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di Angela Giuffrida
da www.womenews.net

Può legittimamente alzare la voce a difesa della vita chi sostienesistemi economici rapaci, produttori di morte?

C’è qualcosa che non convince nella plateale, caparbia difesa della vita da parte della Chiesa e di quei rappresentanti dello Stato allineati sulla sua posizione.

Suona innaturale e bizzarro il tono alto, talvolta stridulo, di coloro che vogliono mantenere in vita chi della vita non sa che farsene perché non sa di essere vivo, o chi non riesce più a tollerare sofferenze insopportabili in vista di una morte sicura, a fronte del silenzio di tomba con cui gli stessi accolgono le notizie di donne sane e vitali uccise da mariti, fidanzati, padri e fratelli.

Evidentemente la vita di tutte quelle donne che non volevano né dovevano morire – e sono milioni nel mondo – non vale nulla se chi si affanna con tanto zelo per costringere a vivere chi non vuole, non mette in campo riflessioni e tentativi per prevenire tale ignobile carneficina.

Che dire poi della guerra? Non è forse legittima ovunque? Come si può parlare con tanta foga di sacralità della vita mentre si accetta l’ assassinio generalizzato di persone perlopiù innocenti?
Duole constatare, poi, che si lasciano morire di fame milioni di persone, tra cui tanti bambini, mentre ci sono le risorse per sfamare l’intera popolazione mondiale.

Può legittimamente alzare la voce a difesa della vita chi sostiene sistemi economici rapaci, produttori di morte?

In tutta evidenza la vita non solo non è sacra, ma non vale proprio niente nelle società androcentriche che apprezzano cose, come danaro e merci, e deprezzano, meglio dire disprezzano, i viventi.

L’universale disinteresse per la vita e i suoi bisogni non contraddice in modo macroscopico l’interesse mostrato una tantum e circoscritto a casi limite?

Se la persona, non il potere, occupasse il centro delle organizzazioni sociali, la cura della vita includerebbe la necessità di accompagnare verso la naturale conclusione, nel modo meno traumatico e doloroso possibile, vite ormai giunte al limitare della morte.

Un rispettoso silenzio dovrebbe accompagnare la fine dell’esistenza di ciascuno, non un frastuono irritante, mentre alte dovrebbero levarsi le voci in difesa delle ragioni della vita ovunque ignorate e calpestate.

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