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Il nuovo Stato pontificio

di Remo Rosati
da www.aprileonline.info

Il nostro Paese è l’ultima colonia del potere temporale della chiesa e il parlamento, in un generale clima di disinteresse se non di approvazione, rinuncia a far sentire la propria libera voce per paura di perdere l’appoggio a quel bastone pastorale che si tramuta in consenso elettorale nei momenti del bisogno. Il vulnus è tanto più profondo se attuato in assenza della sinistra in Parlamento.

Sull’arroganza vaticana ha ampiamente argomentato Stefano Rodotà sul quotidiano” la Repubblica ” di martedì 24 marzo. Io proverò ad analizzare le conseguenze politiche di simile atteggiamento e i necessari rimedi per fronteggiarlo.

Mai come in questi ultimi tempi è apparso grande il fossato che separa l’evangelica missione del cattolicesimo di frontiera dalla protervia della gerarchia ecclesiastica nel voler imporre la propria verità erga omnes al prezzo non solo di ridurre la democrazia allo stoino dello scranno pontificio ma anche di vanificare il tentativo degli organismi internazionali di combattere la piaga africana dell’a.i.d.s., attraverso la diffusione dell’uso del preservativo nei rapporti sessuali. In nome della vita il Papa si fa promotore di una campagna di morte in una realtà dove l’ignoranza e la povertà sono il terreno di coltura di un virus che come facilmente attecchisce cosi’ facilmente si propaga.

Il motto “andate e moltiplicatevi” va scritto comunque e critiche da parte di Stati alle prese con problemi epidemici vanno subito stroncate; una chiesa dogmatica che cementifica con il dogma la sua muraglia cinese, che, attanagliata dalla paura della conoscenza e della ragione, si aggrappa al soprannaturale e lo difende contro ogni tentativo di umanizzarlo; che arma le sue legioni guidate dalla C.E.I. a difesa del capo indiscusso e indiscutibile sua santità Benedetto XVI. Come con il testamento biologico partorito dal caso Englaro, come con il vano tentativo di regolamentazione delle coppie di fatto, con la legge 40 sulla procreazione assistita e successiva manipolazione del referendum abrogativo, anche nel campo sessuale si fa sempre più stretto il sentiero della democrazia sotto le pressioni e i condizionamenti di un papato che ha scelto il metodo evangelico dell’imposizione anziché della persuasione.

Il nostro paese, a differenza degli altri, come dimostra il silenzio delle nostre autorità politiche in tema di profilattico, è, possiamo dire, senza ombra di dubbio, l’ultima colonia del potere temporale della chiesa e il parlamento, in un generale clima di disinteresse se non di approvazione, rinuncia a far sentire la propria libera voce per paura di perdere l’appoggio a quel bastone pastorale che si tramuta in consenso elettorale nei momenti del bisogno.

La libertà di coscienza, escamotage buono per l’unità del partito e per la sterilizzazione di eventuali frange minoritarie interne è accantonata per una ferrea disciplina pastorale che trasmette, come in una cinghia di trasmissione , il diktat vaticano.

Nessuno si ribella più e ignoro se ciò è dovuto a calcolo politico o, ancor peggio, a lento ma inesorabile processo di avvelenamento mediatico. In realtà si assiste ad un impoverimento della discussione politica in tema di eticità e le riflessioni sul tema della vita, dal momento del concepimento fino alla morte, sono avvolte, soprattutto nel campo della maggioranza, tranne qualche dissenziente, in un velo di torpore che alimenta il sospetto di una deriva di stato teocratico nella versione talebana dell’Islamismo.

L’assoggettamento alle note pastorali e all’encicliche a divinis nasconde in realtà un vulnus ai principi democratici su cui si regge lo stato moderno, vulnus tanto più profondo se attuato in assenza della sinistra in Parlamento.

Questo è il punto: considerata la maggioranza come sponda politica delle strategie vaticane, non rimane altro che il debole avamposto del Partito democratico che conosce già da tempo il tarlo del cattolicesimo teocratico alla Binetti e alla Boffa e non fa mistero di voler abbandonare gli abiti del cattolico adulto Prodiano per indossare il talare Rutelliano di buona fattura centrista.

Un partito fermo nel guado, che si proclama autonomo dalle autorità ecclesiastiche ma che nello stesso tempo cova in sè germi di cattolicesimo intransigente, che proclama il raggiungimento di alti compromessi quando in realtà si tratta di cedimenti, che ancora non ha affrontato, per paura di scoprirsi a sinistra, il tema della propria identità e che disdegna, nella figura prima di Veltroni e successivamente di Francescani, la ferma opposizione ad ogni ingerenza.

Rimane la sparuta truppa dei radicali che fanno fatica ad omologarsi e si adoperano, con scarsi risultati, a tamponare le falle che bucano la barca avvitandola in una deriva identitaria. In un simile contesto di rinunce e di ipocrisia manca una voce convinta ed autorevole che si faccia interprete della maggioranza degli italiani e rivendichi senza tentennamenti la supremazia del parlamento nelle decisioni riguardanti l’intera collettività, compresi coloro che non sono cattolici ma appartengono ad altre confessioni religiose con stessi diritti di rispetto e cittadinanza.

Mai, come in questi frangenti, si è sentita la mancanza in parlamento di quelle forze politiche che hanno fatto della laicità una delle loro bandiere, che si erano battute nella scorsa legislatura per un progresso nel campo dei diritti e della civiltà democratica, che si erano poste a sbarramento contro un ritorno al binomio stato e chiesa di epoche storiche passate e che spingevano il compromesso con le altre forze della passata maggioranza verso equilibri più avanzati.

Ora assistiamo ad un balbettio se non ad un mutismo quando la chiesa restauratrice ha la pretesa non solo di incidere sulle leggi ma anche di giudicare quale è il bene ed il male per la società, quando si erge a supremo ed unico interprete del disegno divino immanente nell’uomo, quando cerca, camuffandosi da vittima, di imporre il suo volere tradendo una profonda debolezza in un società per fortuna secolarizzata, ma anche, come dice Ilvo Diamanti, in cerca di un rassicurante appiglio a cui appendere le sue recondite paure.

Un cattolicesimo guerriero che, come nella versione medioevale talebana dell’Islamismo, impone alle donne l’arcaica immagine dell’angelo del focolare domestico, il compito di freddo fattore di procreazione meccanica non sensibile al piacere in quanto tale, di cavie umane nate per portare sopra di sè il peso intero delle sofferenze che mai un’analisi preimpianto dovrà alleviare per non cadere nel paventato rischio dell’eugenetica.

La destra al governo in un cortometraggio di vizi privati e pubbliche virtù, non osa disturbare il manovratore e sulla scia del suo indiscusso patriarca abbandona ogni remora e interpreta la difesa della vita come negazione della libertà di scelta dell’individuo dal momento del concepimento al momento del trapasso.

I più ostinati libertini, adulteri, pluriseparati, si inginocchiano alle raccomandazioni d’oltretevere e traducono in legge o almeno in buoni propositi i suggerimenti cardinalizi alla barba del proprio elettorato che controcorrente interpreta meglio dei propri rappresentanti lo spirito dei tempi.

Se la sinistra ha deciso di contare, come sembra dalle ultime vicende, ha di fronte a sé un vasto terreno di confronto e di sperimentazione con cui ricostruire quelle relazioni con la società che ultimamente appaiono logorate.

La speranza che un futuro non molto lontano ci riservi un paese come la Francia, la Spagna e la Germania che hanno criticato le prese di posizione del papa e non si sono piegate ai suoi sermoni, poggia su tale edificazione. Diamoci da fare.

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