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Israele: la difficile intesa

di Enrico Campofreda
da www.aprileonline.info

Al termine di una nottata di negoziati, il premier incaricato del Likud, Benjamin Netanyahu, e il leader del partito laburista Ehud Barak hanno raggiunto un’intesa di massima per un esecutivo allargato. L’accordo è stato poi ratificato in una riunione moltyo accesa del Comitato centrale laburista svoltasi a Tel Aviv. Intanto è di almeno 28 feriti il bilancio degli scontri tra estremisti di destra ebrei e nazionalisti arabi alle porte di Umm El-Fahm

1.478 voti dei delegati laburisti sceglieranno se appoggiare o meno il passo del segretario Ehud Barak che, secondo il responsabile organizzativo e oppositore all’accordo Cabel, può segnare “il definitivo affossamento del partito”. Il leader del Labur aveva nella notte accettato l’ennesimo invito del premier incaricato a un appoggio al suo governo che in tal modo cerca di uscire dalla totale dipendenza dagli alleati dell’estrema destra, quella laica di Israel Beiteinu e ultraortodossa di Shas, tutta unitamente contraria a riaperture di dialogo coi palestinesi per il riconoscimento d’un loro Stato sovrano. Una politica che il razzista Lieberman, recentemente incaricato Ministro degli Esteri, non potrà attuare senza dispiacere allo staff di Obama. Perciò caduta, finora, l’ipotesi d’una grande unità nazionale con Kadima Netanyahu ne cerca una piccina imbarcando nel governo il ridimensionato (dalle urne) ex Ministro della Difesa. E gli rioffre il medesimo dicastero diretto durante l’amministrazione Olmert.

Attorno alle ore 20 l’assiste laburista dovrebbe dare il suo responso e gli osservatori stamane sostenevano che la battaglia interna sarà asperrima perché ciascuna componente, pro e contro l’entrata nel governo dell’ultradestra, è convinta di poter raccogliere il 60% dei suffragi. Barak si fa forte dei punti d’accordo già trovati con Netanyahu che riguardano proprio le trattative di pace e cooperazione in Medio Oriente, con essi il Likud aggirerebbe gli ostacoli dell’ultradestra non restando prigioniero di eventuali veti. Secondo indiscrezioni anche su problemi economici e sociali i due leader prevedono collaborazione, mentre aperta e dibattuta potrebbe restare la questione dei coloni. Ufficialmente non dovrebbero più esserci concessioni per nuovi insediamenti ma questo, oltre a contravvenire al programma elettorale dei due alleati governativi estremisti, sbugiarderebbe anche le ultime mosse del governo uscente (di cui i laburisti facevano parte) che proprio prima di chiudere la gestione aveva votato e finanziato nuove costruzioni di coloni a Gerusalemme est, dunque in pieno territorio palestinese.

Peseranno e faranno gola contro ogni discorso di principio, i cinque ministeri, due vice ministeri e la presidenza d’un comitato della Knesset, promessi dal premier. Ormai la politica è carriera ovunque e già prima delle elezioni certi argomenti di spartizione d’incarichi e potere avevano sollevato polemiche all’interno del Labur.

Intanto gli effetti della presenza governativa di Israel Beiteinu pesano nella vita interna del Paese. Stamane è stata consentita una manifestazione di ultraortodossi nella cittadina araba di Umm el-Fahm, non lontano dal porto di Haifa, che s’annunciava come esplicita provocazione. Nonostante gli avvertimenti di associazioni arabe e Ong presenti in zona, che avevano messo in guardia sulla pericolosità dell’evento, la Corte Suprema ha dato il via libera al corteo. Puntualmente si sono verificati scontri (28 i feriti) quando gli attivisti della destra, protetti da tremila agenti in tenuta antisommossa, sono sfilati per le vie della città scandendo slogan razzisti. Richiamavano il famigerato “patto di fedeltà” richiesto agli arabo-israeliani da Lieberman secondo il quale chi si rifiuta di sottoscriverlo dovrà essere espulso dal Paese.

Nella Galilea vive oltre il 20% della popolazione araba di Israele e questa posizione sulla presunta “fedeltà” alla nazione, oltre a confermare la tendenza razzista di chi la sostiene, risulta scioccamente antieconomica perché quei cittadini sono lavoratori e forniscono un importante apporto di manodopera. Sul fronte palestinese dopo l’assassinio del vice responsabile dell’Olp in Libano, Kamal Midhat, ucciso ieri nel campo profughi di Miye Miye presso Sidone, al Cairo sono giunti a un nulla di fatto gli accordi per formare un governo comune fra Hamas e Fatah e avviare entro l’anno le consultazioni elettorali per rinnovare il parlamento ed eleggere un nuovo Presidente.

Probabilmente la sosta è tattica perché fra quindici giorni si riunirà in Qatar il vertice della Lega Araba che discuterà proprio della leadership e degli appoggi che i due partiti ricevono dall’estero. La situazione di stallo risulta comunque imbarazzante e controproducente, tutto è fermo al quadro conosciuto già durante l’embargo di Gaza e l’invasione della Striscia. I problemi da risolvere rimangono e s’aggravano perché a due mesi dal ritiro delle truppe di Tsahal nell’area non è iniziato nessun piano di ricostruzione. E le emergenze: viveri, medicinali, ospedali, abitazioni, acquedotti, fogne, scuole permangono tutte.

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