Home Politica e Società Viaggio nei campi rom alla periferia della capitale, dove la miseria si mescola con l’illegalità. E si crea una polveriera

Viaggio nei campi rom alla periferia della capitale, dove la miseria si mescola con l’illegalità. E si crea una polveriera

di Giampaolo Visetti
da www.repubblica.it

Non tutti, ma quasi, e tanto. Molti ragazzini hanno gli occhi liquidi della cocaina. È un ghetto
conosciuto, lasciato a se stesso e oltre il raccordo anulare ce ne sono altri. La periferia di Roma, con
53 campi censiti e una massa di rom in fuga da sgomberi, retate e spedizioni punitive, è il simbolo
dell’aggiornato antigitanismo italiano. In un anno, la campagna elettorale più razzista del
dopoguerra ha sconvolto la capitale e reso irriconoscibile il Paese. Il rifiuto passivo, dopo la
battaglia di Ponticelli, ha oltrepassato il confine decisivo dell’odio attivo. L’intolleranza storica
precipita in una zingarofobia autorizzata, nella confusione etnica, a ignorare i diritti umani. Eppure
l’Italia è la nazione europea con la percentuale più bassa di zingari: tra i 140 e i 170 mila. Vivono
qui dal 1300 e il 70% di loro sono cittadini italiani. Dopo la chiusura dei lager nazisti, dove assieme
agli ebrei sono stati sterminati tra i 200 e i 500 mila zingari, solo l’Italia li confina in campi recintati.
Sono persone scappate dalle guerre slave, o dalla fame romena.
Roma è l’epicentro dei rom. I censiti sono settemila, ma quasi ventimila ci abitano da decenni. Negli
accampamenti l’attesa di vita è la più bassa dell’Occidente: 50 anni, oltre venti meno degli altri
italiani. Solo 9 rom, tra i registrati, hanno più di ottant’anni. Tra i 13 mila minorenni, vanno a scuola
in 2500: la scolarizzazione più bassa del continente. Due sono iscritti in un liceo, nessuno si è mai
laureato. Vagano per le strade 2 mila bambini. Dallo scorso luglio, dopo l’esplosione di terrore e
violenza anti-rom, sono fuggiti dalla capitale in 1600. Solo cinque campi, attrezzati dal Comune,
sono allacciati alla luce. Nessuno è dotato di acqua potabile e fognature. A nessuna famiglia rom, da
anni, viene assegnato un alloggio in muratura. «Ma oggi – dice a Fonte Nuova il mediatore culturale
Graziano Halilovic – viviamo i giorni più drammatici dalla sconfitta del fascismo. L’odio scatenato
dalle accuse contro i romeni, da una politica che liberalizza la caccia, chiude la porta del lavoro
nero. Senza reddito non si può rinnovare il permesso di soggiorno, né garantire una cittadinanza ai
figli. Il prezzo del ferro, in pochi mesi, è crollato da 37 a 6 centesimi al chilo. Chiedere l’elemosina
è diventato reato. I campi sono il marchio di un destino: l’emarginazione nella criminalità». Una
settimana nelle baraccopoli degli zingari e dei romeni, espulse oltre il raccordo anulare, chiarisce
l’esito dell’emergenza zingari proclamata nella capitale e in Italia.
Castel Romano, sulla Pontina, è lo specchio del misericordioso apartheid nazionale. Da otto anni
mille rom sono chiusi nei container piantati nel nulla. I due «villaggi-modello» sono recintati. Il
nuovo regolamento vieta di entrare, o di uscire, senza tessera di riconoscimento, permesso e
registrazione. Dopo le 22 i cancelli si chiudono per tutti. È un carcere camuffato da accampamento
per terremotati. Una distesa di polvere, senza un albero, assediata dall’immondizia e isolata in un
deserto. La fermata dell’autobus dista due chilometri, il primo supermercato 10 più in là, oltre
Pomezia. La scuola è a 35 chilometri. Quattro ore di pullmino al giorno. I bambini entrano in classe
alla terza ora ed escono alla penultima. Se c’è troppo traffico vengono riscaricati nel campo a mezza
mattina. I maschi passano i giorni semiassopiti su cumuli di coperte e lisi tappeti anneriti. Otto-dieci
persone mescolate in trenta metri. La televisione, sempre accesa ad un volume sorprendente, copre
ogni altro rumore. «La cosiddetta emergenza – dice Paolo Ciani della Comunità di Sant’Egidio – sta
innescando un processo devastante. Censimenti, impronte e retate hanno fornito agli italiani la
certezza criminale di un’intera minoranza non riconosciuta. Continuiamo a definire “nomadi”
cittadini italiani stanziali da generazioni, o slavi costretti ad abbandonare le loro case. Stiamo
accettando la tragica falsificazione culturale di una politica vigliacca, che smaltisce migliaia di
persone nelle discariche. Dipinge i rom come accattoni, sporchi, delinquenti e ladri di bambini:
sono le teorie che hanno legittimato il loro sterminio nei campi dell’olocausto ebreo».
La baraccopoli abbandonata a Tor de’ Cenci è il prodotto dell’ignorato «caso zingari». Ottocento
bosniaci e macedoni, con 108 bambini, occupano i ripari allestiti dieci anni fa. Il Comune ha
sospeso ogni servizio. Alcuni container sono adibiti a laboratori per le droghe. Nei quartieri della
Pontina questo ipermercato, controllato da italiani, viene chiamato «piccola Colombia». Mercedes e
Bmw molto pulite sono parcheggiate tra muri di ferri vecchi. I boss rom, per non perdere controllo e
rispetto, si autocondannano a esagerare nella merda. «Qui – dice Hasko, falegname disoccupato in
Italia dal 1978 – si esce subito dall’umanità e si passa tra gli abusivi sulla terra. Il passaggio dalla
delinquenza famigliare alla criminalità organizzata, si sta completando. Dopo gli zingari, Roma
espelle nelle periferie anche i trafficanti: un tacito accordo per mostrare al mondo un centro pulito e
denunciare alla nazione i campi dello spaccio. Ci siamo ridotti a fare i becchini: e i nostri figli
muoiono di overdose, o di Aids, prima di noi». È l’epilogo anche dei campi divisi di via dei
Gordiani. L’area è blindata, videosorvegliata e inaccessibile come una caserma. Decine di maschi
sono in carcere, le donne vendono rose in centro e quaranta bambini frequentano le elementari
“Ikbal Masih”, esempio di accoglienza. Attorno alla Casilina monta però la marea della rabbia.
Comitati di genitori, da settimane, manifestano contro gli zingari nelle scuole. Gli scolari rom sono
confinati a disegnare negli ultimi banchi. Si invocano bus per evitare che gli adulti si avvicinino agli
istituti. «Ormai – dice Santino Spinelli, docente universitario rom e musicista – viviamo nell’incubo
di controlli di polizia e spedizioni punitive autogestite. Si confondono i rom con i romeni, timbro
dell’infamia, nell’interesse di partiti che lottizzano anche i fondi per le vittime delle pattumiere
sociali. Roma e l’Italia sono oggi responsabili di una segregazione razziale unica nell’Occidente, che
presenta i campi nomadi come cultura zingara. Invece sono ghetti, un redditizio abuso sociale dove
si scatena il peggio. Rom e sinti, più degli immigrati africani, per lavorare devono nascondere la
propria identità. Nella capitale, da mesi, nessuno assume più un rom: dopo lo stupro alla Caffarella,
se scoprono che esci da un campo, ti dicono “via o ti sparo”».
Decine di sgomberi lungo il Tavere e l’Aniene, presentati dalla propaganda come «successo della
linea dura sull’ordine pubblico», moltiplicano i micro-accampamenti ai margini della città. Gruppi
di rom e di romeni, cittadini italiani o della Ue, apolidi, rifugiati politici e clandestini, occupano
canneti, terreni abbandonati, grotte e fognature. Ostia, Castel Fusano, Castel Porziano, tutto il
raccordo tra Pontina, Collatina, Casilina, Tiburtina e Prenestina, La Rustica, Magliana, Tor Pagnotta
e Tor Bella Monaca, sono imbottiti di invisibili miserabili dai diritti negati. Marisela, per un anno,
ha vissuto in un canale di scolo sulla Salaria. Sembra una bambina. Ha partorito fra i topi, prima di
essere arrestata e spedita nel centro per immigrati di Ponte Galeria. Con lei e gli africani, centinaia
di rom che nessuno può espellere, o regolarizzare, perché i loro Paesi, come essi stessi, «non
esistono più». Ora è felice perché vive nel camping di via della Cesarina, in una fradicia roulotte di
sette metri. È un campo «ch
iuso» e sorvegliato da un branco di rottweiler. Tra 170 rom c’è anche
Jorgu Danut. Fa il body-guard, ha una moglie devastata dall’obesità, due figli sposati e disoccupati
che vivono stipati con lui. Fino a novembre guadagnava 400 euro al mese. «Poi il crollo – dice
Marisela – Un anno fa con l’elemosina si raccattavano 30 euro al giorno. Adesso, nemmeno dieci. È
la crisi: ma le persone, anche se ci conoscono, non si fermano più». Ieri, la spietatezza della prova.
Zora, vecchia serba del campo Salviati Due, fa la carità nella stazione Termini. Si sposta poi nella
metropolitana, fino a Ponte Mammolo. Tra le 14 e le 19 raccoglie 3,10 euro. Cinque persone le
infilano tra le dita una moneta da 1 centesimo. «La difficoltà finanziaria – dice lo storico Marco
Impagliazzo – fa emergere la realtà italiana più profonda: un’intolleranza spirituale, oltre che
culturale. Sui più indifesi non si scarica la crisi, ma il vuoto. Abbiamo perso la visione dello Stato,
ma anche dell’esistenza. L’Italia è un Paese senza obiettivi, senza fiducia, ma soprattutto privo di
una politica che indichi una direzione. Per questo, grazie ai campi-ghetto dei rom, si scatenano ora
spettri di rancori antichi, non storicamente elaborati».
Per capire come l’antigitanismo sia una causa della crisi, e non il suo effetto, basta venire in uno dei
due mercati rom ripresi dopo un anno a Roma. Per piazzale Flaiano, al mattino, i taxisti rifiutano la
corsa. La catena delle povertà, che ormai integra i miserabili solo verso il basso, inizia qui. I
cassonetti romani si trasformano in “fiera”. Sull’asfalto, scatoloni di libri, bottiglie di slivovitz,
mucchi di scarpe e di vestiti, disegni di bambini, phon, motori da barca, giacconi, manici per scopa
e cianfrusaglie da soffitta. Tra i rom, dall’alba, si muovono pensionati, cassintegrati, disoccupati,
barboni e rigattieri. Trattano molto e comprano poco. Con dieci euro ci si veste. I vecchi computer
vanno a 15. Un vassoio scende da 3 a 1. Due spazzini con la tuta arancione caricano scatole di
giochi cinesi per 50 centesimi. Domenica, in via Longoni, si replica in grande tra i viados, che
capiscono la strada. «Per i rom – dice Anna Luisa Longo dell’Opera Nomadi – i mercati sono la
possibilità estrema di sopravvivere. Solo se si tuffano nei cassonetti possono ottenere il rinnovo del
permesso di soggiorno. I politici, se manifestano apertura, vengono esclusi dai partiti. Le elezioni
ormai si vincono con la paura, con una solida politica contro l’accoglienza». Nel campo di via di
Salone, sulla Collatina, lo sanno. Mille serbi, bosniaci e romeni, accusati di inquinare falde
acquifere, sono concentrati dietro le sbarre. La stazione del treno, 3 milioni di euro e otto anni di
lavori, doveva riaprire mercoledì scorso. Tutto bloccato per «ragioni di sicurezza». I bus, se vedono
zingari alla fermata tre chilometri più in là, tirano dritto. Dopo le proteste, per una settimana, è
mancata la luce. I container, l’altra notte, sono stati circondati dall’esercito per la seconda volta in
pochi mesi. «Soldati con il mitra spianato – dice don Paolo – hanno costretto gli adulti a farsi
identificare lungo il recinto. Gente registrata da anni. Michela, romena, è stata portata via davanti
alla figlia. In questura, dopo ore, le hanno comunicato di non aver accolto la domanda di asilo».
Emerge il profilo di una capitale sconvolta, incapace di essere più un esempio civile, abbandonata
dalla propria storia e consegnata ad un drammatico razzismo gentile, che la paralizza. Il campo del
Casilino 900, specchio più noto della persecuzione, è il riassunto di chi siamo. Settecento rom
abbandonati da 36 anni in 101 baracche che affondano nei rifiuti, scosse dal fragore dei gruppi
elettrogeni. Ladri e spacciatori, qualche assassino, 230 bambini, poveri e malati con l’incubo dello
sgombero, prima delle elezioni europee. «Non siamo microbi – dice Hakija Husovic – anche se non
sappiamo più fare qualcosa. I campi, da ghetti, sono diventati laboratori di odio. Ma il nostro
popolo, finalmente, si sta muovendo». Capifamiglia e anziani hanno deciso di «fare politica
direttamente». L’8 aprile vogliono portare in piazza ventimila rom, per chiedere case, lavoro e
cittadinanza. Però Ferio Agiovic, steso sui copertoni del campo Salviati Uno, non crede che «in
queste condizioni gli italiani possano permettersi di rimanere buoni». La vede salire, nelle periferie
di un ex Paese, questa condanna disperata all’isolamento. La figlia nata a Roma parla solo
romanesco. Ieri ha perso il posto nella «pizza al taglio» di via dell’Astronomia. Con l’ultimo
censimento l’hanno scoperto, che resta una rom. Lui ha comprato subito una borsa di «Gratta e
Vinci». Raschia fino a notte, e prega, per vedere di farle la sorpresa.

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