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Come convivere con l’Islam radicale

di Fareek Zakaria
in “Corriere della Sera” del 4 marzo 2009

La valle di Swat, in Pakistan, è di nuovo tranquilla. Spesso paragonata alla Svizzera per il suo
panorama mozzafiato di montagne e pascoli, questa regione è diventata zona di guerra nel corso
degli ultimi due anni, quando i miliziani talebani vi hanno sferrato violente battaglie contro le forze
armate. Oggi non è più così, ma solo perché il governo pachistano ha accolto alcune delle richieste
chiave avanzate dai talebani, in primo luogo il ripristino delle corti islamiche.
Da più parti si teme che questo significhi la demolizione delle scuole femminili, la chiusura dei
cinema e la ricomparsa delle decapitazioni sulla pubblica piazza. (..) Non è solo la valle di Swat a
fare i conti con l’ascesa degli islamisti. Anche in Afghanistan, negli ultimi due anni, i talebani hanno
guadagnato terreno. La settimana scorsa, in Somalia, Al-Shabab, un gruppo locale islamico, ha
sottratto un’altra città alle forze governative. Dalla Nigeria e dalla Bosnia, fino all’Indonesia,
giungono notizie che i fondamentalisti islamici trovano crescente sostegno all’interno delle loro
comunità per realizzare i loro obiettivi, tra cui l’introduzione di una qualche forma di Sharia — la
legge islamica — che riflette un’interpretazione intransigente dell’Islam. Niente musica, niente
alcolici, niente fumo, niente emancipazione della donna.
I gruppi che invocano tali politiche sono forze reazionarie e retrive che sicuramente ostacoleranno
lo sviluppo dei loro Paesi e porteranno disonore alla loro fede. Ma non tutti questi islamisti lanciano
appelli alla guerra santa globale, danno rifugio ai terroristi né organizzano operazioni contro il
mondo esterno: nella maggior parte dei casi, si astengono da simili pratiche. Consideriamo, per
esempio, il caso più spinoso, i talebani. I talebani hanno fatto cose terribili in Afghanistan, ma
nessun talebano afghano ha partecipato in modo rilevante a qualche attacco terroristico a livello
globale nell’arco dell’ultimo decennio, nemmeno all’11 settembre. Certo, tra i talebani ci sono
elementi strettamente collegati ad Al Qaeda, ma l’universo talebano è assai vasto e molte fazioni
hanno poco a che spartire con Osama bin Laden. E la stragrande maggioranza aspira a imporre la
legge islamica localmente, non a scatenare la jihad globale.
Come descrivere Faisal Ahmad Shinwari, un giudice afghano? Ha vietato alle donne di cantare in
televisione e chiede la soppressione totale delle trasmissioni via cavo. Si è ripetutamente espresso
contro le scuole miste, a qualsiasi età. Ha firmato la condanna a morte di due giornalisti accusati di
bestemmia. (Il reato: aver scritto che la svolta afghana verso l’Islam è «reazionaria »). A sentire
quanto va proclamando, si direbbe che Shinwari sia un militante islamico, ma in realtà è stato
nominato a capo della suprema corte afghana dopo l’invasione americana, ha ricevuto nelle sue
mani il giuramento di Hamid Karzai, ed è rimasto al suo posto fino a tre anni fa.
Se facesse sfoggio di idee occidentali e liberali, Shinwari perderebbe ogni credibilità presso il suo
popolo. La realtà — purtroppo, a mio avviso — è che l’Islam radicale ha conquistato una vasta base
di consensi nel mondo musulmano, per tutta una serie di motivi complessi che ho esaminato in altra
sede. La ragione principale, tuttavia, è da ricercare nel mancato sviluppo dei Paesi musulmani, sotto
il profilo sia economico che politico. (..) Come inquadrare l’Afghanistan e il Pakistan, due Paesi che
offrono copertura ai terroristi senza essere «stati canaglia »? Per mettere in chiaro la situazione,
laddove esistano cellule e combattenti qaedisti, l’uso della forza militare è l’unica soluzione. Ma in
base alle stime il numero dei combattenti qaedisti in Pakistan è di poche migliaia. Sono questi i
bersagli che andiamo bombardando? E bombardare — da parte degli americani — rappresenta
davvero la migliore soluzione? I raid dei Predator hanno convinto la popolazione locale di essere
aggredita dall’America, e il rancore ha innescato una reazione nazionalistica. Si elimina qualche
elemento di Al Qaeda, è vero, ma il sostegno pubblico alla lotta contro l’estremismo viene meno
proprio nelle zone Pashtun in Pakistan, che rivestono un’importanza cruciale. È uno scambio
sensato?
Abbiamo assunto una posizione di conflitto armato nei confronti dei fondamentalisti islamici che va
dall’Africa del Nord fino all’Indonesia, e questo ha conferito all’operazione tutti i connotati di uno
scontro di civiltà, e per di più sanguinoso. Certo, molti despoti locali sarebbero ben lieti di reclutare
le forze armate americane per sconfiggere i loro nemici, alcuni dei quali potrebbero essere jihadisti,
e altri no. In tutta la regione dell’Africa del Nord, gli Stati Uniti e altre potenze occidentali
appoggiano dittatori laici che dichiarano di voler combattere forze di opposizione islamiste. In
cambio, però, questi governanti hanno fatto ben poco per promuovere vere riforme, rafforzare le
istituzioni statali e diffondere la trasparenza in politica. (..) Molti islamisti sono effettivamente
fanatici, reazionari ed estremisti (altri invece sono ciarlatani e opportunisti). Ma la nostra reazione
viscerale talvolta ci impedisce di vedere in loro dei potenziali alleati nella lotta molto più allargata
contro il terrorismo islamico. Il governo Bush ha passato il suo primo mandato a disquisire in modo
astratto e teorico sull’Islam radicale e le sue ma-lefatte, e gli intellettuali conservatori diffondono
ancora oggi siffatta retorica. Nel secondo mandato, però, il governo era già alle prese con le
complessità dell’Islam incontrato sul campo. È istruttivo constatare come Bush abbia finito per
adottare una strategia raffinata e ricca di sfaccettature verso l’Islam politico nel solo Paese dove tale
realtà era tangibile, in Iraq. Dopo l’invasione dell’Iraq, gli americani si sono messi alla ricerca di
alleanze sul posto, presso quei gruppi politici che potevano diventare la faccia irachena
dell’occupazione. Il governo Bush ha dovuto ammettere che trent’anni di Saddam — un tiranno
laico e fallimentare — si erano lasciati dietro un’opposizione composta esclusivamente da fanatici
islamisti. Gli americani hanno preso accordi con tali gruppi, per lo più partiti sciiti costituiti sul
modello delle organizzazioni ultra religiose iraniane, e ha acconsentito che occupassero quasi tutto
il Sud del-l’Iraq, a predominanza sciita. In questa regione, la versione inflessibile del-l’Islam da essi
introdotta è molto simile a quella oggi in vigore in Iran, e in alcuni casi addirittura più estrema. E’
stato messo al bando il consumo di alcolici; le donne possono girare solo se coperte dalla testa ai
piedi; è iniziata la persecuzione dei cristiani; e l’affiliazione religiosa è diventata l’unica strada per
ottenere un lavoro statale, o una cattedra universitaria.
Benché queste posizioni intransigenti si vadano attenuando, la regione sud dell’Iraq resta preda
dell’oscurantismo islamico. Ma non è un vivaio di jihadisti. Con la progressiva maturazione del
processo democratico, c’è da augurarsi che si verifichino anche qui le modificazioni che abbiamo
visto in Nigeria. «È difficile consegnare il potere nelle mani di chi non crede nella libertà », dice un
ex analista della Cia, Reuel Marc Gerecht. «Se l’obiettivo resta quello di sconfiggere il qaedismo,
occorre avviare un processo evolutivo. La risposta non sta nell’Islam moderato. I religiosi sciiti e i
fondamentalisti sunniti sono la nostra garanzia contro futuri 11 settembre».
Il governo Bush ha stretto alleanze con i fondamentalisti in un’altra occasione in Iraq, nella
cintura
sunnita. Malgrado gli scontri furibondi, alcuni funzionari sono riusciti a stabilire collegamenti con
esponenti della comunità sunnita, coinvolti nella ribellione. Molti di loro erano tipici militanti
islamici, mentre altri erano semplici ex membri del partito baathista o capi di varie etnie. La
strategia avviata dal generale David Petraeus per contrastare l’insurrezione ha accelerato questo
processo. «Abbiamo vinto la guerra in Iraq soprattutto perché siamo riusciti a separare i militanti
locali dai jihadisti globali », dice Fawaz Gerges, uno studioso presso il Sarah Lawrence College,
che ha intervistato centinaia di militanti musulmani. «Eppure il mondo non è ancora disposto a fare
questa distinzione tra i due gruppi».
Una strategia simile potrebbe funzionare in Afghanistan? Dice David Kilcullen, un esperto di
contro-insurrezione e consigliere di Petraeus: «Ho sentito capi tribali e funzionari del governo
afghano a livello provinciale e distrettuale affermare che il 90 per cento di quelli che noi chiamiamo
talebani sono in realtà combattenti tribali, nazionalisti Pashtun oppure approfittatori che fanno i loro
interessi. Meno del 10 per cento condivide l’ideologia di Quetta Shura (il gruppo dirigente del
Mullah Omar) o di Al Qaeda».
Al di là del problema afghano, tuttavia, è cruciale adottare una strategia più sofisticata nei confronti
del fondamentalismo islamico. Sarà una scelta naturale per il presidente Obama, che più volte, in
campagna elettorale, si è espresso sulla necessità di un approccio differenziato verso i Paesi
musulmani. Persino il Washington Institute, il think tank preferito dai conservatori, sembra aver
accolto la proposta. Questa settimana pubblicherà un dossier per raccomandare agli Stati Uniti di
ricorrere «a un linguaggio sfumato, non aggressivo» e di evitare dichiarazioni roboanti quali
«guerra al terrore», «insurrezione globale », e persino «il mondo musulmano ». Tutto quanto può
contribuire a evidenziare la varietà dei gruppi, movimenti e motivi all’interno di quel mondo
rafforza la tesi che non si tratta di una battaglia tra l’Islam e l’Occidente. Bin Laden sostiene invece,
instancabilmente, che tutti questi gruppi diversi fanno parte del medesimo movimento globale. Non
dobbiamo prestarci al suo gioco, bensì ribadire che molte di queste forze sono locali, avanzano
rivendicazioni specifiche e hanno ben poco in comune tra di loro.
Questo, però, non significa che dovremo chiudere un occhio davanti all’incendio delle scuole
femminili o alla lapidazione dei malfattori. Riconoscere la realtà dell’Islam radicale non significa
accettarne le idee. Occorre, anzi, difendere con orgoglio e fervore le nostre opinioni e i nostri valori
e perseguire con risolutezza quelle politiche che possono assicurarne il successo. Il semplice fatto
che gli Stati Uniti sono presenti in questi Paesi e lavorano a tali problematiche — e non si limitano
a bombardare, catturare e uccidere — potrebbe modificare lo stato d’animo della gente del posto nei
nostri confronti.
Il velo non è paragonabile alla cintura imbottita di esplosivo. Riusciremo tanto meglio a realizzare i
nostri ideali quanto più saremo disposti a riconoscere il contesto locale e culturale, e ad ammettere
che i popoli preferiscono trovare da soli l’equilibrio tra democrazia e ordine, libertà e licenza. In
ultima analisi, il tempo è dalla nostra parte. Al Qaeda ha già perso terreno in quasi tutti i Paesi
musulmani e il fondamentalismo islamico è votato al medesimo destino. Ovunque esso sia stato
messo alla prova — in Afghanistan, Iraq, in alcune regioni della Nigeria e del Pakistan — la gente
si è ben presto disamorata delle sue attrattive. La verità è che tutti gli islamisti, violenti o no, non
hanno ancora saputo trovare risposta ai problemi del mondo moderno né sviluppato una visione
della realtà che possa soddisfare le legittime aspirazione degli uomini e delle donne di oggi. Noi sì.
E questa è l’arma più potente di tutte.

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