Home Politica e Società Forme di discriminazione create dallo Stato

Forme di discriminazione create dallo Stato

di Angelica Bertellini
da Articolo 3 – Osservatorio sulle discriminazioni

Dicembre 1974. Angelo, un giovane avvocato, è coinvolto in un incidente stradale in cui perde la vita il suo più caro amico, che era alla guida. Lui riporta gravi lesioni, uscirà dall’ospedale solo a marzo, e vi trascorrerà la gran parte del tempo allettato, tra un intervento chirurgico e l’altro. Iris è la sua fidanzata, che da poche settimane gli ha dato una figlia. Non convivono, non sono sposati e non si sposeranno mai. Scelte. Le suore infermiere del reparto non sembrano dare alcuna importanza alla cosa: vedono Iris al letto di Angelo quotidianamente, all’alba prima del lavoro e la sera fino alla notte, tutta la giornata nei festivi, per mesi. Lei lo assiste in tutto e per tutto ed è considerata e trattata al pari di una moglie.

Trascorrono quasi trent’anni. Si sono vinte molte battaglie per i diritti civili: il referendum sul divorzio nel 1974, la legge 194 sull’interruzione della gravidanza nel 1978, la riforma del diritto di famiglia nel 1975.

Agosto 2002. Angelo viene ricoverato nello stesso ospedale con tosse persistente e febbre alta. E’ un cancro veloce e spietato, morirà quattro settimane dopo. Iris è la sua fidanzata, la loro figlia ha 28 anni e il cognome della madre. Non convivono, non sono sposati e non si sposeranno mai. Scelte. Iris assiste Angelo quotidianamente, separandosi da lui solo la notte. C’è la legge sulla privacy dei dati personali, a tutela del paziente, in teoria. Angelo firma il modulo perché Iris, che lui definisce “compagna” sia considerata, assieme al proprio medico di base, l’unica persona a poter essere informata della sua situazione sanitaria e a poter decidere per lui, qualora Angelo perdesse la capacità di esprimere la propria volontà. No. Serve un famigliare. Ecco che un modulo stampato su carta verdina – che in teoria, dicevamo, dovrebbe difendere uno o più diritti – rivela il suo lato oscuro e forte: lo Stato impone che solo il nome di chi è formalmente parte dell’asse ereditario possa essere scritto.

Chi è il famigliare? La compagna di una vita? La figlia, che non ha il suo cognome ma ha i suoi occhi, che chiama lui papà e nonni i suoi genitori? No. I fratelli, loro sono i suoi famigliari. E sono lontani, poco o nulla sanno della sua vita. Iris ed Angelo ne indicano uno, il più grande, sperando che sappia essere abbastanza intelligente e sensibile da fare solo da tramite per Iris, che rispetti le volontà (che non conosce) di Angelo, che riconosca nella sua compagna e nella figlia le uniche custodi delle sue intenzioni. “Sposiamoci, è l’unico modo”. Troppo tardi: Angelo non c’è più. Il fratello ha già deciso che sul nastro che adornerà il cuscino di fiori sulla bara ci sia scritto “I tuoi cari”. Solo la violenza del dolore è riuscita ad imporre, almeno quello, che invece sia “Iris e Angelica”: l’unico posto dove quei nomi sono potuti comparire.

Che cos’è questa involuzione cha sta attraversando il Paese? Mi pare che il senso delle cose, delle situazioni si sia perduto. Lo dico da studiosa di diritto, da persona che crede nel bisogno di normare, di dare forma giuridica alle nostre azioni. Eppure troppe cose non mi persuadono: come è possibile che agli occhi di cinque suore, che trentacinque anni fa di certo sarebbero state ben felici di riuscire a convincere un uomo a sposarsi, quella fosse una coppia e a gli occhi di una equipe medica laica odierna invece no?

Proprio non mi convinco dei confini (non) decisi per definire quando si è una coppia, e non trovo neppure giusta l’usurpazione da parte dello Stato del potere personale di decidere chi io possa ‘ufficialmente amare di più’. Se dichiaro che quello è il mio compagno e lo dico con tanto di prova pubblica – infatti tutti possono vedere il nostro amore mentre mi lava e mi imbocca – che voglio che sia lui a conoscere una verità che mi spaventa, oppure a stabilire cosa fare se io entro in coma, perché poi diventa un fratello la persona autorizzata a tutto questo, cioè a decidere della mia vita?

Mi trovo spesso a pensare che la nostra società stia facendo grandi passi in avanti sul piano dei diritti e del contrasto alla discriminazione: la proiezione durante un’assemblea scolastica di un film che racconta la storia di due adolescenti gay che si innamorano, certe risoluzioni europee che finalmente alzano la soglia delle tutele… ci sono tante cose che mi confortano.

Alla luce della vicenda dei miei genitori vissuta solo sette anni fa, e di storie ancor più recenti di ingerenza del potere pubblico nella sfera privata, ciò che mi sembrava ormai conquistato da tanti anni e che aspettava solo di essere consolidato, e magari esteso, viene rimesso in discussione.

Diamo spesso la colpa di questa involuzione, o di questo mancato incremento della tutela della libertà individuale, all’influenza della Chiesa cattolica. E’ innegabile il potere che questa istituzione ha nel nostro Paese, ma è pur vero che tanta parte del clero e dei credenti praticanti non solo non condivide certe direttive episcopali, ma in talune circostanze neppure si pone il problema di quali siano le linee guida ufficiali. Per anni le suore, come gran parte del personale ospedaliero, hanno dato la priorità alle relazioni coi pazienti e con le persone a loro care, indipendentemente dal ruolo formalmente riconosciuto. Questa involuzione è in buona parte frutto di leggi approvate dal Parlamento e di una cattiva sinergia tra logiche aziendali – che influiscono sulla formazione del personale medico e paramedico – che tutelano l’ente ma non tutti i diritti delle persone e, così penso, la volontà di tante parti della politica di crearsi un alibi formale che consenta di zittire le richieste di riconoscimento e di limitare le pari opportunità tra cittadini.

Forse non tutti sanno che grazie ai “Fondi di solidarietà fra gli onorevoli deputati e gli onorevoli senatori”, le nostre elette e i nostri eletti godono di una serie di diritti a noi negati: le regole che disciplinano l’assistenza sanitaria e previdenziale includono l’estensibilità dei servizi alle e ai conviventi more uxorio e agli eventuali figli avuti fuori dal matrimonio, basta compilare un modulo scrivendo nomi e cognomi.

Assieme ad un interrogativo forte su quanto la laicità del nostro Stato sia subordinata a valori religiosi, vorrei sollecitare tutti i nostri rappresentanti alla decisione di estendere anche a noi, che non sediamo sui rossi scranni delle Camere, l’opportunità che loro già hanno di decidere per se stessi. Quante e quanti sono le e i parlamentari non sposate e non sposati a vivere con piena legittimazione i loro rapporti affettivi, benefici economico – previdenziali compresi? Tante, tanti. Ci sono anche senatrici e deputate che usano come proprio il cognome del marito, che in Italia non è consentito. Non solo, se divorziano…continuano ad usarlo, basta il consenso dell’ex-coniuge: è giusto, questa possibilità trova fondamento nel diritto di ognuno a rendersi riconoscibile.

Sulla base del medesimo diritto anche Vladimir Luxuria ha potuto vedere il nome da lei scelto utilizzato come se fosse stampato sulla carta d’identità. Se mia madre osasse utilizzare il cognome di mio padre rischierebbe una denuncia per falso. Ci sono forme di discriminazione che si chiamano istituzionali, il significato è più d’uno, ma nella fattispecie si intende una forma di trattamento diseguale creata dallo Stato. Mia madre oggi è vedova di uomo e del diritto.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.