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La crisi è davvero grave

di Adriana Luciano
da Riforma – IL SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI

L’aumento degli occupati, negli ultimi 10 anni, si traduce perlopiù in contratti a termine o a tempo parziale. Rischi ulteriori per le donne lavoratrici

Due sono i temi che monopolizzano il dibattito sulle conseguenze che la crisi sta avendo sull’occupazione nel nostro paese. Le dimensioni del crollo dell’occupazione e la questione degli ammortizzatori sociali. Sulla gravità della crisi l’accordo è generale, se si fa eccezione per alcuni tentativi maldestri del presidente del Consiglio di minimizzarne la portata. Gli ultimi dati dell’Istat segnalano una caduta dell’occupazione soprattutto al Sud, dove sono andati persi 126. 000 posti di lavoro già nello scorso anno.

I disoccupati sono ormai vicini ai due milioni. Stanno crescendo vertiginosamente le ore di cassa integrazione. Sugli ammortizzatori sociali (sussidi di disoccupazione e cassa integrazione), della cui riforma si predica da anni, la confusione regna sovrana. Non è affatto chiaro se le somme stanziate in ritardo (i famosi 8 miliardi di euro) saranno sufficienti a fronteggiare il crollo dell’occupazione ed è certo che soltanto una piccola parte dei collaboratori a progetto a cui non verrà rinnovato il contratto nei prossimi mesi potranno beneficiare delle misure previste dal decreto anticrisi.

Ma l’idea che l’Italia sia stata colpita dalla crisi meno di altri Paesi e che il problema sia soltanto quello di far fronte a una congiuntura negativa con forme adeguate di sostegno del reddito offusca il problema di fondo. L’Italia non è soltanto il paese che ha il debito pubblico più alto in Europa. È anche un paese che deve far fronte alla crisi con un mercato del lavoro in grande difficoltà. Il tasso di occupazione è di 8 punti più basso della media europea (59% contro 67%). L’occupazione femminile è di ben 13 punti inferiore (47% contro 60%). Soltanto il 34% delle persone con più di 55 anni è ancora al lavoro contro il 47% degli europei. Nei dieci anni passati l’aumento degli occupati (che ha sfiorato i tre milioni) è avvenuto grazie all’aumento dei contratti di lavoro a tempo determinato e a tempo parziale.

L’Italia continua a detenere il primato del lavoro irregolare e delle cattive condizioni di lavoro. Una recente ricerca europea pone i lavoratori italiani, insieme ai greci e ai portoghesi, tra quelli che hanno un più basso livello di sicurezza economica e di istruzione, più elevate disuguaglianze tra donne e uomini, più alto tasso di irregolarità.

In sostanza, il nostro mercato del lavoro ha raggiunto livelli alti di flessibilità (i lavoratori a tempo determinato hanno raggiunto il 14% nel giro di pochi anni), mantenendo inalterata una condizione di arretratezza quanto a occupazione femminile, livello di qualificazione dei lavoratori, moderni strumenti di politica del lavoro, squilibri territoriali. Per questo la crisi è molto più grave di quanto si voglia far credere.

Vediamo in dettaglio alcune delle conseguenza che la recessione potrà avere sui lavoratori e sulle lavoratrici. Per le donne: quelle donne adulte, poco scolarizzate, con situazioni familiari difficili, che negli ultimi dieci anni sono riuscite a entrare nel mercato del lavoro grazie al part-time e che lavorano soprattutto nella grande distribuzione, saranno le prime a uscire dal mercato del lavoro. Ma analoghi rischi correranno le donne immigrate che lavorano presso famiglie che avranno sempre più difficoltà a pagare servizi domestici.

Le giovani donne che escono dall’Università sempre più qualificate e che, già in passato, aspettavano mesi e anni per entrare nel mercato del lavoro vedranno allontanarsi la prospettiva di un lavoro retribuito. Già nei mesi scorsi la situazione è peggiorata. Scarseggia anche l’offerta di tirocini. Per gli uomini adulti, poco qualificati, che lavorano in imprese esposte alla concorrenza internazionale: cassa integrazione e mobilità, non sempre accompagnata da sussidi, rischiano di trasformarsi in una uscita senza ritorno. Per le lavoratrici e i lavoratori a tempo determinato: al mancato rinnovo del contratto solo in pochissimi casi seguirà qualche forma di sostegno del reddito. Per gli immigrati: la perdita del posto di lavoro avrà la conseguenza immediata di far perdere loro la possibilità di ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno.

Il modello della flessicurezza (più lavoro flessibile e più sicurezza sociale) che i paesi del nord Europa hanno realizzato da anni, non è all’orizzonte in Italia. Il lavoro è molto flessibile e sarà più facile che altrove, in questi anni di crisi, licenziare lavoratori temporanei, immigrati, lavoratori irregolari. In compenso il livello di istruzione rimane più basso di quello di altri paesi. Poco più del 6% delle lavoratrici e dei lavoratori, contro il 12% in Europa, rientrano in formazione da adulti. La spesa per politiche attive del lavoro è la metà della media europea. Si è investito poco sui Centri per l’impiego che non sono sufficientemente attrezzati a ricevere la massa di disoccupati che si rivolgerà loro nei prossimi mesi. Le persone a rischio di povertà aumentano.

In Italia, dunque, è diventato facile perdere il lavoro ma è difficile ritrovarlo perché mancano i servizi che possono aiutare i lavoratori a migliorare la loro occupabilità (formazione, orientamento, aiuto alla ricerca del lavoro). E mancheranno sempre di più perché il governo – a corto di risorse – ha deciso di sottrarre fondi europei destinati alla politiche attive del lavoro per pagare gli ammortizzatori sociali. Lo schiacciante debito pubblico e lo spreco di risorse fatto negli anni passati per finanziare l’Alitalia, l’eliminazione dell’Ici, il sostegno ai Comuni amici, come Roma e Catania, non offrono alternative. I servizi per il lavoro possono aspettare.

Ancora una volta, a sostenere le persone che pagheranno il prezzo della crisi perdendo il lavoro, saranno le famiglie, le associazioni di volontariato, la solidarietà di vicinato. E ad approfittarne saranno le associazioni criminali, le uniche imprese in Italia che continuano a fare affari e a offrire lavoro.

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