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La lettera

di Raniero La Valle
in “Koinonia-Forum” n. 136

La lettera che il Papa ha scritto ai vescovi per rimediare alla crisi aperta con la revoca della
scomunica ai prelati lefebvriani, contiene due informazioni che lasciano interdetti.
La prima è che la Santa Sede non consulta Internet, altrimenti – par di capire – venendo a sapere
quello che dicevano i vescovi scomunicati, non li avrebbe riammessi alla comunione. Il Papa ne trae
ora “la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo portare più attenzione a questa fonte di
notizie”. La decisione è giusta, ma è sconcertante che fino al presente la Santa Sede sia rimasta
priva di milioni di notizie che certamente aiutano a capire lo stato del mondo (e della stessa Chiesa),
notizie che per altro non sono state conseguite nemmeno attraverso i canali tradizionali di
proverbiale efficienza e meno moderni.
La seconda informazione è che il Papa si è sentito aggredito anche da cattolici, “con un’ostilità
pronta all’attacco”, e che anche nell’ambito ecclesiale sarebbe stato trattato “con odio senza timore
e riserbo” per avere osato avvicinarsi ai lefebvriani, venendo così coinvolto nella stessa intolleranza
e nello stesso odio di cui essi sarebbero vittime nella Chiesa, pur contando quel gruppo, come dice
il Papa, 491 preti, 6 seminari, 8 scuole, 117 frati e un gran numero di fedeli. È in questo contesto
che il Papa trova applicabile il grave giudizio di San Paolo: “Se vi mordete e divorate a vicenda
guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri”. Questo passaggio della lettera indica
che il Papa si è sentito in pericolo, non certo nella sua vita fisica, ma nella sua identità come papa. È
una cosa assai drammatica, che merita tutta la nostra solidarietà, come sempre si deve essere vicini
a chi è o si sente in pericolo, quale che sia la causa del pericolo.
Per questa estrema sincerità, non priva di spunti autocritici e fraterni, la lettera è stata molto lodata,
e molto se ne è apprezzata l’intenzione di tranquillizzare i “vescovi perplessi”, prendendone sul
serio le obiezioni. Tuttavia se questo era il proposito, allora la lettera avrebbe dovuto essere
indirizzata non solo ai vescovi, ma anche a noi fedeli, che siamo coinvolti nelle decisioni del Papa
come “pastore di tutto il gregge”, e che siamo rimasti non meno turbati dal provvedimento del 21
gennaio, bene o male che ne siano stati illustrati “la portata e i limiti”, nello “sbaglio” che si è
compiuto, dice il Papa, “al momento della sua pubblicazione”; altresì la lettera avrebbe potuto
essere indirizzata a tutti gli uomini di buona volontà che erano stati toccati dal Concilio e chiamati a
testimoni della riconciliazione con gli ebrei, e che avevano appreso dai giornali che tutto ciò era
stato rimesso in discussione.
Quanto al merito del chiarimento papale, esso sostanzialmente retrocede il provvedimento del 21
gennaio a un atto di benevolenza privata, disponibile al Papa perché riguardava solo la disciplina
della legittimità della consacrazione episcopale, e non le dottrine coinvolte nello scisma
lefebvriano; un atto di clemenza volto a liberare i ribelli da un “peso di coscienza”, mentre resta la
più larga scomunica (anche se tecnicamente non si chiama così) verso la Fraternità scissionista, “la
quale non ha alcuno stato canonico nella Chiesa e i suoi ministri non esercitano legittimamente
alcun ministero nella Chiesa”: insomma un esserci senza esserci.
Ma la cosa più importante di tutte che emerge da questo gran trambusto ecclesiale, è che la vera
posta in gioco è la sussistenza del Vaticano II nella Chiesa. L’accanimento, denunciato da Benedetto
XVI, con cui si è combattuta questa battaglia, dimostra che a oltre quarant’anni dal Concilio, la
Chiesa – vescovi e comunità dei fedeli – non è affatto disposta a lasciarselo togliere, e la lettera
pontificia ne rappresenta, in un certo senso, la presa d’atto. Resta naturalmente lo spazio, che
continuerà a essere tenuto dai conservatori, del gioco delle interpretazioni, per una “ermeneutica”
riduttiva del Concilio, che nulla avrebbe cambiato rispetto alla tradizione, portando in sé “l’intera
storia dottrinale della Chiesa”, come dice il Papa, quale era giunta fino al 1962.
Questo diventa pertanto il problema teologico dell’ora: dare conto delle straordinarie novità
comportate dal Concilio nella stessa comprensione e formulazione delle dottrine della fede,
comprendendole più a fondo come prosecuzione, arricchimento, lettura critica (fino al pentimento!)
e nuova intelligenza spirituale (cioè, nello Spirito) dell’intera tradizione ecclesiale. E ciò proprio per
rispondere, oggi come allora, al vero problema indicato da Benedetto: impedire che in questo nostro
momento della storia Dio sparisca dall’orizzonte degli uomini.

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