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Le agenzie-stampa fonti d’illibertà

di un redattore
da Critica liberale n° 159

Il sistema delle agenzie di stampa in Italia è forse uno degli esempi più concreti del per ché nel nostro Paese fatichi ad affermarsi la pratica di un concetto così fondamentale come quello della libertà di stampa. Rapporto malato col potere, continue confusioni tra fonti e giornalisti, scarsa qualità dell’informazione, tecniche di gestione della notizia e di costruzione del pezzo giornalistico molto discutibili, tutte le dinamiche che incancreniscono il sistema dei giornali, dei periodici e dell’informazione radiotelevisiva si ripropongono moltiplicate all’interno delle agenzie di stampa italiane.

Nelle agenzie di stampa, lo si sente dire spesso, si impara l’Abc del giornalismo. Questo è vero. Ma quale tipo di Abc? Chiunque abbia lavorato all’interno della redazione di un’agenzia sa che esistono delle regole non scritte che guidano il lavoro del redattore (che ormai sempre più spesso è un collaboratore o un praticante). Alcune di queste regole, che contribuiscono a definire la tipologia ideale del giornalista che sta sulla notizia, sono in palese contraddizione con i principi fondamentali della libertà di stampa. Di seguito sono riportati tre esempi di pratiche diffuse nelle agenzie di stampa che violano apertamente la “libertà di penna” o mettono in pericolo la possibilità di esercitarla al meglio.

1) Principio fondamentale della libertà di stampa, pur sistematicamente ignorato da giornali e telegiornali del Belpaese, è l’indipendenza dei media dalla politica e da interessi economici o privati. Tale indipendenza, come noto, dovrebbe estendersi anche ai rapporti tra i media stessi. Chiunque conosca anche solo in maniera sommaria i princìpi fondamentali della libertà di informazione si indigna se vede che in tutti i telegiornali o in tutti i principali quotidiani compaiono titoli uguali o un’identica gerarchia delle notizie.

Ecco. Questa pessima abitudine nelle agenzie di stampa è la regola. Una regola d’oro, si potrebbe aggiungere. L’idea che ci debba essere un lavoro di team tra i diversi giornalisti delle agenzie viene infatti propagandata in buona parte delle redazioni e riconosciuta come valida e scontata dalla quasi totalità dei giornalisti che lavorano in questo tipo di media. Soprattutto quando si trovano “sul campo”, in conferenze stampa, convegni, audizioni o eventi di altro tipo, i giornalisti delle diverse agenzie lavorano quasi sempre in gruppo.

È questo il motivo per cui così frequentemente i resoconti che compaiono sulle agenzie di informazione sono tutti più o meno uguali sia nel titolo che nel testo. Se ad un convegno dove ci sono ministri o alte cariche dello stato (quelle, insomma, che qualsiasi cosa dicano fanno notizia) si presentano da due a sei giornalisti mandati ognuno da una diversa agenzia a seguire l’evento, è molto probabile che il numero dei lanci prodotti da ogni singolo giornalista per ogni singola agenzia diversa sarà identico. Inoltre, questi lanci avranno titoli identici e un testo simile se non uguale.

Come è possibile che accada una cosa del genere? Spesso, i giornalisti delle agenzie seguono i lavori del convegno anche con dei registratori e (se c’è un po’ di tempo, cosa che in alcuni casi può non esserci, data la velocità con cui deve essere data la notizia) a fine convegno o dopo un intervento importante si ritirano da una parte in cerchio, mettono uno dei registratori al centro e sbobinano le dichiarazioni che saranno dettate in redazione e poi pubblicate sul sistema rivolto agli abbonati di ogni singola agenzia.

Nei casi in cui questo non avvenga, la domanda più frequente tra colleghi di diverse agenzie-stampa è: «che titolo vogliamo fare?». Oppure (un modo più soft per ripetere la prima domanda): «tu che titolo fai?». C’è anche un terza domanda che ci si pone in questi casi, ed è: «tu su cosa titoli?». La logica sottesa questa domanda è quella che nel gergo tipico del giornalismo si chiama “buco”. Un buco è una notizia che non è stata data pur essendosi verificata.

Meglio: una notizia che è stata riportata soltanto da alcuni colleghi o da alcune agenzie, e che alcuni altri giornalisti e alcune altre agenzie non hanno potuto scrivere o perchè non erano presenti o perchè non si sono accorti di quello che è successo. Se il giornalista di turno di questa o quell’agenzia di stampa ha fatto un pezzo o un titolo che tu non hai o ha dato una notizia in più rispetto ad un altro, quest’ultimo, si dice, ha bucato la notizia. Per questo, tra giornalisti di agenzie di stampa ci si fa insistentemente la domanda sui pezzi o i titolo che si faranno. Perché si ha il terrore del buco.

Quanto questa logica sia antitetica a una sana concezione della libertà di stampa è abbastanza evidente. Il principio sacrosanto dell’indipendenza dei singoli media l’uno dall’altro stabilisce che ogni giornalista dovrebbe lavorare in assoluta autonomia e portare all’organo di stampa per cui lavora le notizie che ritiene più valide di essere date, secondo una propria autonoma e indipendente scelta. In quest’ottica, un giornalista non dovrebbe curarsi di ciò che fanno i suoi colleghi sul posto, né dovrebbe farsi influenzare dal lavoro che gli altri faranno sull’evento che hanno seguito e sulla notizia che ne è uscita. Questo in teoria.

In pratica, avviene il contrario. Uno dei primi consigli dati dai colleghi più anziani ai nuovi arrivati nelle redazioni delle agenzie di stampa è di parlare con i giornalisti delle altre agenzie sul posto, di seguire il loro lavoro e di farei loro stessi titoli. Tutto questo, si capisce, per evitare di “bucare”. Il risultato è ovvio. Quante volte, dando uno sguardo al server delle agenzie, si può constatare come tutti i titoli dei lanci relativi ad uno stesso argomento siano identici? La ragione è che trai giornalisti di questo tipo di media si forma una sorta di cartello.

È fuorviante pensare che nel lavorare secondo queste dinamiche i giornalisti delle agenzie di stampa siano completamente in malafede. È vero che questi ultimi accettano l’insana consuetudine in maniera acritica. Sicuramente, essa è conseguenza di un sistema collaudato che va avanti dai tempi della prima Repubblica e che ha ragioni politiche, economiche, editoriali. Probabilmente i giornalisti lo accettano (o sono costretti a farlo) anche perché non c’è alternativa.

Sta di fatto che nessuno di loro sembra fare nulla per cambiare questa pratica liberticida o almeno per segnalarne l’assurdità. Il risultato è deprimente. Titoli uguali, articoli uguali, numero di pezzi identico. Dunque, addio pluralismo e libertà di stampa.

2) Un altro dei principi fondamentali della libertà di stampa è il rapporto tra fonte e giornalista. Oggi, questo è uno dei punti dolenti dell’ indipendenza dell’informazione in Italia, dato che tra giornalisti e mondo della politica c’è ormai un rapporto di assoluta continuità. Oggi, è considerato del tutto normale che un giornalista di un quotidiano o di un periodico passi dall’altra parte della barricata, e venga assunto come portavoce o addetto stampa di un politico.

A peggiorare le cose c’è il fatto che quando questo qualcuno conclude il mandato del suo incaricopresso un politico torni tranquillamente a fare il suo lavoro di prima. Purtroppo, questa confusione tra fonte e giornalista si ripropone anche nel mondo delle agenzie di stampa. Va detto, anzi, che questa pratica è molto più diffusa presso le agenzie, dato lo stretto contatto dei giornalisti di questo tipo di media con gli ambienti parlamentari e governativi.

Ma la confusione tra fonte e giornalista è il risultato anche di una commistione malata tra interessi economici e sociali degli editori delle principali agenzie di stampa. Sempre più spesso, infatti, la scarsa redditività del sistema degli abbonamenti alle agenzie,
che si rivolge primariamente a giornali e informazione radiotelevisiva, spinge gli editoria cercare altre forme di sostentamento.

La maggior parte delle agenzie di stampa italiane ha dunque istituito sezioni apposite che si occupano di gestire la comunicazione di grandi società mediche, di Regioni o provincie a statuto speciale o addirittura di enti pubblici. In casi come questo, la confusione tra fonte e organo di libera informazione è somma, mentre i principi della libertà di stampa diventano un vero e proprio optional.

Come si fa a concepire che un organo di informazione che dovrebbe essere libero e indipendente possa prendere in carico la gestione delle strategie di comunicazione di aziende, associazioni, enti pubblici, tutti enti che per un’agenzia di stampa dovrebbero essere semplicemente “fonti” da cui prendere le notizie?

Un esempio potrebbe aiutarci a capire meglio. Una grande agenzia di stampa nazionale ha istituito una sezione che si occupa di comunicazione della salute e, all’interno di questa sezione, ha stipulato un contratto di copertura della comunicazione per una grande azienda del farmaco. Se si dovesse verificare uno scandalo che coinvolge la diffusione di un farmaco nocivo da parte di quest’azienda, siamo proprio sicuri che l’agenzia di stampa in questione seguirebbe la vicenda con la libertà, l’indipendenza e il rigore di cui si ha bisogno in casi come questo?

1 mali di questo assurdo connubio non finiscono qua. Un’altra questione è quella che riguarda lo spazio che sarà dato, all’interno dei notiziari delle agenzie di stampa, all’associazione o all’ente di cui la stessa agenzia di stampa è gestore della comunicazione. È difficile pensare che la scelta della quantità o della qualità dello spazio da dedicare a quest’ente sarà valutata con i criteri liberi e autonomi che sono doverosi in questi casi (importanza e qualità della notizia, utilità nella conoscenza della notizia da parte della pubblica opinione ecc.), e non, piuttosto, da criteri di mero profitto economico.

È ovvio che se il gruppo editoriale di una singola agenzia di stampa ha un contratto di milioni di euro con un’associazione di cui gestisce la comunicazione, sarà difficile che i giornalisti dell’agenzia potranno scrivere, seppur con motivazioni validissime e sacrosante, “contro” quest’associazione. In casi come questo, la libertà di stampa diventa un formalismo scomodo e privo di utilità.

3) Un terzo problema che riguarda l’informazione delle agenzie di stampa riguarda la qualità. Molte delle caratteristiche alla base del sistema dell’informazione nelle agenzie di stampa contribuiscono a danneggiare la qualità delle notizie che vengono diffuse. Innanzitutto, il fattore tempo. Ciò che esce sulle agenzie di stampa è pesantemente condizionato dal fattore-tempo.

La necessità che il lancio di agenzia sia rapido, esca il prima possibile e, soprattutto, esca prima delle altre agenzie è una delle prime regole che deve imparare il giornalista che lavora in questo tipo di media. Riuscire a pubblicare on line prima degli altri colleghi il commento del politico, la lite nella tale commissione parlamentare, la notizia dell’approvazione della tale legge è una delle principali caratteristiche che rendono valido un giornalista di agenzia.

Quale sia l’effettivo vantaggio alla libera informazione di questa priorità della notizia è difficile da spiegare. È logico, tuttavia, che l’importanza del fattore tempo non può che nuocere alla qualità dell’informazione. I tempi stretti dell’agenzia, infatti, rendono difficile procedere ad un approfondimento vero e proprio dell’informazione, per cui si dà per scontato molto, troppo, e spesso si incorre anche in errori o imprecisioni che possono deviare il senso della notizia. Legato a questa nociva importanza del fattore-tempo è il concetto di scoop.

Nelle agenzie di stampa, ancora più che in altri organi di informazione, lo “scoop” è ormai identificato con l’anticipazione di una notizia. La necessità di essere veloci nel dare la notizia rende letteralmente impossibile un attento e ponderato esame delle fonti, del merito delle questioni e del contenuto di ciò su cui scrive il giornalista.

Insomma, le caratteristiche tradizionali degli scoop da giornalismo d’inchiesta sono precluse per definizione nel giornalismo delle agenzie di stampa. Per cui ciò che rimane è l’anticipazione. Se io riesco a pubblicare molto prima delle altre agenzie una dichiarazione del presidente del Consiglio, un retroscena della politica o una lite tra partiti, ho fatto uno scoop.

Altro aspetto che nuoce fortemente alla qualità della notizia è la competenza dei giornalisti. Nelle agenzie di stampa, questa è spesso considerata un optional. L’assegnazione degli argomenti da seguire ai singoli giornalisti non vienefatta sulla base di criteri di competenza nel campo da seguire ma sulla base di semplici logiche di riempimento delle singoli redazioni, oppure di logiche editoriali che nulla hanno a che fare con la qualità del giornalismo.

Questa pratica è ancora più diffusa tra le giovani leve, dato che la maggiore “flessibilità” contrattuale che c’è oggi e la diffusione a macchia d’olio di contratti di collaborazione giornalistica non permettono di regolamentare quest’assegnazione selvaggia delle competenze. Il tutto, come osservato prima, va ad ovvio detrimento della qualità dell’informazione.

Purtroppo, è poca la speranza che le giovani leve possano contribuire a cambiare questa situazione. La loro debolezza contrattuale li rende del tutto impossibilitati a far pesare le proprie voci. Le redazioni delle agenzie di stampa, come quelle dei giornali o degli altri organi dell’informazione, sono basate su rapporti fortemente gerarchici e le ultime ruote del carro, spesso entrate con contratti di collaborazione o a progetto o con contratti a tempo determinato, sono condannate ad essere assorbite da questo sistema.

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