davanti alla prospettiva di rimanere fuori dagli accordi e di inimicarsi i mediatori della Sadc, Tsvangirai ha accettato l’accordo, accolto non senza frizioni da buona parte dell’establishment del Mdc. Il loro leader, infatti, verrà da oggi in poi ritenuto corresponsabile della disastrosa situazione economica dello Zimbabwe (con un’inflazione annuale al 231.000.000 percento e una disoccupazione al 90 percento), senza però avere i poteri necessari per affrontarla. Senza contare le possibili, e anzi probabili, frizioni che accompagneranno i rapporti tra i due partiti una volta formato il nuovo governo.

Se fino a venerdì scorso il Mdc poteva ergersi a rappresentante della popolazione stanca del regime di Mugabe, ora, con l’accordo di governo, il partito potrebbe consumarsi in un logorante gioco politico con lo Zanu-Pf. Ma dall’altra parte, dopo quasi un anno di trattative, al Mdc erano effettivamente rimaste poche carte da giocare. Dall’alto della presidenza e del controllo esclusivo sull’esercito e la polizia, in un modo o nell’altro Mugabe ha sempre comandato il gioco, permettendosi di rifiutare le pressioni politiche provenienti dall’esterno e di aspettare che le richieste degli avversari si annacquassero. Fino a poche settimane fa, il Mdc reclamava i principali dicasteri in virtù della vittoria alle elezioni parlamentari dello scorso anno. Ora, pur avendo la maggioranza del deputati, il partito di Tsvangirai si deve accontentare dei ministeri concessi dallo Zanu-Pf. Almeno per ora, l’ha spuntata il vecchio Mugabe. Ancora una volta.

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