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EL SALVADOR, LA CADUTA DEGLI DEI

di Fabrizio Casari

El Salvador, l’ultimo bastione della destra genocida dell’America Centrale, domenica scorsa ha voltato pagina. Il Frente Farabundo Martì para la Liberacìòn Nacional (FMLN), nato all’inizio degli anni ottanta dalla fusione di cinque gruppi rivoluzionari, alleatisi poi con la socialdemocrazia, dopo 30 anni di guerriglia, accordi di pace e lotta politica, ha finalmente avuto ragione. Sembrava imbattibile la destra dal volto ignobile che da quasi trent’anni continuava a governare sulla strada apertale dalla guerra e dall’appoggio incondizionato di Washington. Governavano i civili vestiti da militari e comandavano i militari vestiti da civili.

Ma l’FMLN non si é mai dato per vinto ed oggi, la vittoria del suo candidato, Mauricio Funes, apprezzato per l’indipendenza e l’obiettività dei suoi servizi giornalistici da giornalista della CNN prima e per la sagacia politica con la quale ha condotto la campagna elettorale poi, è stata, da ogni punto di vista, una vittoria storica per il piccolo paese centroamericano. Con la vittoria dell’FMLN, El Salvador si aggiunge al Nicaragua sandinista e all’Honduras governato dal centrosinistra del Presidente Zelaya nel mandare definitivamente in soffitta l’idea del Centroamerica quale “giardino di casa” degli Usa.

E’ stato un percorso lungo e doloroso, costellato da vittorie e sconfitte, ma sempre caratterizzato da un forte appoggio popolare, quello del Frente Farabundo Martì. La guerra di liberazione contro il regime democristiano di Napoleon Duarte, sostenuto dall’estero dagli Stati Uniti e dall’interno dagli squadroni della morte di Roberto D’Abuisson (il fondatore di Arena, il partito di destra sconfitto che governava ininterrottamente da venti anni), è costata 75.000 morti al paese che, dominato dalle 14 famiglie che – dominanti verso l’interno e dominate dall’esterno – si sono sempre spartite terre, impunità e affari.

El Salvador, ben oltre le sue dimensioni, ha rappresentato uno dei laboratori più importanti sia per le guerriglie centroamericane che per le dittature contro le quali quelle guerriglie (dal Guatemala al Nicaragua, a El Salvador) erano sorte e sviluppate. Ma soprattutto ha rappresentato il laboratorio militare degli Stati Uniti che, proprio in El Salvador, hanno modificato parte della loro dottrina di sicurezza nazionale con l’introduzione della tecnica di “guerra a bassa intensità”.

Bassa, ovviamente, per i costi che rappresentava per gli Usa, non certo per il numero di vittime che provocava nella popolazione locale. Una guerra che, abbandonata l’ipotesi d’intervento massiccio di truppe e di sedimentazione di controllo territoriale, era fondata sull’uso degli allora nascenti elicotteri “Apache”, armati di missili con i quali venivano colpite le zone sotto il controllo della guerriglia, senza risparmiare le comunità ed i villaggi ritenuti “fiancheggiatori” dell’FMLN.

Sul fronte interno, invece, l’attività di sterminio era appaltata all’esercito regolare salvadoregno, mentre le azioni più efferate venivano appaltate agli squadroni della morte di Arena. Tra gli infiniti crimini a loro opera, l’assassinio dell’Arcivescovo Arnulfo Romero, ucciso davanti all’altare nella basilica di San Salvador mentre nella sua omelia chiedeva a gran voce la fine della repressione. O l’assassinio del Rettore dell’Università, il gesuita Ignacio Ellacurria, al quale si aggiunse l’assassinio di sei suore statunitensi.

Fosse successo in qualunque altro paese, sarebbe stato il preludio ad una invasione, ma in El Salvador no: il bastione dell’anticomunismo di Reagan andava preservato da ogni ingerenza umanitaria, visto che tra l’altro serviva, con l’Honduras e il Costa Rica, per sostenere l’aggressione al Nicaragua sandinista, spettro ossessionante delle due amministrazioni Reagan.

Nel 1989, mentre cadeva il muro di Berlino, l’FMLN, benché giunto alle porte della capitale, non seppe sferrare il colpo decisivo. Dopo la sconfitta elettorale dei sandinisti nel ’90, ebbero inizio i colloqui di pace, che si conclusero due anni dopo con la firma degli accordi di Chapultepec, in Messico. Da allora, in tre elezioni (1994, 1999 e 2006) l’FMLN venne sconfitto da voti e brogli, pur riuscendo negli ultimi anni a vincere nelle principali città. Dallo scorso gennaio, però, gli ex-guerriglieri avevano la maggioranza relativa in Parlamento.

Il neo presidente ha indicato la volontà di fare di El Salvador un paese ricco di dinamica economica che però, diversamente da quanto avvenuto fino ad oggi, avrà nel sostegno alla popolazione povera, l’asse centrale della formulazione delle politiche economiche e sociali. Integrazione centroamericana e rapporti positivi con l’America di Obama saranno invece le coordinate della politica estera, per la prima volta sovrana. Le prime parole di Funes sono state dedicate proprio a Monsignor Romero, che del sostegno agli sfruttati e della resistenza alla repressione era un simbolo e ne divenne un eroe. Da domenica sera, El Salvador, non ha più bisogno della luce elettrica per brillare.

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