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Quando la legge è invasiva

di Stefano Rodotà
in “la Repubblica” del 27 febbraio 2009

Senza la ferma e argomentata critica alla proposta sul testamento biologico in discussione al Senato,
e al sostegno venuto a questa posizione da un numero crescente di cittadini, non vi sarebbero stati i
dissensi all’interno della maggioranza che lasciano intravedere la possibilità di una discussione non
scandita soltanto dalla violenza del linguaggio e dalla povertà degli argomenti.
Da questo è legittimo trarre una lezione politica. La nettezza delle posizioni paga, la critica al
proibizionismo legislativo incontra il consenso sociale, le mediazioni tutte interne alle logiche di
partito non servono a nulla. Si fanno strada, insieme, la consapevolezza che si stanno mettendo in
discussione le libertà fondamentali della persona e la percezione dell’inadeguatezza degli strumenti
giuridici ai quali si vuole ricorrere.
Forse non tutti se ne accorgono, ma stiamo ridefinendo il ruolo del diritto (e di riflesso della
politica) nel mondo contemporaneo, più precisamente il rapporto che lo lega alla vita nelle sue
diverse manifestazioni. Veniamo da una fase in cui si era duramente affermato che la regola
giuridica doveva tenersi lontana dalla vita economica. Deregulation, appunto, era divenuta la parola
d’ordine, tradotta in politiche deliberate di ritirata dello Stato, di rinuncia ad un diritto di fonte
pubblica, lasciando così il mercato alle regole liberamente create da soggetti economici, dal sistema
delle imprese. Un’opposta linea è progressivamente emersa, con particolare forza in Italia, per
quanto riguarda la vita privata. Qui, complice la difficoltà sociale di metabolizzare i cambiamenti
profondi determinati dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, si è fatta strada un’idea
autoritaria di ricorso al diritto che, caduti una serie di vincoli naturali che governavano il nascere e
il morire delle persone, dovrebbe imporre alle persone vincoli artificiali nel governo del corpo.
Ora gli effetti catastrofici della crisi finanziaria fanno invocare non solo un ritorno del diritto, ma la
messa a punto, per la vita economica, di un sistema interamente rinnovato nelle istituzioni e nelle
modalità d’azione dei diversi soggetti pubblici e privati. Parallelamente, sull’onda assai emotiva del
caso Englaro, si è aperta una pubblica discussione sul grande tema del rapporto tra la vita e le regole
che, proprio perché molti sono i fraintendimenti e le strumentalizzazioni, merita un’attenzione non
legata alla contingenza.
E’ necessario liberarsi da un modo semplificato di guardare al diritto, di cui la forza delle cose ha
messo in luce l’inadeguatezza. Bisogna esercitare la virtù della distinzione: solo così si può giungere
alla radice vera dei problemi. Infatti, mentre nella dimensione economica la regola giuridica serve
ad impedire sopraffazioni da parte di chi esercita un potere altrimenti incontrollabile, riconducendo
così le stesse negoziazioni dei privati “all’ombra della legge”, quando si giunge al nucleo duro
dell’esistenza proprio quella regola può divenire essa stessa sopraffazione. Qui l’interrogativo si fa
radicale: diritto o non diritto? E, comunque, che tipo di diritto?
Per rispondere a questi interrogativi non si può rappresentare la situazione attuale come lo scontro
tra opposti estremismi, rimanendo prigionieri della logica del “clash of absolutes”, di quel conflitto
tra “assoluti” al quale ha dedicato riflessioni penetranti uno studioso americano, Lawrence Tribe,
mettendo tra l’altro in evidenza come ormai la questione capitale sia quella di evitare che lo Stato
possa imporre il ricorso ad una tecnologia, sacrificando così la libertà della persona. Proprio
seguendo gli itinerari del diritto si può cogliere un cammino di progressiva liberazione delle persone
da vincoli impropri, che implica anche un ridimensionamento del ruolo del diritto, non più
strumento autoritario, ma custode dell’autonomia di ciascuno. Così, avvicinandosi alla vita, la
regola giuridica incontra il suo vero limite.
Seguiamo qualche tratto di questo cammino. Quando si è attribuito un valore prioritario al consenso
informato della persona, si è operata una redistribuzione di poteri, si è individuata un’area
intangibile dall’esterno, si è sottratta la vita alla prepotenza del potere politico e alla dipendenza dal
potere medico. Non sto dicendo che tutto sia stato risolto. Scrivendo su questo giornale, Carlo Galli
e Roberto Esposito hanno ricordato come nelle situazioni critiche, il morire appunto, la biopolitica
torni con la sua pretesa di impadronirsi del corpo: non dimentichiamo che due libri come il “Trattato
sulla tolleranza” di Voltaire e “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault si aprono con una
descrizione di corpi, del supplizio di Jean Calas e dell’esecuzione di Damiens. Stiamo assistendo a
un ritorno di questa pretesa, accompagnata da una restaurazione del potere medico nelle forme di
una asimmetrica “alleanza terapeutica”, dove il morente e i suoi familiari non sono lasciati soli nel
fiducioso dialogo con il medico, ma consegnati all’esecutore di una impietosa volontà legislativa
che cancella la rilevanza della volontà degli interessati.
Proprio perché di tutto questo rimane piena la consapevolezza, non ci si può limitare a invocare
l’assenza della legge. Bisogna allontanare dalla vita una regola giuridica invasiva, portatrice di
fondamentalismi e autoritarismi, e al tempo stesso sottolineare che vi è un ruolo del diritto come
guardiano di un confine invalicabile, perché tracciato attraverso la “costituzionalizzazione” della
persona. Non entriamo in una zona grigia, ma in uno spazio di libertà dove si arresta la stessa
pretesa del diritto di dettare alla vita le sue regole.
Questo non è un risultato da conquistare, ma una acquisizione da difendere. Ribadire la libertà di
scelta, il diritto al rifiuto di cure, allora, non è affermare una posizione di parte, bensì segnalare il
punto a cui è giunto un cammino civile e giuridico, che oggi si vuol rimettere in discussione.
Infinite volte, in questi tempi difficili, si è ricordato che i principi fondamentali del nostro sistema
già offrono tutti gli strumenti per garantire non solo al morente, ma a tutti noi, la libertà in quella
fase estrema del vivere che è appunto il morire. Qui serve il rispetto, non la pretesa di impadronirsi
della vita altrui, magari invocando in modo largamente abusivo il principio di precauzione o
capovolgendo il significato delle previsioni dell’Onu su alimentazione e idratazione forzata.
Da questo nesso sempre più intenso tra vita e libertà scaturisce per la vita un senso più profondo, e
il diritto trova una sua più discreta misura. Si mette al servizio del “mestiere di vivere”, e così può
essere oggetto di apprendimento, luogo dell’uomo e non del potere, strumento più umile e
disponibile e non imposizione inammissibile.

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