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Disuguaglianza e discriminazione

di Loredana Biffo

Per tutelare il mondo femminile sia fuori che dentro la famiglia occorre avviare un lavoro strutturale sul piano dell’educazione e della formazione, a partire dalle scuole e dai consultori; ma è altresì necessario che la politica investa su dinamiche a lungo termine funzionali al perseguimento di un equilibrio sociale che tanto appare fragile Lo stupro come mezzo di dominio e di sopraffazione dell’uomo sulla donna, è una realtà, una tradizione, uno stereotipo culturale, un dolore secolare delle società tutte.

Usato in guerra come dimostrazione di disprezzo, appropriazione e annientamento del nemico. Gli invasori hanno sempre violentato le donne dei loro nemici, un delitto barbarico per antonomasia, al quale si è abbandonata ogni “truppa” di maschi soli da che mondo è mondo, le compagnie di lanzichenecchi nel XVI secolo, i “turchi” sbarcati di sorpresa su una qualsiasi “marina” di reparti marocchini dell’esercito francese nel 1944. Gli attuali immigrati sono anche essi una truppa, spesso si tratta di uomini soli e disperati, di bassa educazione e con deboli freni inibitori.

Si tratta di un reato arcaico e fratello della disuguaglianza che è sempre stata la prima causa di discriminazione delle donne percepite come inferiori, percezione alimentata dalla loro discriminazione giuridica nei diritti politici e civili. Non dimentichiamo che solo da pochi anni è stato abolito il delitto d’onore, la galera per abbandono del tetto coniugale, da poco è stata introdotta la legge sul divorzio, sull’aborto. Lo stupro inoltre fino a pochissimo tempo fa, essendo considerato un reato contro la morale e non contro la persona, rimaneva praticamente impunito.

E’ un reato che conosciamo bene, lo conoscevamo anche quando i media non ne parlavano, solo che ora ci sono cronisti sguinzagliati nelle questure in cerca di casi clamorosi con cui riempire le pagine dei giornali. E’ interessante sapere che le violenze sessuali sono passate da 5000 negli anni ‘60 a poco più di mille allo stato attuale. Ovviamente però raccontiamo in televisione qualunque stupro, mentre si deve sapere che negli anni ‘50 i fatti di cronaca nera apparivano nelle ultime pagine. Oggi i tempi di informazione televisiva passano dal 10,24 del 2003 (10% del tempo) al 23,7 del 2007, un quarto dell’informazione. Di fatto si arriva ad una percezione della sicurezza che è passata dal 15% della popolazione che collocava la sicurezza al primo posto soltanto quindici anni fa al 40-45% attuale.

Ci troviamo quindi di fronte ad una insicurezza che è per lo più una costruzione sociale e politica, una strumentalizzazione da parte dei politici che trova efficace speculare sul corpo della donna, ne sono un esempio eclatante le esternazioni del Presidente del consiglio a proposito della presunta possibilità di procreare da parte della povera Eluana Englaro. Originale l’associazione di idee da parte di Berlusconi rispetto a cosa può servire la vita di una donna se non alla riproduzione della specie – uno stereotipo duro a morire – e non è certo l’unico a pensarla così: è superfluo fare delle considerazioni sulla concezione naturalista e maschilista che ha la Chiesa nei confronti del corpo della donna.

Lo stupro nell’immaginario collettivo è quello che viene fatto ad una donna sola per strada che viene aggredita da uno o più sconosciuti, in genere stranieri. In realtà a strappare con la forza il rapporto sessuale sono più spesso persone di famiglia, conoscenti, ex partner, datori di lavoro. Ma in questi casi le denunce sono più rare, una donna su tre non confida a nessuno quello che ha subito, sia per paura, sia perchè sa che non ci saranno conseguenze per gli stupratori.

La donna ancora oggi è considerata un corpo fragile, a disposizione di quello del maschio violento, di ogni nazionalità e colore. Tali sono anche i maschi italiani che vogliono le ronde, e prendono a sprangate gli immigrati dicendo “difendiamo le nostre donne”: nostre di chi? E’ ora di finirla con questo concetto di proprietà della donna da parte dell’uomo, perchè è proprio questo che induce l’uomo a uccidere, violentare, picchiare o anche solo minacciare la donna nel momento in cui questa decide di interrompere una relazione; è questo concetto che insinua il dubbio della legittimità o rende difficile stabilire che la violenza sessuale all’interno del matrimonio, o convivenza sia illegittimo, perchè in fondo si tratta di un “diritto di proprietà” da parte dell’uomo. Lo stesso principio vale quando si sostiene che “lei ci stava”, o che era troppo avvenente. Già, perchè la bellezza è una provocazione per i poveri uomini fragili e incapaci di controllare le loro pulsioni.

Uno studio dell’Università di Princeton – che ha una vera passione per le cose del sesso – ha stabilito che in certi uomini, si presume insaziabili, la fotografia di una bella ragazza accende la stessa sezione del cervello che reagisce agli oggetti desiderabili, come se la donna non fosse del tutto un essere umano o, comunque, meno umano di quanto può esserlo un’automobile o un capo firmato. Questa è una percezione della donna come oggetto, come qualcosa da prendere, possedere, sottomettere per ragioni biologiche e irrazionali. Forse basterebbe che gli uomini stessero davanti alla televisione perchè i loro cervelli lampeggiassero di luci come un albero di natale, causando loro seri tormenti e impulsi riprovevoli. Ma più di questa eventualità bizzarra, mi preoccupa quella sorta di rancore muto e protervo che le donne sentono salire dal mondo maschile, rancore per la loro libertà di essere sessualmente disponibili o indisponibili a seconda della sola loro volontà, per la capacità di non aver padroni, di non dipendere, di cavarsela da sole.

Oggi è ancora necessario fare i conti con l’immagine femminile immessa sul mercato come oggetto virtualmente desiderabile e accessibile. Bisogna ancora fare i conti forse col cervello maschile e le sue reazioni, con la fragilità e la rabbia dell’uomo. Essere donna è purtroppo ancora un pericolo, è la sua debolezza fisica ad essere colpita attraverso minacce, violenze o promesse di protezione.

La vita delle donne continua ad essere dominata dalla violenza degli uomini, dai precetti religiosi (dati da uomini), dalla disuguaglianza nel lavoro e nella politica. Sono le donne a perdere di più quando si promuove solo il bene del gruppo (famiglia, lavoro, società) senza in alcun modo mettere in discussione a quali gerarchie interne vengono subordinate in fatto di potere e opportunità. Si pensi a tutte le forme di precariato, alla proposta di mandarle in pensione più tardi, a cosa ci si aspetta da loro, e cioè che sopperiscano alle carenze dello stato sulle cure famigliari. E’ importante porre l’accento su questi problemi, perseguire un modello di società in cui ogni persona abbia la possibilità di sviluppare individualmente le proprie potenzialità, e non solo in funzione della famiglia, dello stato o delle strutture organizzate, anche se queste sono altresì importanti per promuovere il cambiamento.

E’ importante focalizzare che i diritti hanno una natura prepolitica, e che la politica ha un’importanza fondamentale non solo per soddisfare i bisogni ma anche per formularli. La famiglia è spesso un luogo di violenza perchè è il luogo nel quale ci si gioca la propria identità e dove è più difficile prendere le distanze dall’altro, che è riconosciuto come il primo responsabile del proprio benessere o malessere. Gli uomini oggi vivono il cambiamento culturale e sociale delle donne come una sfida al loro potere arcaico basato sul possesso, non accettano di sentirsi sfidati, o che la donna abbia il diritto di vivere autonomamente. La novità è che oggi ci sono più donne che si mettono in condizioni di sfida.

Possiamo certamente sostenere che oltre a sostenere la tutela delle donne attraverso la costruzione di case protette e relativi aiuti economici quando se ne vann
o da una situazione famigliare, è altresì importante cominciare a fare un lavoro strutturale sul piano dell’educazione e della formazione, a partire dalle scuole, dai consultori famigliari e da tutti quegli ambiti dove è possibile intervenire in modo da promuovere un vero cambiamento culturale nel rispetto della persona umana. Occorre che la politica investa su dinamiche a lungo termine necessarie al perseguimento di un equilibrio sociale che tanto appare fragile.

Per questo motivo l’Associazione Frida Malan ha redatto una lettera da mandare alle parlamentari elette per chiedere che venga proposto in parlamento l’inserimento curricolare all’educazione sessuale dalla scuola media, perchè non si può pensare di risolvere il problema della violenza esclusivamente attraverso la repressione di comportamenti scorretti. E la scuola deve sopperire alle carenze culturali che possono derivare anche da comportamenti o stereotipi che provengono dall’ambito famigliare che si innesta in diversi ambiti culturali, e che non sempre ha gli strumenti adatti per educare i figli su una tematica così fondamentale per lo sviluppo di una società più equilibrata e rispettosa dell’individuo indipendentemente dal genere.

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