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Cattolici, pensiamo a un Concilio Vaticano III

di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 25 febbraio 2009

Sono passati cinquant’anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella
Chiesa si discute ancora sul significato di quell’evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non
sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un
riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano
definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella
fattispecie la Costituzione del 1947.
Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho
qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso
fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al paese sia per lo
più rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di
progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al
presente, è quanto tutti desiderano). Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa
trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente
(pericolo più che concreto), a mio avviso è necessario iniziare a coltivare nella mente l’idea di un
Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c’è nel nostro tempo, cioè
la comprensione della natura e della vita umana in essa. La svolta positiva che il Vaticano II ha
introdotto nel rapporto tra cattolici e storia, deve essere estesa al rapporto con la natura. Una volta
fatto ciò, avverrà che, come oggi i cattolici sono tra i più equilibrati nell’interpretare le questioni
economiche e sociali, e tra i pochi ad avere una coscienza profetica di fronte alla forza militare, lo
stesso equilibrio apparirà sulle questioni bioetiche. Si tratta solo di estendere alla natura il
medesimo principio di laicità applicato alla storia dal Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal
Concilio nel punto 7 della dichiarazione Dignitatis humanae: «Nella società va rispettata la
consuetudine di una completa libertà, secondo la quale all’uomo va riconosciuta la libertà più ampia
possibile, e non deve essere limitata se non quando e in quanto è necessario». Se questa libertà,
come insegna il Concilio, deve essere garantita agli uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più
prezioso che c’è), è evidente che una sana teologia non può non estenderla anche alla deliberazione
degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. È questo
passaggio che la dottrina della Chiesa, in fedeltà a se stessa, è chiamata a esplicitare.
Tra gli storici cattolici (eminenti prelati compresi) fervono in verità le discussioni sul Vaticano II, se
abbia costituito davvero una svolta rispetto al magistero precedente (un po’ come la Costituzione
repubblicana rispetto allo Statuto albertino) oppure se sia stato una semplice e naturale opera di
riforma come altre. C’è più discontinuità, o c’è più continuità tra il Vaticano II e i pontefici
preconciliari? A mio avviso non ci possono essere dubbi che il Vaticano II abbia costituito una
svolta, anche abbastanza radicale, rispetto al magistero precedente. Riporto due episodi
emblematici. Nel 1832 Gregorio XVI scomunica Lamennais per aver sostenuto la libertà di
coscienza in materia religiosa, definita dal pontefice “delirio”; nel 1965 il Vaticano II approva quel
delirio con la dichiarazione Dignitatis humanae. Nel 1950 Pio XII condanna la theologie nouvelle
allontanandone dalla cattedra i principali esponenti tra cui il gesuita Henri de Lubac, il quale, una
volta eletto papa Giovanni, torna in cattedra, partecipa al Vaticano II, riceve lettere autografe da
Paolo VI e nel 1983 viene nominato cardinale da Giovanni Paolo II. Se già da questi due fatti è
difficile negare in buona fede che qualcosa sia radicalmente mutato ante e post Vaticano II, la
discontinuità appare in tutta la sua limpida chiarezza quando si passa ai seguenti elementi
contenutistici: 1) la lettura della Bibbia, prima scoraggiata, viene promossa a tutti i livelli, e
scompare ogni diffidenza nell’utilizzo del metodo storico-critico negli studi biblici; 2) in liturgia si
passa dal latino alle lingue nazionali, si sposta l’altare verso l’assemblea, si restaura l’anno liturgico;
3) da una concezione clericale della Chiesa si passa a una valorizzazione del sacerdozio universale
dei fedeli; 4) i cristiani delle confessioni non cattoliche passano da scismatici ed eretici a “fratelli
separati”, mentre Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli si tolgono le reciproche
scomuniche; 5) si rivede il rapporto con gli ebrei, togliendo il “perfidi giudei” dalle preghiere del
venerdì santo e non considerandoli più popolo “deicida”; 6) le altre religioni non sono più pensate
come idolatrie, ma come vie di avvicinamento al mistero divino e portatrici di salvezza; 7) il mondo
moderno non viene più condannato in blocco per ciò che di nuovo produce, in particolare le libertà
democratiche, ma si passa a un atteggiamento di ascolto e cordialità.
Per quest’ultimo punto è sufficiente mettere a confronto anche solo due righe del celebre Syllabus di
Pio IX del 1864 con il documento conclusivo del Vaticano II Gaudium et spes per rendersi conto
che c’è una differenza molto maggiore dei 101 anni che li separano nel tempo. Pio IX parla di
«scellerate trame degli empi, che, come flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini»,
il Vaticano II invece di «scrutare i segni dei tempi per conoscere e comprendere il mondo in cui
viviamo». A che cosa è dovuta la notevole differenza? Al mondo, alla diversa idea del rapporto tra
cristiani e mondo. Col Vaticano II il mondo, da avversario con cui lottare, è entrato a far parte della
coscienza che il cristiano ha di sé e della propria fede. Il che ha comportato che alcuni concetti,
prima condannati, siano poi diventati positivo insegnamento dei papi. Oltre alla libertà religiosa si
possono ricordare le libertà democratiche, la salvezza universale, la separazione Chiesa-Stato, la
libertà di stampa. Con il Vaticano II finisce l’epoca della Controriforma, cioè della Chiesa che è
contro: contro le altre chiese cristiane, contro le altre religioni, contro il mondo civile. In questo
senso io concordo pienamente con coloro che colgono la principale novità del Vaticano II non tanto
in un insegnamento positivo quanto in un atteggiamento spirituale e parlano di “spirito del Vaticano
II”. Tale spirito consiste in un rinnovato rapporto della Chiesa col mondo, nel senso che nel leggere
la storia del mondo è subentrata la categoria di laicità, giungendo così a riconoscere l’autonomia
della storia, della politica, della ricerca scientifica, della società civile. La mano di Dio non è più
pensata come direttamente coinvolta nella storia, la quale ha una sua autonomia e deve essere
lasciata libera di autodeterminarsi: è da questa nuova teologia che è scaturita una relazione più
serena e più amichevole col mondo.
Se ai nostri giorni la Chiesa sembra talora tornata quella della Contro-riforma (non a torto Marco
Politi intitola il suo nuovo libro La Chiesa del no), questo lo si deve in gran parte a un’antiquata
teologia della natura che ancora governa la dottrina, incapace di assumere il principio di laicità
introdotto dal Vaticano II a proposito della storia. Come il Syllabus di Pio IX non coglieva la
necessità di una nuova teologia della storia, così i documenti del magistero odierno non colgono la
necessità di una nuova teologia della natura, e conseguentemente della vita e della morte degli
uomini. Questo sarà il compito del Vaticano III, che ogni cattolico responsabile deve iniziare a
preparare dentro di sé, nella preghiera e nell’esercizio vigile dell’intelligenza. Lo Spirito è sempre al
lavoro.

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