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Lettera agli uomini lupo e ai re della foresta

di Tiziana Plebani
da www.womenews.net

A voi Uomini che state sostituendo alla realtà d’ogni giorno il terribile immaginario della fiaba di Cappuccetto rosso, uomini lupi che si aggirano famelici negli spazi verdi delle nostre città, usando il pene come un’arma.
A voi uomini ronda che setaccerete i quartieri, innalzando il livello di violenza e tensione che già si respira in città, a voi e a chi vi manda: fermatevi, parliamo di che cosa sta succedendo, in noi donne, in voi, in tutti.

C’è una differenza sostanziale tra avere un corpo d’uomo ed essere uomini. Noi non siamo macchine, voi non siete macchine, non siete incatenati a un’istintualità rapace. Non c’è alcuna forza naturale che vi spinga a usare il pene come un pistone, una leva, una mazza. Non avete tra le gambe qualcosa di incontrollato. E lo stupro non ha nulla a che vedere con la sessualità.

Noi donne nemmeno riusciamo a capire non solo come si possa godere violando un’altra persona ma neppure come quella parte del vostro corpo possa reagire, drizzarsi, ergersi. A cosa obbedisce? Non all’istinto sessuale.
No. Reagisce al richiamo del dominio, alla possibilità di esercitare potere e infliggere umiliazione. Non possiamo credere che ciò che provate sia piacere. Si tratta di un linguaggio che purtroppo si può apprendere sin da piccoli, imitando rapporti familiari distorti, succhiando le volgarità dalla televisione e dai media, assorbendo violenza dal razzismo o dal disinteresse subiti; è qualcosa che si respira nell’aria in questo momento, forse più che in altri.

Alcune società investono nell’educazione al rispetto e alla consapevolezza, nella possibilità di essere uomini e donne e non di avere un corpo di uomini e donne, oggetti solo di consumo; altre, come pare ora la nostra, indirizzano sulla strada opposta che conduce però all’ottundimento del percepire e del sentire se stessi, gli altri, la comunità. Non è una via senza uscita: non siamo senza strumenti. Siamo esseri simbolici, non c’è nulla, non c’è porzione del nostro corpo e parte delle nostre pratiche più intime, che non sia iscritta, interpretata, segnata dal lavoro della cultura. Non si nasce uomini lupi e re della foresta, lo si diventa.

Ci difenderanno forse gli uomini ronda? La foresta, il bosco di Cappuccetto rosso ritorneranno ad essere incantati? Nella favola originale di Cappuccetto Rosso, quella di Perrault, né la nonna né la bambina escono vive, non vi sono salvatori. Le ronde, le squadre paramilitari, parlano il linguaggio del corpo disciplinato e pronto ad agire come un’arma, organismo che scatta e reagisce a un pericolo come un meccanismo ben oliato, spesso dimentico di sé e della propria fragilità, simile a quella di tutti gli altri.

Se ha in mano una pistola (metafora del fallo) ha l’onnipotenza di pensare di poter decidere della vita di chi gli sta di fronte, aggressore o aggredito. Non abbiamo bisogno di altri che si aggirino alimentando la sfiducia e la paura del vivere, facendoci sentire in un carcere, seppure allargato. Ciò che manca è un patto di convivenza gentile tra tutti i cittadini, nuovi e vecchi, tra donne e uomini, un’alleanza che ci permetta di governare la grande trasformazione delle nostre città nella contemporaneità. Un patto frutto di una cultura che faccia percepire a tutti che la città, lo spazio di vita, è un bene comune, che le relazioni tra gli uomini e le donne, tra le persone, sono un bene comune.

Una consapevolezza che porti tutti noi ad avere uno sguardo vigile e attento come lo sguardo della madre che ci seguiva quando andavamo a scuola, fin quando sparivamo al suo orizzonte. Come possiamo del resto restituire altrimenti la fiducia e la bellezza ai parchi, ai giardini, agli spazi verdi, preziose risorse della qualità del nostro abitare la città? Come possiamo tornare a camminare senza guardarci indietro, come possiamo amare la notte, l’oscurità silenziosa e dolce, come continuare ad assaporare il vento seduti su una panchina al margine del buio? Non con le ronde, no, no di certo, ma con una cultura solidale ed empatica che ci restituisca una comunità.

E soprattutto, Uomini, con il coraggio di guardarvi dentro, di prendere per mano il lupo che c’è e di insegnargli gentilmente che non è costretto ad avere un pistone, uno stantuffo, un’arma tra le gambe e che può divenire un uomo. Che, come si apprende una lingua, si può apprendere l’alfabeto del corpo e dei sentimenti.
Se lo vogliamo noi, donne e uomini insieme con gentilezza, possiamo senza ronde rimanere a guardare le stelle senza paura.

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