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WARSHAWSKI, L’ISRAELE CHE DICE NO

di Stefania Pavone
da www.altrenotizie.org

Ha rifiutato di prestare il servizio militare nell’esercito israeliano, addestrato a compiere il massacro dei palestinesi, il noto pacifista ebreo Michel Warshawski, in visita a Roma nella redazione del settimanale Carta davanti ad una platea attenta e giovane. E del suo paese dice: “Nel caso dell’operazione Piombo Fuso, per la prima volta è mancata la voce di opposizione della sinistra israeliana, il consenso popolare al sionismo è stato totale”. Parla un ottimo francese Warshawski e tiene l’attenzione del pubblico con un discorso lungo e toccante, che si è snodato per una buona mezz’ora lungo i nodi critici della guerra perenne tra lo stato di Israele e la Palestina, cartina di tornasole delle mutazioni che l’imperialismo mondiale impone alla geografia politica del Medio Oriente.

“Gaza è un disastro”, esordisce Michel Warshawski e “la comunità internazionale non ha fatto nulla per evitarlo”, aggiunge. L’aneddoto di Mitchell, inviato Usa nella regione, che discute con Israele della pasta da inviare a Gaza la dice lunga sullo stato delle cose. Quella pasta non è mai arrivata nella Striscia perché, nonostante le buone intenzioni del diplomatico americano, lo stato maggiore del sionismo vuole il politicidio di una intero popolo. Dunque: niente pasta e possibilmente nulla per logorare la resistenza palestinese. La guerra, secondo Warshawski, non è stata una vera guerra poiché le due parti in conflitto non si trovano in un rapporto di parità militare. A Gaza, piuttosto, si è celebrata una vera e propria aggressione unilaterale con lo scopo politico di ribadire i rapporti di forza esistenti in Medio Oriente. Una aggressione che ha avuto l’effetto di dividere il mondo arabo con Mubarak che ha scelto di sostenere il genocidio e con quella polarizzazione del conflitto politico palestinese tra Hamas e Fatah che ha per sfondo la guerra civile.

Dice Warshawski che la comunità internazionale nella crisi politica di Gaza ha giocato sulle divisioni dello scacchiere mediorientale e ha creato una crisi politica senza precedenti appoggiando la logica dell’aggressione. L’esito delle elezioni in Israele avrebbe reso il quadro politico ancora più fosco e violento, aggravato dall’assenza di una voce di opposizione allo sterminio. La crisi della sinistra non è dunque solo un fatto di casa nostra:la sua scomparsa dal mondo arabo, come afferma il pacifista israeliano, ha prodotto il declino delle prospettive di pace. “La sinistra israeliana ha fatto la stessa politica della destra” continua Warshawsi, “e il crollo della sinistra parlamentare ne è un effetto”, conclude.

A Gaza il genocidio è il prodotto di una logica che fa della Striscia non un territorio con un popolo ma una entità. Infatti, quando un ebreo ti vuole mandare al diavolo dice: vai a Gaza. L’inferno che è la Striscia, nella cultura ebraica, rappresenta il confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è. In controluce l’irrazionalità dell’odio che ha contrassegnato la campagna militare di “Piombo Fuso”: oggi i soldati israeliani si fanno dipingere magliette con le immagini dei bambini morti palestinesi. La guerra dell’odio, precisa Warshawski, è sostenuta dalla dottrina della guerra preventiva che è alla base della politica dei teocons americani e dei neoconservatori israeliani.

L’asse del Muro che separa i “barbari” dai “cristiani” ha bisogno della guerra permanente per domare il terrorismo. Lo sterminio dei palestinesi appartiene a questa logica. “ Israele è il baluardo che divide la civiltà dalla barbarie”, dice il pacifista ebreo. Ma la guerra preventiva non ha funzionato e l’amministrazione Obama ha aperto una riflessione su questo fallimento. Ma né la Livni né Nethanyau vogliono contrattare la spartizione del mondo in chiave multilaterale.

In questa direzione, precisa Warshawski, il massacro di Gaza è un segnale ad Obama. ”Israele vuole contrattare direttamente con l’America la politica estera e a Gaza si è posto un limite alla politica Usa nella regione”, afferma il pacifista.

Israele dunque non sta la nuovo gioco ma vorrebbe scriverne le regole, ponendo le regole ad Obama. “La divisione tra l’amministrazione Usa e Israele su Gaza è netta”, afferma il pacifista e oggi l’establishment ebraico è sotto pressione di Obama. Il pubblico applaude. Una sinistra piccola, esile c’è ad abbraccia oggi il coraggio di Warshawski.

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