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La paura della fine e il biotestamento

di Adriano Prosperi
in “la Repubblica” del 10 marzo 2009

La battaglia sul testamento biologico è una prova imposta da una destra politica che ha scelto di
governare col parente povero del terrore: la paura. Al terrore è necessaria la forza; e oggi la forza
può essere usata vigliaccamente solo contro minoranze disgregate e indifese, come immigrati e rom.
La paura è invece lo strumento adatto: è un sentimento che filtra e circola impalpabile nella società
liquida dove sono venute meno le tradizionali forme associative e le solidarietà di classe si sfaldano.
La paura della morte è il sentimento primario, dominante sull’intera famiglia dei timori che dettano
comportamenti e regole sociali. Alcune di queste regole sono così radicate da apparire naturali
mentre naturali non sono. Tali sono le norme sanitarie che nel mondo occidentale – a differenza di
quelle vigenti nelle culture musulmane – impongono la distanza di almeno ventiquattro ore tra
l’accertamento del decesso e la sepoltura e richiedono l’esposizione e la veglia del defunto nella
camera mortuaria. Queste norme furono dettate nel ‘700 dal diffondersi di una paura nuova, quella
della morte apparente che si sostituì allo spauracchio religioso della morte improvvisa senza
confessione e sacramenti, senza il tempo di prepararsi all’ingresso nel mondo dell’aldilà.
Oggi siamo al capitolo successivo di questa storia. Un capitolo dominato dagli stessi incubi: nel
‘700 si immaginò un collegamento tra il sepolcro e l’esterno con un campanello per l’eventuale
risveglio del morto alla vita; oggi avremo forse bare dotate di telefoni cellulari. Ma la paura
dominante è che qualcuno approfitti della nostra condizione di coma o di malattia terminale per
tagliare gli ultimi fili, per recidere coi tubi dell’idratazione e dell’alimentazione forzata ogni
speranza di risvegliarci vivi in questo mondo.
Se si riflette alla svolta culturale profonda di cui questi sentimenti sono figli, fa una curiosa
impressione sentire il cardinal Bagnasco affermare solennemente che la vita – questa qui, in questo
mondo – è un bene indisponibile. E tutto l’affaticarsi della Pontificia Accademia della vita sembra
muoversi sotto un cielo diverso da quello dell’antico Regno dei Cieli e della agostiniana Città di
Dio, un cielo da cui è scomparsa quella religione cristiana che una volta considerava l’esistenza
umana come una favola breve e illusoria, una preparazione alla vita vera. Oggi una Chiesa sconfitta
nel ‘700 dalla secolarizzazione di valori e comportamenti trova un’imprevista occasione di alleanza
con la politica proprio nell’attaccamento alla vita, questa vita terrena, e nel governo delle pulsioni
diffuse dalla paura di perderla.
Alleanza fragile e illusoria: come mostrano le divisioni e le incertezze che frammentano anche gli
schieramenti parlamentari, il vero problema a cui si sta cercando di dare risposta è quello di
conservare oltre ogni limite fisiologico tutti i diritti a disporre della nostra esistenza come proprietà
individuale e inalienabile, impedendo a chiunque di disporne. Per questo lo scoglio della legge che
si sta elaborando è costituito dalla questione se si debba imporre a medici e parenti l’obbligo di
mantenere l’idratazione e la nutrizione forzata: uno scoglio reale, perché ogni parlamentare deve
valutare personalmente che cosa lo spaventa di più, se la morte o l’imprevedibile, inimmaginabile
sofferenza o indegnità di una forzata sopravvivenza del suo corpo attaccato a tubi e oggetto di
manipolazioni.
Ma deve essere chiaro a tutti quanto sia pericolosa una politica che segua l’impulso della paura. La
legge che si sta preparando è un atto di biopolitica, prefigura un ingresso del potere politico nella
stanza del morente. Abbiamo visto una prova generale di quello che potrebbe accadere a ciascuno di
noi: agli ispettori ministeriali spediti a violare la stanza della clinica «La Quiete» di Udine sono
seguite inaudite accuse di assassinio, sequestro di cartelle cliniche, apertura di procedimenti
giudiziari. Questi fatti non avrebbero mai dovuto verificarsi in un paese civile. Ma ci sono stati: ed è
per questo che la legge sul fine vita, per quanto deprecabile, per quanto non necessaria nel sistema
delle garanzie giuridiche teoricamente esistenti, è diventata oggi un passaggio inevitabile.
La solitaria battaglia condotta per un tempo infinito da Beppino Englaro nel labirinto delle leggi, in
difesa della dignità umana, del vincolo dell’amore paterno e del dovere di protezione che lega padri
e figli, ha dimostrato che la saggia e decisiva norma della Costituzione non bastava da sola a
tutelare il diritto di ognuno a disporre della propria vita, a porre un limite all’accanimento
terapeutico. Ma se legge ha da esserci, bisogna che sia tale da ricondurre il momento del fine vita
all’ambito suo proprio: quello in cui ciascuno decide – personalmente se può o per il tramite di suoi
fiduciari – fino a che punto è disposto a tollerare interventi sul suo corpo; quello in cui solo il
medico fedele al suo giuramento può accompagnare l’essere malato e sofferente collaborando con
lui e coi familiari in scienza e coscienza. Ogni altro limite imposto per legge sancirebbe la sconfitta
finale della battaglia civile che in nome della legge e dei diritti sanciti dalla Costituzione è stata
condotta da Beppino Englaro. La prova di questa legge è dunque la prova dell’esistenza o meno di
una opposizione degna di questo nome: una opposizione non necessariamente disegnata dal confine
dei partiti e delle maggioranze politiche, fatta da parlamentari che si sentano obbligati in coscienza
a difendere con la costituzione i diritti inalienabili di ogni essere umano – dunque, anche i loro
diritti.

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