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Il ritorno del partito delle armi

di Silvana Pisa, europarlamentare

Torna in Parlamento il programma F35, che prevede ora l’acquisto di 131 caccia bombardieri per la cifra di 13 miliardi di euro. Una spesa ingiustificabile, specialmente in tempi di crisi economica, ma della passata opposizione della sinistra non c’è più traccia. Anche il Pd ha abdicato a favore della potente lobby di Finmeccanica, sempre più determinante nelle scelte di politica estera e di sicurezza

Ritorna nelle aule parlamentari – per ora nelle commissioni Difesa – il famigerato programma d’arma F35, Joint Strike Fighter con la realizzazione della linea produttiva. Si tratta di un programma che, nelle sue diverse fasi, è stato costantemente sostenuto dal Partito trasversale delle armi per ben quattro legislature: primo Governo Prodi, secondo Governo Berlusconi, secondo Governo Prodi fino all’attuale terzo Governo Berlusconi.

Fasi che fino ad ora hanno riguardato la ricerca , lo sviluppo e l’impegno per la produzione (per una spesa di circa 2 miliardi) e che oggi si rivolgono all’acquisto di ben 131 caccia bombardieri, con una spesa di altri 13 miliardi, senza contare gli usuali e prevedibili sforamenti. Spesa mastodontica – soprattutto in tempi di crisi economica e sociale – non giustificabile nemmeno dallo specchietto per allodole della creazione di diecimila posti di lavoro in più, che invece, realisticamente non comporterebbero piu’ di qualche centinaia d’unità. Il generale Arpino ne coglie la grandiosità e paragona l’acquisto di questo programma a grandi opera come la Tav, il ponte sullo stretto di Messina, ecc

C’è da notare che nelle due ultime trascorse legislature le associazioni, i movimenti pacifisti e i parlamentari della Sinistra avevano costruito, fuori e dentro le aule del Parlamento, un’opposizione radicale a questo progetto che è valsa a creare iniziative e dibattito e ha ritardato i tempi dell’iter parlamentare. Opposizione argomentata sia da contraddizioni “antagoniste” (la spesa per gli armamenti è sproporzionata rispetto alla spesa sociale; non è giustificabile una tale spesa per aerei d’attacco quando, ai sensi dell’articolo 11 della costituzione, le nostre missioni dovrebbero essere di pace e sono costituite da missioni “di terra”) sia da contraddizioni interne.

Queste ultime considerano che l’entità della spesa è tale da assorbire altri futuri programmi; il passaggio e l’acquisizione di know-haw relativo alla tecnologia stealth resta saldamente in mano Usa (gli aerei sono di produzione Looked – Martin); per il finanziamento del programma non sono sufficienti i fondi del Bilancio della Difesa, occorerebbe rivolgersi al Ministero dello Sviluppo, stornandoli da altre priorità (per esempio la cassa integrazione); la logistica e lo stato d’efficienza dei nostri armamenti si trova sempre più in crisi: è insensato investire in costosissimi sistemi d’arma quando poi non si trovano le risorse per le spese d’esercizio (manutenzione, pezzi di ricambio, carburante per le esercitazioni) che garantiscono la sicurezza dei militari impegnati nei teatri d’operazione.

Di questo ampio e articolato dibattito oggi in Parlamento non c’è traccia: destra e Partito Democratico hanno abdicato a favore della potente lobby di Finmeccanica, sempre più determinante nelle scelte della politica di difesa e sicurezza: alla faccia dell’autonomia delle scelte della Politica persino in tempi di crisi dell’economia generata dal modello della globalizzazione neoliberista. Un paradosso: si sa che guerra e produzione di armi sono un modo per uscire dalla recessione. E’ a questo futuro che guardano i parlamentari che darranno il parere favorevole all’acquisto di 131 J:S:F?

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