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Il Dio del cuore e il Dio del potere

di Nadia Urbinati
in “la Repubblica” del 1 marzo 2009

Liberare lo Stato dalla religione ha significato consentire alla religione di espandersi liberamente
nella società, di rafforzare la propria forza attrattiva. Questo è uno degli insegnamenti che ci offre la
storia dell’Europa moderna. E liberare lo Stato dalla religione è stato possibile quando lo stato di
diritto ha vinto la propria battaglia sullo stato confessionale. In un libro interessante sull’età del
secolarismo, Charles Taylor, forse il filosofo cattolico più noto e rappresentativo del nostro tempo,
ha mostrato molto bene come l’età secolare non sia affatto un’età di miscredenza, ma invece un’età
di rinascita religiosa proprio per il rispetto affermato della libertà individuale, come libertà di
coscienza e libertà religiosa, la quale è sia libertà di credere che libertà di scegliere in che cosa
credere. Pre-modernità e modernità denotano secondo Taylor anche due modi di essere della
religione: da un lato, una religione nella quale i credenti “appartenevano a Dio” e la loro fede era
identificata con riti, pratiche ecclesiastiche, e gerarchie; e dall’altro, una religione che, sorta dalla
critica di quella vecchia fede in nome dell’autonomia morale individuale, ha reso possibile
l’affermarsi della religione come “fenomeno di fede” – un fenomeno per cui “Dio appartiene a noi”,
come creature che desiderano l’eternità e la trascendenza e quindi credono per scelta.
In tal senso l’umanesimo ha servito la causa della religione e il secolarismo è stato un lavoro non
anti-religioso, ma la condizione affinché la religione tornasse a vivere nel cuore umano, invece che
nei riti e nelle gerarchie. Quando la religione costituita fa un passo indietro, la religione come
credenza fa un passo avanti: questa è stata fin dal Seicento, l’insegnamento della filosofia della
libertà religiosa e della tolleranza, una filosofia grazie alla quale le comunità politiche possono
essere luoghi di tranquillità e di reciproco rispetto.
Difendere lo Stato laico – ovvero lo Stato di diritto – è per questo un dovere che i cittadini religiosi
dovrebbero avere a cuore in modo particolare, non meno degli altri. Stato laico non è stato
secolarista, ma Stato che si dà come criterio per legiferare e giudicare quello della separazione del
giusto dal bene. L’arte della separazione non è arte della negazione o dell’ipocrisia: tenere separati i
nostri criteri di giudizio quando ragioniamo come cittadini e quando ragioniamo come individui
sociali non significa affatto mettere a tacere le ragioni etiche per far trionfare quelle della politica.
L’arte della separazione è quell’arte che consente a chi ha una dimensione religiosa di vita di vivere
in coerenza a questa sua credenza e che non impone con l’arma della legge la sua visione del bene.
E facendo questo non rispetta solo o semplicemente chi non ha particolari credenze religiose, ma
prima di tutto chi ha una forte credenza religiosa e quindi anche se stesso. Poiché se è vero che solo
chi è libero crede – se è vero che il credere è un atto di libertà personale fondamentale – allora chi
crede non può vedere il proprio credo tradotto in un articolo del codice penale. Non è per legge che
la nostra credenza avrà la certezza di essere rispettata, ma per nostra personale responsabilità e
scelta.
Non è l’assenza di una legge che garantisce alla donna di decidere responsabilmente la propria
maternità che libera la donna dell’onere della scelta e la società dall’aborto. Siamo davvero sicuri
che avremo messo a tacere il nostro senso del dovere verso la vita qualora alcuni rappresentanti
politici abbiano trovato un compromesso su questa o quella procedura? E come può un credente
accettare di delegare ad alcuni – in tutto simili a lui – di prendere decisioni che solo egli potrà e
dovrà in realtà prendere? In uno Stato di diritto, la legge non impone a tutti quello che alcuni (non
importa quanti) pensano che sia bene fare in un campo, quello morale, dove è solo la coscienza
dell’individuo che ha l’onere della scelta. È questa legge, non una legge etica, che salvaguardia la
dignità del credente. E ciò che è buono per il credente lo è anche per il cittadino in questo caso. Che
la democrazia sia un governo di eguali significa infatti niente altro che non si dà un criterio più
legittimo per decidere se non la conta dei voti, e questo non perché la democrazia sia dozzinale o
volgare, ma perché essa è umanissima. La democrazia presume che nessuno sia infallibile e saggio
sopra tutti, tanto da poter decidere indubbiamente e ottimamente per tutti. Nessun mio
rappresentante può decidere per me che cosa sia bene che io faccia per difendere la mia dignità
morale. È avvilente quando si assiste a un Parlamento che si arroga il diritto di trattarci come
fanciulli, che detti le sue massime etiche e che per giunta, e per necessità, le condizioni al
compromesso e alla conta dei voti. Il credente religioso e il cittadino hanno qui lo stesso interesse:
quello di avere politici che non facciano della vita l’oggetto di un compromesso politico. È proprio
la dignità, quella di tutti – ma soprattutto quella dei credenti – che è in giuoco quando si chiede allo
Stato di smettere di essere stato di diritto per farsi organo di una dottrina religiosa o etica.

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