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Il comune senso dello stupro

di Andrea Boraschi e Luigi Manconi
da l’Unità, 15 febbraio 2009

L’invettiva contro il “buonismo” costituisce una delle pagine più triviali della cultura politica
italiana. Da alcuni decenni, quella categoria viene agitata scompostamente, per criticare la presunta
ispirazione lassista o, Dio non voglia, garantista delle politiche destinate a contrastare i fenomeni di
marginalità e devianza. In realtà, il sarcasmo contro il “buonismo” mira a occultare il fatto che, più
corposamente, procede nella società e nelle istituzioni una tendenza schiettamente “cattivista”.
Ovvero un’idea dei rapporti sociali connotata dall’aggressività reciproca, dal disciplinamento
forzato di tutte le manifestazioni di irregolarità sociale e culturale, da una concezione sostanzialista
(disinteressata alle forme, alle regole, alle garanzie) del governo delle contraddizioni sociali. A ciò
ha dato voce Roberto Maroni, rivendicando la necessità di essere “cattivi”. Più che star dietro a tali
scemenze, è utile considerare come quel “cattivismo” stia diventando una sorta di diffuso senso
comune. Si prendano in esame le reazioni successive alle visita, fatta da due dirigenti radicali, Rita
Bernardini e Sergio D’Elia, ai romeni arrestati per i “fatti di Guidonia” (il resoconto è pubblicato da
innocentievasioni.net). Sulla posta elettronica di Rita Bernardini sono piovute centinaia e centinaia
di email. A leggerle, c’è da rimanere sgomenti: non tanto per la prevedibile aggressività che
esprimono, ma per il connotato peculiare che l’offensiva contro una donna tende immediatamente
ad assumere. Il linguaggio, il ritratto psicologico, la cultura, i valori di riferimento, le idee
dominanti, i modelli sociali: tutto, proprio tutto ciò che quelle lettere dicono – contro chi ha voluto
verificare il trattamento subito dagli arrestati per stupro – richiama esattamente quella che possiamo
definire la “mentalità dello stupro”. Ovvero un’idea della donna come corpo da prendere, violare,
buttare via, come preda della propria libidine, come proprietà privata di cui disporre a piacimento.
Di più: emerge una visione del sesso come esercizio di potere, come espressione di forza e come
strumento di controllo, come affermazione di sé e negazione dell’altro (dell’altra). Dunque, il sesso,
come penetrazione e sottomissione, riduzione in schiavitù (magari solo per una notte),
spossessamento. E se qualcuno (una donna!) osa rompere l’ordine dispotico-maschile del circuito
delitto-vendetta, deve essere punito: se è donna, la punizione è fatalmente quella. Subire la
medesima onta e la medesima violenza patite dalla vittima di coloro per i quali quella donna (Rita
Bernardini, in questo caso) ha chiesto il rispetto dei più elementari diritti.

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