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I valori rifugio

di Barbara Spinelli
in “La Stampa” dell’8 marzo 2009

C’è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi
in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene
comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate
da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le
bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La
Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è
pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.
Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo
scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi
ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più
intimo dell’uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde
il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s’unisca al salace,
producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell’Umanità, Karl
Kraus descriveva l’eccitata vigilia della Guerra ’14-’18 come epoca di valori tanto più gridati,
quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest’epoca enfatica,
violenta e cieca.
Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s’aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario
ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono
ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano
affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto
che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». È quello che fa il
presidente del Consiglio in Italia: prima negando la crisi, poi accusando i media d’ingigantirla
evocando tragedie, sempre usando i valori come diversivi. I valori sono già oggi e diverranno
sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l’attenzione da sfide vere, mal
comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s’impongono con rigide
gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro
dell’impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree
graduatorie: ogni schieramento pretende d’esser custode dei valori supremi, relegando l’avversario
nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si
parla d’altro.
Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè
l’insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la
libertà, l’eguaglianza, la vita, la pace, l’autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo
politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma
nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il
potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l’avversario.
I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità.
Apparvero nell’800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per
Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all’avversario, deturpando parole e abolendo
antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere
sulla base d’un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno
una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia
funziona, nell’etica no. Anche la Chiesa si presta a un’operazione che assolutizzando i valori li
incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II – con il suo desiderio di vedere la realtà da
più punti di vista – sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII
difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il
bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi
naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé
il bene, la letizia, la pace, l’incoraggiamento». L’arroganza dei valori è da anni prerogativa della
destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c’era chi non dissociava valori e
violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù
è impotente, senza terrore».
I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione – o
trasvalutazione – dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori
non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi – pur discordando – deve pur
sempre convivere. Se vogliono evitare l’antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie
ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace,
acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una
per una (per esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria
morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il
potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno
adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente
assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non
minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.
La crisi economica che traversiamo è tragica, checché ne dica il presidente del Consiglio, proprio
perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li
assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva
nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il
nudo interesse, il “puro rendiconto”.(…) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è
sconsacrato, e alla fine l’uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di
vita e le relazioni con i suoi simili».
Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri.
Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i
modi del conversare democratico. La scorsa settimana ne abbiamo avuto un esempio. Venuto da
fuori, straniero al comune sentire come i persiani delle Lettere di Montesquieu o il bambino di
Andersen che scopre il re nudo, un allenatore di calcio (José Mourinho, dell’Inter) ha denunciato la
«grandissima manipolazione dell’opinione pubblica», la «prostituzione intellettuale» di tanti
giornali, il «pensare onesto» che in Italia fatica a guardare i fatti e s’abbarbica a idee
preconfezionate. Ad ascoltarlo c’era da trasecolare: Mourinho sembrava parlasse non del calcio, ma

dell’Italia tutta. Subito è stato zittito in nome dei sacrosanti «toni bassi»: quest’altro valore
supremo, usato come mezzo per non affrontare il merito di una questione e azzittire avversari o
magistrati. Toni bassi abbandonati senza pudore, ogni volta che fa comodo al capriccio dei potenti.

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