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Palestina – 60 anni dopo: o la spartizione o la pace

di Pierre-Yves Salingue, 12 maggio 2008

(traduzione a cura di ISM-Italia – Laura Bergomi, Carlo Bauducco e Caterina Mollura)

Per tutti coloro che non accettano l’ingiustizia che grava sul popolo palestinese, il 2008 avrebbe potuto essere l’occasione per rilanciare una mobilitazione dettata dal sentimento d’impotenza provocato dal drammatico peggioramento della situazione in Palestina.
Non c’è nulla da «celebrare» nel 2008, e soprattutto non la proclamazione dello Stato d’Israele, una tappa fondamentale della pulizia etnica della Palestina.
Ma, 60 anni dopo la Naqba, per quanto sia nero il quadro e vasta l’attuale tragedia, i militanti impegnati a sostenere la lotta del Popolo palestinese hanno notato un cambiamento, ancora incerto ma promettente, nel campo palestinese.
A partire dall’appello al boicottaggio d’Israele(1) lanciato da 170 organizzazioni palestinesi nel luglio 2005, un’area di militanti palestinesi ha moltiplicato gli appelli e le iniziative(2), definendo progressivamente gli elementi base per la ricostruzione di una strategia di lotta contro la frammentazione della società palestinese:
• il rifiuto del mito per cui i negoziati con Israele sarebbero l’unica strada possibile
• l’unità globale del popolo palestinese, della sua terra e della sua causa, qualunque sia la loro attuale dispersione e frammentazione
• l’esigenza ineludibile del diritto all’autodeterminazione e del diritto al ritorno dei profughi
• il rifiuto di riconoscere Israele come “Stato ebraico”
• il rifiuto della colonizzazione e dell’occupazione di tutte le terre arabe
• il rifiuto di qualunque normalizzazione delle relazioni con l’occupazione coloniale e con le sue istituzioni
• la condanna di tutte le profferte occidentali volte a stabilire “progetti di scambio” tra oppressore ed oppressi, inseriti nell’ingannevole voce “dialogo di pace”
Senza mai rimettere in discussione la legittimità della resistenza armata all’occupazione, questi militanti hanno valutato che le azioni armate, che pure raccoglievano simpatie popolari, non permettevano una partecipazione diretta alla lotta da parte della popolazione presente sul territorio palestinese, così come da parte dei Palestinesi che vivono in esilio.
L’appello al boicottaggio, al disinvestimento e alle sanzioni consentiva a un movimento di sostegno internazionale di esistere concretamente, non come supporto ad un ipotetico “processo di pace”, ma come protagonista in grado di contribuire a mettere in discussione i rapporti di forza e di aiutare attivamente i Palestinesi, attraverso azioni durature volte ad isolare lo Stato d’Israele.
Ma in Francia questi appelli sono rimasti lettera morta. Né la piattaforma delle ONG né il Collettivo nazionale per una pace giusta tra Palestinesi e Israeliani né la più importante delle associazioni francesi di solidarietà (AFPS) hanno voluto raccoglierli.
Dobbiamo anche constatare che i responsabili del movimento di solidarietà hanno sempre preso le distanze dai militanti palestinesi che li interrogavano sul perché delle loro esitazioni e sulle ragioni della loro inattività.
L’iniziativa “Pace come Palestina” ne è l’odierna dimostrazione, sia per la scelta degli invitati politici che per il contenuto del messaggio che gli organizzatori hanno deciso di trasmettere.
Ecco dunque una “campagna per la Palestina” dove non si troveranno le seguenti espressioni: “pulizia etnica”, “Stato coloniale”, “progetto sionista”, “sostegno alla resistenza palestinese”, “diritto dei profughi al ritorno alle loro case”, “boicottaggio d’Israele”.

Dicono di volere la pace, ma non vogliono il ritorno dei profughi.

Per coloro che vogliono veramente aiutare i Palestinesi a riconquistare i loro diritti, e in particolare il loro diritto all’autodeterminazione, questi «60 anni» hanno senso solo se affermano senza ambiguità una solidarietà totale con la resistenza del Popolo palestinese contro la conquista coloniale e la pulizia etnica.
Al centro di questi diritti, il Popolo palestinese ha messo la questione dei profughi. Non solo per la loro quantità, ma perché – come ha espresso bene Hussam Khader – «la causa dei profughi è l’essenza stessa della causa palestinese».
Ecco perché il diritto al ritorno dei profughi occupa un posto decisivo, sia nell’affermazione della resistenza popolare alla pulizia etnica sia nel rifiuto a riconoscere la legittimità dello “stato ebraico”: per i Palestinesi l’abbandono del diritto al ritorno significherebbe la vittoria definitiva del progetto coloniale sionista e quindi la loro scomparsa in quanto popolo.
Ecco anche perché la questione dei profughi è diventata il bersaglio di un’offensiva generalizzata che punta a sradicare questa realtà che è il tratto identitario del conflitto e il simbolo vivente dell’illegittimità del progetto coloniale sionista imposto ai popoli arabi con la forza delle armi con il sostegno dell’Imperialismo.
Con il suo voto del 29 novembre 1947, contro la volontà dichiarata della popolazione araba palestinese maggioritaria, l’ONU ha rubato la terra ad un popolo che l’abitava e la lavorava da secoli, per darla ai sostenitori di un progetto coloniale, in nome del “diritto a uno Stato” di un “popolo ebraico” che esisteva solo come costruzione ideologica del nazionalismo reazionario sionista.
Privando i Palestinesi del loro diritto al ritorno, si tratta anche di annientare le loro radici, di spossessarli della loro Storia e di cancellare il segno del crimine commesso nel 1947/48 con la creazione dello Stato coloniale israeliano. Il fondatore d’Israele aveva dato la linea fin dall’inizio: “dobbiamo fare di tutto per garantire che non ritornino mai più” aveva dichiarato Ben Gurion nel luglio 1948.
L’offensiva scatenata contro il diritto al ritorno è multiforme e concertata.
Sostenuti dai governi degli Stati Uniti (Bush ha dichiarato da un pezzo che i profughi non potranno ritornare in Israele), i dirigenti israeliani, di tutte le tendenze politiche, sono ovviamente i più decisi.
L’assedio imposto da 2 anni alla popolazione di Gaza è prima di tutto una guerra contro i profughi: la popolazione della striscia di Gaza è composta per più del 70 % da profughi e la volontà israeliana di rendervi impossibile la vita ha molto più a che fare con la politica sionista di pulizia etnica che con l’intenzione spesso attribuita ai dirigenti israeliani di voler “punire gli abitanti” per aver votato Hamas o con “reazioni sproporzionate” ai lanci di razzi.
Come la crescente colonizzazione e la costruzione del muro in Cisgiordania, come la politica di espulsione dei palestinesi della Naqba dalle loro terre, anche l’assedio di Gaza è il segno del carattere sempre attivo del progetto sionista in Palestina e della sua totale incompatibilità con il ritorno dei profughi.
Sul piano internazionale si svolgono attualmente importanti negoziati, più o meno segreti.
Coinvolgono dirigenti politici occidentali e giapponesi, rappresentanti dei regimi arabi interessati dalla presenza di profughi nei loro territori o chiamati a sostenere i costi finanziari delle misure decise, istituzioni politiche e finanziarie internazionali ecc.
L’obiettivo è convincere (soprattutto con la promessa di indennizzi) o, in alternativa, di costringere i profughi a rinunciare al loro diritto al ritorno.
Se tali posizioni che negano apertamente i diritti dei profughi non sono una vera sorpresa da parte degli avversari del Popolo palestinese, si prova invece rabbia leggendo le dichiarazioni fatte da chi si presenta come difensore di quei diritti.
Poiché si tratta dei profughi e del loro diritto al ritorno, l’iniziativa «Pace come Palestina» è un contributo diretto alla politica che mira a svuotare di senso il diritto al ritorno
, conservando alcune formule che possano indurre in errore i simpatizzanti della causa palestinese che non s’immaginano che questo diritto possa essere abbandonato.
Che dicono gli appelli lanciati in occasione di questa iniziativa?
«Una giusta soluzione al problema dei profughi basata sul riconoscimento del torto subito e dei diritti che ne conseguono » si legge nell’appello delle personalità, «una giusta conclusione del problema dei profughi» afferma l’appello proposto alla firma degli eletti, dopo essersi dichiarati dispiaciuti, con un delicato eufemismo, del fatto che la guerra abbia anche “spinto all’esodo 800.000 palestinesi diventati così i profughi”.
La scelta dei partecipanti conferma le intenzioni degli organizzatori.
Prima di tutti, Elias Sanbar. E’ l’ispiratore della sottile distinzione tra “riconoscimento del principio del diritto al ritorno” e “esercizio del diritto”. Elias Sanbar afferma di volere per prima cosa che gli venga riconosciuto il suo diritto, ma che l’esercizio di quel diritto riguarda lui e che è molto probabile che non abbia voglia di esercitarlo. Vuole forse rassicurare gli Israeliani o forse non ha vissuto la stessa esperienza dei profughi di Nah el Bared? Così pure, in contrasto con i comitati dei campi profughi che consideravano il documento di Ginevra “un’aggressione alle spalle del popolo palestinese e un attacco ai suoi diritti fondamentali”, Sanbar afferma: “Quello che è positivo in questo progetto è il suo lato pedagogico, la prova concreta che nulla è impossibile. Anche se alla fine non vedrà la luce, anche se non si concretizzerà, sarà comunque servito a provare che tutte le questioni, anche quelle cosiddette del tutto insolubili, possono trovare una soluzione.”
Per lui, se “il diritto al ritorno non è negoziabile”, “lo è la sua applicazione”(3).
In un’intervista pubblicata su L’Humanité del 4 aprile 2007, Ziad Abu Amr affermava di voler “sistemare la questione dei profughi attraverso un negoziato nel quadro della risoluzione 194 dell’ONU”. Perché “un negoziato nel quadro”? Perché non “in applicazione della risoluzione 194”? La risposta è nel seguito del suo discorso. Egli afferma : «Ricordo che quella risoluzione offre la scelta tra il ritorno e l’indennizzo”: Ziad Abu Amr mente due volte! Certo, quella risoluzione dà ai profughi “la scelta”, ritornare o non ritornare, ma la risoluzione 194 afferma il diritto al ritorno e il diritto a “delle compensazioni per ogni bene distrutto o danneggiato”! E la 194 dà questa scelta a ogni profugo, senza condizionarne la realizzazione pratica attraverso un “negoziato”.
Monique Chemillier Gendreau dice esplicitamente quali sono le vere intenzioni dei partigiani della «pace attraverso il diritto».
“La scommessa è che il numero dei Palestinesi che opteranno per il ritorno in Israele sia approssimativamente pari a quello dei profughi che Israele accetterebbe di ricevere. Se il primo numero si rivela superiore al secondo, il diritto al ritorno affermato dal diritto internazionale e ripreso dall’accordo non è più realizzabile per tutti i Palestinesi … Bisogna augurarsi che questa audace scommessa riesca e che, tra il numero dei Palestinesi candidati al ritorno in Israele e quello della proposta israeliana, la differenza sia insignificante.”(4)
«E’ un’astuzia che può sfociare nella risoluzione del problema e dei suoi numerosi blocchi … Così facendo, si prende tempo. E se miracolosamente … si disegnasse domani una dinamica di pace, diventerebbe possibile convincere i Palestinesi a non essere in troppi a chiedere di ritornare in Israele e a fare in modo che il numero di coloro che chiederebbero il ritorno in Israele si avvicinasse al numero, ancora sconosciuto, ma che si può supporre non molto elevato, dei profughi palestinesi accettati da Israele.”(5)
Michel Warschawski ha firmato l’appello delle personalità.
Eppure, in un articolo pubblicato nel 2001, scriveva: “Non c’è dubbio che l’obiettivo principale della mediazione Clinton è imporre ai Palestinesi la rinuncia al diritto dei profughi di rientrare nel loro paese e recuperare le loro proprietà immobiliari. “(6)
Dobbiamo dedurne che Michel Warschawski ha cambiato idea? Probabilmente. Del resto, in un articolo pubblicato 3 anni dopo, commentando il testo di Ginevra, scriveva : «il suggerimento di Clinton di separare un riconoscimento del diritto al ritorno da parte di Israele da un processo negoziale sul reale ritorno dei profughi potrebbe essere un punto di partenza per un accordo su quel problema”(7)
Seguendo i consigli di Elias Sanbar, Michel Warschawski adottava la distinzione tra il principio (“riconoscere il diritto”) e l’ ”effettivo ritorno” che può essere negoziato!
Nel 2001, Michel Warschawski denunciava «il bidone del piano Clinton». [6]
Chi dunque bidona i Palestinesi oggi?
E’ evidente che gli organizzatori dell’evento hanno scelto di proposito simili «difensori» dei diritti dei profughi : essi condividono in pieno tali analisi e vogliono che i militanti di base vi si adeguino.
In un suo recente intervento ad una conferenza internazionale sulla questione dei profughi tenutasi a Parigi, Sylviane de Wangen, membro della direzione dell’AFPS, spiegava: “i profughi non possono, secondo il diritto internazionale, reclamare un diritto individuale al ritorno in un paese dove non sono nati, dove non hanno mai vissuto, di cui non hanno la nazionalità e che non li vuole assolutamente”.
Aggiungeva : «un assemblaggio dei testi di Taba e di Ginevra potrebbe essere la base di una soluzione», confermando così la tesi difesa da Sanbar, Chemillier Gendreau e da tutti i sostenitori del « documento di Ginevra ». [8]
Nell’ottobre 2003, Dominique Vidal scriveva: “un accordo dimostra spettacolarmente che la pace è possibile … In effetti, l’accordo regola, sulla base delle proposte del presidente Clinton (dicembre 2000) e delle discussioni di Taba (gennaio 2001), tutte le questioni in sospeso”.[9]
Notiamo in primo luogo che il testo di Ginevra non assume neanche l’espressione ”ritorno dei profughi” (la versione inglese, la sola valida secondo i firmatari, parla di “scelta di luogo permanente di residenza”).
Cosa dice a proposito di questa “scelta di residenza”? Che ogni profugo avrà, individualmente, la possibilità di scegliere un luogo di residenza fra diverse opzioni possibili: vivere in “Palestina” (si suppone che si tratti sia del progetto di cantoni cisgiordani collegati da tunnel sia del campo di concentramento di Gaza); restare nei loro “paesi d’accoglienza” (come nel Regno di Giordania che ha proibito le manifestazioni per i 60 anni della Naqba?); emigrare in un paese terzo. Ultima scelta possibile, andare in Israele, precisando che, in questo caso, il numero di possibilità offerte sarà “a discrezione di Israele”.
Dopodiché la questione dei profughi sarà considerata risolta, il loro status sarà soppresso e l’UNRWA sparirà.
Si è qui ben lungi dall’esigenza espressa da tutte le coalizioni e ricordata in tutti i recenti incontri di profughi: l’applicazione della risoluzione 194 votata dall’ONU e perciò il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro case.
Il diritto al ritorno è il diritto di ritornare là dove vivevano prima di essere cacciati dalla violenza della colonizzazione e, per i discendenti nati in esilio, è il diritto di ritornare là dove sarebbero nati e dove sarebbero cresciuti se la famiglia non ne fosse stata espulsa con la forza.
La prima esigenza dei profughi non è di aver uno Stato, non è di avere un passaporto, non è di suscitare compassione né di ottenere delle scuse: è di rientrare a casa loro! A loro poco importa che “a casa loro” ci sia, o meno, uno Stato che pretende di essere lì o per volontà divina o grazie all’uso della forza o grazie al voto di un organismo che assegna arbitrariamente territori a chi gli pare.
Essi
non vogliono un “diritto affermato come principio”, la cui applicazione sarebbe subordinata al “negoziato”, cioè al rapporto di forze e, in definitiva, alla volontà degli Israeliani.
Ma, anche se i profughi non ne vogliono sapere, occorre convincere del contrario i militanti della solidarietà.
Alla parola degli “specialisti” e degli “anticolonialisti”, si va dunque ad aggiungere la parola di Leila Shahid e di Hind Khoury, apparentemente più attendibili dei vecchi “rappresentanti legittimi del popolo Palestinese” da quando il grado di corruzione che regna in seno a Fatah e l’esistenza di forze mafiose repressive nel cuore stesso dell’apparato dell’Autorità sono diventati un po’ troppo visibili.
Nessun dubbio che le nostre “rappresentanti della Palestina” s’ispirassero alla posizione del Presidente Abbas che le ha nominate.
Trattandosi di profughi, costui non aveva atteso Bush per convenire fin dal 1994 che “le esigenze della nuova era di pace e di coesistenza hanno reso impraticabile l’applicazione del diritto al ritorno”. [10]

Rifiutano di boicottare Israele ma boicottano i Palestinesi che resistono

“Tanto vale dire che la promessa di Annapolis non si trasformerà in azione a meno che la comunità internazionale – e in primo luogo l’Europa –non s’impegni a creare le condizioni d’una sovranità piena che garantisca ai Palestinesi una uguaglianza di diritti con i loro vicini”, si può leggere nel dossier di Pace come Palestina.
Questo passaggio chiarisce la formula un po’ oscura dell’appello : “nuovi tentativi di negoziare una soluzione che si inseriscono nell’agenda diplomatica”.
“Trasformare la promessa di Annapolis in atto formale”, questo è il programma proposto dai responsabili della piattaforma ai militanti della solidarietà!
Ma è questo che i Palestinesi che perseguono la lotta ci domandano?
Apparentemente no, poiché dopo aver condannato la partecipazione a questa conferenza, essi scrivevano: “Ad Annapolis l’Autorità non ha sollevato la questione dei Palestinesi all’interno della linea verde, né del diritto al ritorno, né dell’assedio criminale di Gaza …”.[11]
Questa voce non si è proprio fatta sentire alla riunione della porta di Versailles.
Nessun rappresentante di Anti Apartheid Wall Compaign[12], nessun rappresentante della campagna Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, nessun portavoce del PACBI[13] neanche del PNGO[14], che pure fu a lungo l’interlocutore privilegiato dell’AFPS e dei responsabili della piattaforma delle ONG.
Sarà perché, sotto i fendenti dei diversi governi israeliani, alcuni responsabili di ONG, a lungo favorevoli alla strategia del negoziato, hanno finito per convincersi che il Sionismo non era cambiato e che l’intenzione di Israele era quella di “rimpiazzare un popolo con un altro sulla terra di Palestina”?[15]
O è perché, stanche di aspettare che la comunità internazionale metta in pratica le sue molteplici risoluzioni, alcune organizzazioni palestinesi hanno preso l’iniziativa di chiamare allo sviluppo di una campagna internazionale di boicottaggio contro Israele precisando, tre anni dopo il suo lancio, che “la campagna BDS non mira soltanto a colpire l’economia israeliana, ma rimette in causa la legittimità di Israele in quanto stato coloniale?[15]
Oppure ancora, è perché queste voci palestinesi si alzano per metterci in guardia contro le illusioni e le manovre di recupero miranti a fare della lotta condotta dagli abitanti di Bil’in l’alfa e l’omega della “resistenza non violenta della società civile palestinese”, ricordandoci in particolare che l’obbiettivo della lotta contro il muro non è di cambiarne il tracciato e che l’obbiettivo di tutte le manifestazioni e di tutte le iniziative, che sono numerose in Palestina, è la liberazione di ogni cm2 di terra confiscata dall’occupazione coloniale?[16]
E’ per questo che queste organizzazioni sono diventate infrequentabili per la piccola élite che pretende il monopolio della solidarietà per mantenerla più facilmente nell’impotenza?
Evidentemente, non si troverà neanche un rappresentante di una qualsiasi coalizione palestinese per il diritto al ritorno né alcun rappresentante dei Palestinesi del ’48, completamente ignorati negli appelli della piattaforma.
Allo stesso modo, quando ci viene spiegato che le forze della solidarietà non devono entrare “in un dibattito che non li riguarda, cioè il conflitto inter-palestinese”[17], ci si guarda bene dall’invitare rappresentanti politici diversi dai portavoce, in Francia e in Europa, di Abbas e di Fayyad.
Non si sentirà dunque, nemmeno in duplex, la parola dei rappresentanti della maggioranza eletta nel 2006 dai Palestinesi di Gaza e di Cisgiordania. Non quella di Hamas quindi, ma nemmeno del Jihad o del FPLP o dei militanti del Fatah che affermano la loro volontà di proseguire la lotta in disaccordo con la direzione.
È difficile, in effetti, dare la parola a coloro che non hanno rinunciato all’uso delle armi dal momento che una buona parte degli organizzatori di “Pace come Palestina” li assimilano a dei “terroristi” e negano loro il diritto di resistere se non seguendo le regole ch’essi hanno fissato in loro vece.
I nostri “partigiani della pace” preferiscono dare la parola ad una rappresentante palestinese che nel 2004 chiamava i giovani Palestinesi di Francia a rifiutare “il regno dell’odio e della vendetta”, a “perseguire ad ogni costo il dialogo e ad approfondirlo”, per meglio proseguire “il lavoro di conoscenza dell’Altro nel mettere le basi di una futura riconciliazione”.[18]
Allo stesso modo, per quelli come Dominique Vidal, la cui principale preoccupazione è di “offrire ad Israele una piena legittimità, una completa normalizzazione con tutti i suoi vicini e perciò una garanzia di sopravvivenza a lungo termine”[19], le gentili affermazioni di Hind Koury, secondo le quali “Noi abbiamo bisogno di un dirigente israeliano coraggioso, un nuovo Rabin, che possa suggellare la pace in questa regione che ha sofferto troppo”[20], sono nettamente più rassicuranti della rivendicazione di giustizia da parte di coloro che scrivono che “per gli oppressi e occupati, la lotta incessante e la resistenza, con tutti i mezzi necessari, non sono soltanto nostro diritto ma nostro dovere”[20] E poco importa che sotto il governo di Rabin il ritmo di costruzione delle colonie non sia diminuito.

Queste organizzazioni parlerebbero quindi a nome della “Palestina”

Esse non sono che le funzionarie d’una Autorità moribonda, designate da un Presidente politicamente impotente e pagate da un governo illegittimo che non esiste perché gli Israeliani hanno messo in prigione la metà dei membri Hamas del Consiglio legislativo palestinese, sono funzionarie sottoposte al ricatto degli stipendi, grazie al denaro delle potenze occidentali e in particolare dell’Europa.
Esse rappresentano anche Salam Fayyad, un Primo Ministro scelto dal governo degli Stati Uniti, puro prodotto del FMI e della Banca mondiale, mezzo banchiere e mezzo sbirro, che si vanta di voler insieme attirare gli investimenti e “ristabilire l’ordine” (leggere: proteggere i coloni sionisti dalla resistenza palestinese).

L’unità non è la confusione

Di quale “coesione” o “unità” si tratta? Per aiutare ad ingannare meglio i profughi?
Per applaudire i rappresentanti d’una Autorità palestinese che non combatte l’occupazione, che partecipa attivamente all’assedio degli abitanti di Gaza in collusione con gli Israeliani, gli Egiziani e gli Europei presenti a Rafah e che tenta con tutti i mezzi di mantenere i suoi privilegi?
Per far durare le illusioni dell’esistenza di un “processo di pace” e della “necessità di contribuire al dialogo?”
Per dare la parola a dei diplomatici che parlano a nome di
un governo illegittimo che reprime i Palestinesi che manifestano contro la conferenza di Annapolis e che invia truppe finanziate, armate e addestrate non per combattere l’occupazione ma per arrestare e assassinare dei resistenti a Jenin e a Naplous?
Per garantire l’allontanamento dei portavoce della resistenza palestinese nei suoi vari aspetti (chiamata al boicottaggio, lotta armata, sostegno al diritto al ritorno, liberazione dei carcerati, rimozione dell’assedio di Gaza, ecc…) e per rimpiazzarli con dei responsabili di ONG che sono stipendiati dall’USAID (il braccio umanitario della CIA)?
Bisognerebbe fare l’unità con coloro che vogliono impedire lo sviluppo di un movimento internazionale in favore del diritto al ritorno, allo scopo di accentuare il sentimento di isolamento e di abbandono che si prova nei campi e per far accettare ai profughi le proposte che saranno loro fatte?
Ed è anche probabilmente in nome dell’”unità” che un certo numero di responsabili di associazioni e di organizzazioni propongono la massima apertura, tentando di tenere simultaneamente posizioni assolutamente incompatibili tra loro.
Si potrebbe perciò dire tutto e il contrario di tutto: “Qualificare come “hold-up” la proclamazione dello Stato di Israele, ma applaudire chi indica lo stesso avvenimento come “guerra d’indipendenza”[21]. Denunciare Annapolis come “una conferenza di guerra”, ma anche iniziare un’azione la cui manifesta finalità è di “trasformare la promessa di Annapolis in fatti”. Denunciare la complicità del movimento coloniale sionista con l’Occidente nel crimine della Naqba, ma anche applaudire coloro che spiegano come la radice del problema sia legata al fatto che “il piano della spartizione non è stato applicato”. Ignorare per quasi tre anni l’appello delle organizzazioni palestinesi al boicottaggio di Israele, dichiararsi oggi favorevoli da parte di alcuni, ma allo stesso tempo sostenere un appello che, come pratica di azione, propone in tutto e per tutto di chiamare il governo francese a “passare dalle parole ai fatti”?
È così che manifestare per il diritto al ritorno e per l’autodeterminazione potrebbe “essere complementare” all’invito a sostenere dei “difensori del popolo palestinese” che si vantano di difendere “un’astuzia” che permetta di “convincere i Palestinesi a non chiedere in troppi di tornare in Israele”!
Come può Michel Warshawsky scrivere che “l’Autorità palestinese è diventata una vera forza ausiliaria degli Israeliani”[22] mentre condivide la tribuna con due sue funzionarie, incaricate di intrappolare nell’impasse il movimento di solidarietà, mentre i loro compari vendono la Palestina e incarcerano i resistenti?
Chi può credere che una simile confusione possa permettere di costruire una vasta aggregazione in favore dei diritti dei Palestinesi e far progredire le persone di buona volontà?
L’eventuale esistenza di una divisione creata da scissioni settarie deve essere combattuta.
Ma, siamo in presenza di “scissioni settarie provocate da estremisti” o esistono delle divergenze reali sulle posizioni che conviene assumere nel conflitto?
• Diritto al ritorno dei profughi in stretta applicazione della risoluzione 194 o negoziato delle condizioni della sua applicazione?
• Boicottaggio vero e rottura delle relazioni e degli scambi economici, diplomatici e culturali con tutte le istituzioni israeliane o boicottaggio selettivo di alcuni prodotti provenienti da “colonie illegali” di Cisgiordania?
• Sostegno all’intero Popolo palestinese che resiste alla pulizia etnica, “sia che esso viva sulle proprie terre – Cisgiordania e Striscia di Gaza – o su quelle del 1948, che sia profugo o della diaspora”, oppure interesse umanitario selettivo – in realtà quasi esclusivo – verso la miserabile situazione dei Palestinesi dei “territori occupati”?
• Sostegno incondizionato alla resistenza del Popolo palestinese, in tutte le forme che ritiene necessarie, tenendo conto della situazione che gli viene imposta, o sostegno esclusivo ad una certa visione della “resistenza non violenta”?
Ogni militante onesto può comprendere che si è, evidentemente, in presenza di divergenze reali che hanno conseguenze pratiche sull’azione di solidarietà, quella che viene condotta qui e quella che si può condurre laggiù a fianco dei Palestinesi.
Come non vedere, per esempio, nell’esistenza di queste divergenze le ragioni per le quali l’appello palestinese al boicottaggio non ha suscitato in Francia risposte da parte delle “grandi associazioni” e delle varie reti che affermano la loro solidarietà con i diritti dei Palestinesi?
Altrimenti, perché quest’appello all’azione, fatto proprio da organizzazioni sindacali in Gran Bretagna, in Canada, in Sudafrica, da chiese di varia obbedienza in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, oggetto di vivaci dibattiti in varie Università, non ha provocato niente di simile qui da noi? Ancora un esempio: in seno al movimento di solidarietà esiste davvero un punto di accordo nel dare seguito all’evoluzione preconizzata fin dal 2005 da Michel Warshawski? Costui, nel richiamare il movimento di solidarietà a dar prova di “ grande responsabilità”, mette avanti una convinzione: “E’ meglio adattare gli obiettivi delle mobilitazioni a un livello di possibile realizzazione”. Enumerando diversi fattori che “forse ci obbligano a ridimensionare alcune nostre rivendicazioni”, Michel Warshawski concludeva: “Ci dobbiamo render conto che ciò che era proponibile due anni fa non lo è più oggi, il che ci obbliga a ripensare i nostri obiettivi”.(23)
Dobbiamo ridimensionare i nostri obiettivi al punto tale da stabilire legami tra il movimento di solidarietà e i “ parametri di Clinton”, a partire dall’abbandono del diritto al ritorno per profughi?
E’ questo l’obiettivo della “ strategia di pace” di cui parla Bernard Ravenel?
Le basi e la natura del movimento di sostegno sono legate all’analisi delle radici del conflitto.
“Ahimè, il piano di spartizione adottato dall’assemblea generale dell’ONU … non sarà attuato … Così sono state create le condizioni di un conflitto interminabile”(24)
Questa la tesi sostenuta in più occasioni da Alain Gresh e Dominique Vidal(25), tutt’e due abilitati ad esercitare una grande influenza nell’ambito del movimento di solidarietà in Francia, tesi da cui deriva la chiave di lettura della politica adottata da chi detiene la direzione dell’attuale movimento di solidarietà.
Il conflitto trarrebbe origine non dalla colonizzazione sionista della Palestina, ma dalla non- applicazione della spartizione.
Questa analisi permette di cancellare in un sol colpo una questione chiave per la comprensione delle vere radici del conflitto: la natura coloniale dello Stato di Israele.
Ridurre il voto dell’ONU nel ’47 a un’ingiustizia è fare piazza pulita di decine e decine di anni di colonizzazione sionista precedenti la decisione della spartizione: una colonizzazione segnata dal marchio del nazionalismo etnico reazionario del Sionismo che trova la sua identità nel progetto di espulsione dalle loro terre delle popolazioni indigene esistenti.
Il voto dell’ONU è il nulla osta dato ai dirigenti sionisti per procedere senza ostacoli al loro progetto coloniale di espulsione e di colonizzazione dei Palestinesi, pratiche queste profondamente incarnate dal Sionismo e dal suo progetto di uno “Stato ebraico”.
Nel dare seguito alla decisione di spartizione, non si avverte il problema dell’assenza di uno Stato palestinese. Il problema è la creazione di uno stato coloniale, incaricato di svilupparsi, di perseguire il suo obiettivo di espulsione e di distruzione del popolo palestinese.
Il problema è la spartizione in quanto tale.
La Naqba non fu la conseguenza rovinosa di una “guerra d’indipendenza del popolo ebraico”, ma la tappa decisiva della colonizzazione sionista della Palestina, condizione
necessaria per la proclamazione dello Stato ebraico, che fu chiamato Israele.
Non si trattava certo della tappa finale.
Fece seguito la Guerra del 1967: noi oggi assistiamo al procedere logico di una occupazione coloniale iniziata più di un secolo fa.
Lo Stato di Israele è inesorabilmente legato al progetto coloniale sionista, sempre attivo nel perseguire la conquista dell’intera Palestina.
E’ dunque assurdo pretendere di separare la questione di Israele da quella del Sionismo, assurdo immaginare uno Stato di Israele in grado di emanciparsi dal Sionismo.(26)
L’emancipazione di tutti i popoli della regione passa attraverso la sconfitta del Sionismo e lo smantellamento dello Stato di Israele che ne è la realizzazione.
Sbaglia di grosso chi pensa che la questione politica del Sionismo sia obsoleta e che la sola cosa che conta , dal momento che “l’esistenza di Israele é diventata un incontestabile fatto compiuto”, sia la politica dei governi israeliani.
L’affermazione che lo Stato di Israele è destinato a durare è uno dei due pilastri della politica imperialista nei confronti del conflitto arabo-sionista, l’altro è la liquidazione del diritto al ritorno dei rifugiati.
Lo scopo e il trionfo ideologico del Sionismo corrispondono al riconoscimento finale di Israele da parte degli Arabi e in particolare al riconoscimento della sua sovranità.
La mancata comprensione delle radici e della natura del conflitto conduce inevitabilmente alla tesi del “consenso internazionale che si fa largo sulla sola soluzione possibile : la creazione di uno Stato palestinese”.(27)
Analizzando i negoziati di Camp David del luglio 2000, i criteri di Clinton del dicembre2000 e la sintesi delle conclusioni dei negoziati di Taba del gennaio 2001, i partigiani di questa tesi arrivano alla conclusione che “questi testi mostrano che un accordo è possibile”.(27)
Ma il loro entusiasmo per questa carta straccia fa la pari con la loro cecità di fronte alla realtà dei fatti che smentiscono ogni giorno di più la possibilità di un qualsivoglia compromesso con l’ideologia sionista e con lo Stato di Israele che si è prestato a fare da cane da guardia dell’Imperialismo.
Questa è la lezione del passato che troverà riscontro anche nel prossimo futuro nel ruolo che Israele assumerà nel previsto ferro e fuoco cui sarà sottoposta l’intera regione.

SOSTEGNO ALLA RESISTENZA PALESTINESE SENZA COMPLESSI E SENZA RISERVE

Di quando in quando leggiamo e sentiamo dire che una ragione essenziale delle difficoltà incontrate nell’esprimere la solidarietà sarebbe che “ la questione del conflitto israelo-palestinese è complessa”.
A una “questione complessa” non si può dare una risposta semplice ….
Sarebbe nella fattispecie necessario introdurre parametri adatti, come il genocidio degli ebrei, l’antisemitismo e la questione del terrorismo. Con questi ineludibili argomenti si pretenderebbe di ostacolare prese di posizione troppo di parte e di favorire approcci capaci di evitare ogni sorta di radicalismo.(28)
La lotta condotta dal Popolo palestinese è una lotta contro un’occupazione coloniale cominciata più di un secolo fa e favorita dalle principali potenze imperialiste che hanno via via dominato il Medioriente.
Il popolo palestinese non ha alcuna responsabilità nel genocidio degli ebrei d’Europa, è totalmente estraneo alle manifestazioni di antisemitismo, che hanno alimentato lo sviluppo del nazionalismo sionista , non ha niente a che fare con l’eventuale ripresa di atti di antisemitismo in Francia o in altre regioni del mondo.
Per altro, il fatto che esso resista a un’occupazione coloniale lo esonera da ogni sospetto di “terrorismo”: si tratta di resistenza di un popolo che non può scegliere le armi, visto il suo isolamento (certo anche a causa della debolezza della nostra solidarietà).
Una forza anticoloniale non è determinata né dai sentimenti di colpa inventati e fatti vivere in seno all’opinione pubblica dagli stati occidentali che hanno permesso il genocidio né dai riflessi di paura che possono effettivamente esistere in seno alla popolazione dello Stato coloniale.
Un movimento anticoloniale sostiene la lotta di liberazione di un popolo oppresso per metter fine all’occupazione e per poter disporre del suo diritto a decidere di se stesso.
Non è una “questione complessa”.
E’ una elementare posizione anti-imperialista.
Ci troviamo di fronte a una domanda precisa : siamo disposti a costruire un movimento anticoloniale a sostegno di una lotta di liberazione?
Se rispondiamo sì, aiuteremo il popolo palestinese, contribuendo all’ isolamento dello Stato di Israele, al rinnovamento e allo sviluppo delle forze di resistenza palestinesi.
Nel momento in cui la politica di guerra imperialista minaccia un’altra volta di mettere a ferro e fuoco tutto il Medioriente, il trattamento riservato alla questione dei diritti dei profughi palestinesi diventa più che mai un criterio assoluto per definire l’appartenenza all’uno o all’altro campo : con i popoli che lottano per la loro emancipazione o con l’imperialismo che fa la guerra ai popoli per mantenere il suo dominio.
I dirigenti sionisti ne hanno sempre avuto consapevolezza: il ritorno di milioni di profughi significa lo smantellamento dello Stato costruito sull’espulsione iniziale e il cui fermo obiettivo è la pulizia etnica di tutta la popolazione arabo-palestinese.
Il ritorno dei profughi segnerebbe la fine dello Stato esclusivamente ebraico voluto dai suoi fondatori.
Per l’Imperialismo sarebbe la sparizione del suo principale strumento di mantenimento dell’ordine capitalista attraverso il controllo dei popoli arabi e delle ricchezze della regione. Fin dall’inizio della realizzazione del loro progetto, i dirigenti sionisti hanno compreso la necessità di beneficiare del sostegno di un imperialismo potente per proteggere lo Stato ebraico dall’ineluttabile rifiuto arabo di questo stato coloniale. Fin da allora la sorte di Israele era strettamente legata alla sorte dell’imperialismo: i dirigenti sionisti sanno che la sopravvivenza dello Stato ebraico è interamente dipendente dal mantenimento del dominio imperialista nella regione.
Per questa ragione, e come l’hanno dimostrato i fatti del 2006 durante l’aggressione contro il popolo libanese, lo Stato di Israele è e sarà sempre una minaccia e un potenziale aggressore contro i popoli arabi del Medioriente.
Chi oggi protegge lo Stato di Israele dal ritorno dei profughi si ritroverà domani al suo fianco, imbarcato, insieme a tutti gli altri gregari, nella coalizione imperialista che vuole proseguire ed estendere ovunque la guerra contro i popoli.
Sulla questione dei profughi palestinesi, così come domani di fronte alle guerre annunciate contro i popoli del Libano, della Siria e dell’Iran, l’ora della verità è vicina.

1. www.ism-france.org/news/article.php?id=319&type=communique&lesujet=Boycott
2. Vedere in particolare i testi : Verso la fondazione di una strategia di deframmentazione;Dichiarazione dei principi di diritto internazionale; La Palestina per cui ci battiamo; Rapporto di sintesi della prima conferenza palestinese per il boycott. Sisponibili su www.ism-France.org
3. La questione dei rifugiati e il diritto al ritorno. Vedi http://www.france-palestine.org/article 1877.html
4. Le basi giuridiche dell’accordo di Ginevra vedi http://www.monde-diplomatique.fr/2004/01/CHEMILLIER_GENDREAU/10928
5. vedi http://www.france-palestine.org/article 1876.htlm
6. Rouge n°1904
7. News from within, maggio 2004
8. http://www.un.org/News/fr-press/docs/2008/AGPAL1086.doc.htm
9. http://www.monde-diplomatique.fr/dossiers/geneve/
10. http://electronicintifada.net/bytopic/historicaldocuments/307.shml
11. http://stothewall.org/analysiandfeatures/1570.shtml
12. http://www.stopthewall.org/
13. h
ttp://pacbi.org/
14. http://.pngo.net/english/default.asp
15. Prima conferenza palestinese per il boicottaggio di Israele (BDS) vedi http://ism-suisse.org/news/article.php?id=7928&type=communique&lesujet=Boycott
16. http://stopthewall.org/analysiandfeatures/print1529.shtml
17. Sylviane de Wangen http:/www.france-palestine.org/article8177.htlm
18. Leila Shaid, presentazione di una pubblicazione MRAP-SICO, settembre 2004
19. Dominique Vidal, Politica della forza, forza della politica, Manière de voir, Monde diplomatique, Histoire d’Israel.
20. http://www.protection-palestine.org/spip.php?article6097
21. www.ism-france.org/news/article.php?id=7915&type=analyse&lesujet=Résistances
22. Michel Warshawski, Programmare il disastro, Editions La Fabrique
23. Solidarités, 20/12/2005, consultabile http://www.legrandsoir.info/spip.php?article3047
24. Alle origini dello Stato. Dominique Vidal in Histoire d’Israel, Manière de voir, Le monde diplomatique, aprile-maggio 2008-11-16
25. Vedere la loro prefazione « la fine di un sogno » nella nuova edizione del loro libro « Una spartizione abortita »
26. A parte poche varianti, è la tesi comune di tutti i “post-sionisti”. Leggere, tra gli altri, i recenti contributi di Avnery,Burg ecc.
27. Vedere Alain Gresh, Palestina, “Le basi della solidarietà”, dossier pubblicato dall’AFSP e in particolare il documento pubblicato prima nell’ambito di ATTAC, “ Tentativo di definizione delle basi di una solidarietà”
28. confronta Alain Gresh, testo citato.

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