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Laicità della Quaresima

di Comunità di base dell’Isolotto – Firenze
Incontro comunitario – domenica 8 marzo 2009

Riflessione sul tema:
La laicità della Quaresima parla anche il linguaggio dell’impegno attuale per una riappropriazione del potere di ognuno sulla propria vita.

Si può parlare di Quaresima nell’incontro domenicale di una comunità che da anni tenta di aprire e di percorrere sentieri di laicità non solo nella vita sociale ma anche nella vita di fede cristiana?
Se ne può parlare crediamo in termini proprio di laicità sostanziale, quella che non disdegna di addentrarsi nei meandri della cultura per porre la scure alla radice della violenza del sacro. E siamo dentro al tema etico che in questo periodo ci coinvolge con particolare intensità: l’autonomia di scelta sulla propria vita e la liberazione dal dominio degli apparati di potere sia religiosi che secolari.

Siamo alla seconda domenica di quaresima. Non ce ne eravamo accorti. La Quaresima oggi, nel tempo della secolarizzazione, non ha più nessun significato per la vita di ogni giorno. I giovani non immaginano nemmeno quello che ha significato per noi più anziani. Era un tempo di pesante penitenza e di digiuni giornalieri. Oggi la penitenza quaresimale è solo nelle parole inascoltate di predicatori, catechisti, sacri dispensatori di spiritualità moralista e funeraria. La penitenza è anche in qualche decisione singolare di amministratori privi del senso della laicità istituzionale, come l’Assessorato per le Politiche Educative Scolastiche della Famiglia e della Gioventù del Comune di Roma che nel periodo quaresimale 2009 ha ritenuto opportuno, in un’ottica di efficacia ed efficienza, eliminare il menù di carne del venerdì.

“Ma è forse questo il digiuno che bramo,/ il giorno in cui l’uomo si mortifica?/ Piegare come un giunco il proprio capo, /usare sacco e cenere per letto, / forse questo vorresti chiamare digiuno/ e giorno gradito al Signore? / Non è piuttosto quest’altro il digiuno che voglio: / sciogliere le catene inique, / togliere i legami del giogo, / rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?”.

E’ scritto nel libro di Isaia (58, 5-7) ed è una costante del messaggio profetico a cui si è ispirata la stessa tradizione evangelica più antica.

In realtà il significato di penitenza della Quaresima è stato aggiunto nel tempo come strumento di colpevolizzazione per dominare con la paura le coscienze e i corpi.

La Quaresima non nasce col sigillo della penitenza. Emerge piuttosto all’interno dell’esperienza delle comunità da cui sono scaturiti i Vangeli come tempo dedicato all’attesa attiva di un “mondo nuovo”. E questo spirito della Quaresima non lo traggono dal nulla. Lo assumono da una ispirazione originale che si ritrova in molte antiche tradizioni. Abbiamo già accennato alla tradizione profetica. Proponiamo altre tre di queste tradizioni con cui le comunità da cui nascono i vangeli erano in qualche modo in contatto, anche per vie indirette:

– Nel Medio Oriente, al tempo di Gesù, era conosciuto, magari per vie traverse, il Tao, il libro della via, di un autore mitico cinese chiamato Lao-tzu, vissuto forse nel 300 a.C. L’idea di fondo di quella sapienza orientale come si sa è il deserto interiore e materiale, non a scopo di penitenza e flagellazione ma come via di illuminazione perfezione e felicità. Non viene chiamato precisamente deserto. Lo chiama Vuoto ma la sostanza è quella: “Raggiungendo il vuoto e conservando una rigorosa tranquillità, io contemplo il ritorno nel nulla degli esseri che si dibattono per avere …Il saggio negligendo se stesso è protetto, non cercando il suo vantaggio, tutto ridonda a suo vantaggio”.

– Nel Medio Oriente del primo secolo, quando nascevano i Vangeli, era diffusa anche la cultura di origine greca dei cinici e la loro pratica di vita. Tanto che alcuni studiosi pensano che Gesù fosse un vero e proprio cinico. “Cinico” significa chi conduce una vita da cane, oggi si chiamano barboni per scelta. Infatti i cinici rifiutavano il benessere, il possesso e puntavano a vivere del minimo essenziale per valorizzare l’autonomia, il dominio di sé e la serenità.

– Nel mondo ebraico del primo secolo era conosciuto il significato mitico arcaico del numero quaranta come segno dell’attesa. Attesa di che cosa? Attesa del compimento di un ciclo storico, attesa del passaggio da una condizione di vita ad un’altra, attesa non di una ripetizione di ciò che è già stato ma di un cambiamento radicale. Quaranta non è solo un numero, è un modello (un archetipo) di una condizione perenne della esistenza umana: l’attesa e la trasformazione.

E’ a queste antiche tradizioni culturali che si ispira la pratica della chiesa primitiva di anticipare la celebrazione del battesimo, a cui piano piano veniva riservata la veglia pasquale, con alcuni giorni di digiuno. Tale digiuno però non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo, come rituale di passaggio. E’ solo dal terzo-quarto secolo, quando la chiesa s’introduce nello spazio del potere, che incomincia ad utilizzare anch’essa strumenti di dominio quali la paura della dannazione eterna e la necessità della penitenza.

In realtà le comunità che produssero i Vangeli quando raccontano dei quaranta giorni del digiuno di Gesù nel deserto descrivono la loro condizione e i loro ideali: erano loro che vivevano in una specie di deserto morale e sociale, in una specie di quarantena, fuori dalle strutture del Tempio, fuori dal vecchio mondo che stava morendo, in attesa costruttiva (l’amore fraterno universale, l’eucaristia, la condivisione…) di un “nuovo mondo possibile” che loro chiamavano nel linguaggio del tempo “regno di Dio”, “cieli nuovi e terra nuova”.

La Quaresima in questo senso nuovo e antico di attesa costruttiva di un mondo nuovo possibile forse ci appartiene. Quanti danni produce la ossificazione e ritualizzazione sacrale delle tradizioni che impedisce l’abbraccio fecondo fra tradizioni e vita!

La Quaresima ha qualcosa da dirci solo se riusciamo a spogliarla dai rivestimenti di una religiosità ormai morta e se tentiamo di riscoprire la sua forza vitale nascosta.
Questa è la Quaresima di oggi che parla il linguaggio della vita reale.

Parla anche il linguaggio dell’impegno per una riappropriazione del potere di ognuno sulla propria vita.

Come è possibile che dopo un secolo di lotte si arrivi a rimettere in discussione il primato della coscienza sia nella società che nella chiesa?

La vicenda di Eluana ha messo in evidenza ancora una volta e con una inaudita pesantezza di modi e di toni la grave mancanza di laicità della società italiana. In quei medesimi anni in cui lei, ventenne, prima del tragico incidente, maturava ed esprimeva le sue inconsuete consapevolezze esistenziali: “la morte è parte della vita”, nelle comunità di base si sviluppava una ricerca sulla “riappropriazione” della morte, sull’etica della morte come parte della vita e come vita in divenire sottratta ad ogni potere.

La coincidenza era del tutto inconsapevole. Non ci conoscevamo e non eravamo in relazione diretta ma tuttavia insieme venivamo sospinti dall’onda lunga dal vento del ’68 verso un’etica nuova che riappacificava i diversi aspetti della esistenza, anima e corpo, sessualità e libertà responsabile, mente e sentimenti, vita e morte, donna e uomo, tutti dualismi che il dominio del sacro voleva nettamente divisi.

Erano percorsi di laicità invisi a tutti i poteri. Perché la laicità, come esodo dal sacro e riappropriazione della propria esistenza, non ha mai vita facile, non l’ha oggi come non l’ebbe duemila anni fa quando Gesù fu crocifisso proprio per la sua laicità. E’ osteggiata in ogni modo da tutte
le caste. La laicità è sempre conflittuale. Ce lo dice anche la saggezza dell’antichissimo mito di Adamo ed Eva. Mangiando il frutto proibito della conoscenza si scontrano con il potere di Dio.

Perché la presa di potere sulla consapevolezza destabilizza i sistemi di potere in quanto si accompagna sempre alla presa di potere sulla economia e la politica. E’ proprio quello che sta succedendo oggi in questo clima di restaurazione. Il sondino di Eluana e la questione del testamento biologico sono coperture. Il vero obiettivo dei centri di potere, sia del Vaticano sia del governo attuale è riprendersi il dominio sulle coscienze che gli stava sfuggendo.

L’unico vero antidoto a questa strategia di riconquista è intensificare il lavoro di base per la crescita delle coscienze. Pensare la politica separata dalla crescita culturale e morale, anche solo provvisoriamente, anche solo tatticamente, lo riteniamo un grave errore. E’ l’errore che alcuni di noi imputano alla politica della sinistra nei confronti del ’68 in generale e in particolare del movimento conciliare chiamato “dissenso cattolico” con una definizione molto interessata a denigrarlo. Lo diciamo con un preciso senso del limite.

La nostra più che un’affermazione è un interrogativo. Forse allora non c’era altra strada. Forse quella presa di distanza dalla riforma culturale e morale che si stava sviluppando sull’onda del ’68 viene da lontano, è nel Dna della ideologia marxista. Lo stesso Gramsci ha pagato le sue idee eretiche di riforma morale. Riteniamo però che lì, a causa di quella scelta di separare la politica dalla crescita culturale che si stava sviluppando nei decenni intorno al ’68, la sinistra ha finito di perdere l’anima. Poiché ha portato in certo modo a compimento la scelta fatta nel dopoguerra di privilegiare l’accordo col Vaticano sacrificando la liberazione del popolo dal dominio clericale con l’approvazione del Concordato del ’29 ribadita poi dalla riforma dell’84.

E’ vero che la carenza di laicità non è addebitabile tutta al Concordato. Il dominio del sacro non ci ha mai abbandonato, è sempre stato la nostra gabbia. Viene da lontano e da diverse fonti questo imponente ritorno del sacro a livello mondiale. Nella scienza, nell’economia, nella politica, nell’informazione, negli apparati militari, dominano caste che tengono prigioniere le coscienze e regolano dall’alto il cosiddetto consenso popolare.

Tutto questo però non assolve le scelte concordatarie. E’ anche a causa di esse che in Italia la religione dell’Occidente, il cristianesimo, sta riciclandosi con inaudita ampiezza come religione secolare, come nuova multinazionale del sacro, alla quale l’attuale sistema del dominio sta delegando la gestione dell’etica, dei valori, del senso.

E ora questa incredibile coincidenza fra la morte di Eluana, la proposta di legge contro il testamento biologico e l’ottantesimo anniversario dei Patti Lateranensi è per noi quasi un segno. E’ sacrosanta la denuncia del servilismo del governo attuale verso il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche, un servilismo estraneo come si sa ai cattolici alla De Gasperi, tanto per intendersi.

Ma non basta. La lotta che dobbiamo portare avanti per impedire l’approvazione di una legge che vuol cancellare il diritto costituzionale di decidere sulla propria vita e lo stesso calvario di Eluana e di suo padre sono frutto di una mancata crescita delle coscienze di cui la politica tutta è responsabile. E anche la società civile: i laici che si sentono a posto col dichiararsi atei e si disinteressano della crescita culturale complessiva lasciando che l’etica e i valori siano gestiti dalle religioni nella quotidianità, nelle scuole, nei territori, salvo risentirsi quando i poteri religiosi invadono la politica.

Occorre un grande progetto culturale fatto di scelte anche coraggiose in campo etico che ridiano spazio alla riappropriazione dal basso della vita e dell’etica.

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