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Se la vita diventa un bene della Chiesa

di Giovanni Berlinguer
da “l’Unità”, 13 febbraio 2009

Come è giusto che sia, ora il dibattito parlamentare ripartirà dal testo della Commissione sanità del
Senato sul Testamento biologico. Esso però rischia ulteriori sopraffazioni rispetto alle esigenze e
alle volontà delle persone. Con efficacia, Claudio Magris ci ha ricordato che «La qualità della vita
può essere valutata solo dall’interessato, l’unico autorizzato a poter decidere della propria vita e
della propria morte».
È opportuno rileggersi per intero l’art. 32 della Costituzione, composto di due paragrafi. Il primo
afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse
della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Non meno significativo il secondo,
proprio alla luce delle recenti vicende: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti
dal rispetto della persona umana».
Sono principi fondati sulla libertà personale e sulla responsabilità dei medici e della scienza, beni
che lo Stato mette a disposizione dei suoi cittadini per garantire il diritto alla salute. E qui sta il
grande valore della laicità e della inalienabile distinzione tra fede e legge. Il governo e il
centrodestra hanno abbracciato con piglio decisionista la posizione del Vaticano e delle gerarchie
cattoliche, sostituendosi alle volontà della povera Eluana e della sua famiglia, alle attenzioni dei
medici chiamati al capezzale, alle sentenze della magistratura fino ai rilievi costituzionali del Capo
dello Stato.
Ieri sulla procreazione assistita, oggi sul testamento biologico, Governo e Chiesa irrompono nelle
vite delle persone dettando norme, stabilendo obblighi, prescrivendo comportamenti, anziché
favorire diritti e assicurare tutele. Con il risultato che, in nome del principio secondo cui la
disponibilità della vita appartiene alla volontà di Dio anziché agli individui, è lo Stato a determinare
come si viene al mondo e come si lascia questa terra. Così si finisce per fare leggi tanto mostruose
quanto inapplicate ed inapplicabili (i voli della speranza per le cliniche spagnole dove coppie sterili
cercano di avere figli sono aumentati del 300% dopo l’approvazione della legge 40). Oppure, da
una parte si condanna l’accanimento terapeutico e gli eccessi di certi abusi tecnologici e poi li si
impone per decreto legge.
Il naturale e l’umano vengono usati, fino ad essere vilipesi, in nome della supremazia contingente,
sia essa della Chiesa, sempre più incline a espressioni teocratiche, sia della maggioranza politica
pro tempore. La quale legifera di morte e dimentica la vita. Come quella legata alla salute dei
migranti, da segnalare alle forze dell’ordine se osano usufruire del nostro sistema sanitario. La
Chiesa stessa, come ogni buon medico e ogni buon infermiere, ha denunciato i devastanti effetti di
questa norma. E alcune regioni (la Puglia, la Toscana, il Lazio) hanno già deciso di non applicarla.
La rivolta di tanti medici, cattolici e non cattolici, indica come si può stare dalla parte della vita
battendosi contro il furore ideologico di taluni atti legislativi. Le crociate integraliste basate
sull’affermazione dei valori cristiani sembrano prevalere sulla libertà di coscienza (e di cure) dei
medici e dei cittadini. Contro ogni autodeterminazione delle persone, il governo ha scelto il terreno
che più terremota le coscienze e abbatte le barriere di partito: il dolore. Trasformando una
complessa e straziante vicenda nell’ennesimo scontro tra dove finisca la vita e dove inizi la morte.

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