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CRISI – Due ricette a confronto

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.it

La ricetta europea punta a stabilizzare i mercati, immettere liquidità nel sistema finanziario per le imprese e il sistema produttivo. La ricetta americana cerca di correggere le disparità di reddito e welfare con esborsi a tutela dei redditi bassi e medio-bassi, precede la ricetta europea di sostegno alla finanza, investe centinaia di miliardi di dollari direttamente nell’economia con un vasto piano di interventi nelle infrastrutture (non nelle villette) e nello sviluppo delle energie alternative. Insomma, si prepara al dopo-crisi

La guerra è scoppiata di nuovo. Tra Stati Uniti e Europa. Come ai tempi di Bush. Solo che questa volta non è sull’Iraq e la lotta al terrorismo, ma sulla crisi economica e come affrontarla. E’ cominciata una diecina di giorni fa con le dichiarazioni di Larry Summers, il principale consigliere economico di Obama, che aveva invitato l’Europa a seguire l’esempio degli Stati Uniti e a spendere di più; è proseguita con scambi di ostilità sotterranee tra gli esperti dei due blocchi economici in vista della riunione del G20 di Londra della prossima settimana; ed è esplosa ieri con le dichiarazioni di Mirek Topolanek, il presidente di turno ceco dell’Unione Europea, che ha usato parole durissime in un suo intervento al Parlamento europeo nei confronti della ricetta americana: “Il pacchetto di stimoli economici del presidente Obama – ha detto – è una strada che porta all’inferno e che farà saltare la stabilità del mercato finanziario globale.”

Diversa la guerra e diverso il fronte. Mentre ai tempi dell’Iraq l’Europa era divisa tra vecchia e nuova Europa, cioè tra paesi fondatori e paesi di nuova accessione (soprattutto gli ex stati satelliti dell’Unione Sovietica) – i primi scettici o contrari all’intervento, i secondi entusiasticamente a favore, adesso i ruoli si sono in parte invertiti e in parte complicati.

Il Regno Unito di Gordon Brown è favorevole alla politica americana e ha varato un massiccio piano di aiuti all’economia; Francia, Germania e Italia mostrano prudenza diplomatica, ma in sostanza sono più preoccupate dal pericolo di un’ondata inflazionistica e tengono chiusi (o semichiusi) i cordoni della borsa; la Repubblica ceca, come si è detto, condanna senza mezzi termini il piano americano; altre repubbliche dell’Est europeo, tra cui l’Ungheria, chiedono l’intervento del Fondo monetario internazionale per salvare le rispettive economie prossime al tracollo.

Di fronte alla crisi economica e finanziaria America e Europa reagiscono a ruoli invertiti rispetto ai comportamenti storici (almeno dagli anni ’70 in poi). La strategia degli europei (Regno Unito escluso) è ispirata al monetarismo – sostegno della moneta, controllo del deficit di bilancio e del debito pubblico – e rifiuta interventi massicci diretti nell’economia.

Gli Americani, contraddicendo i dogmi neoliberisti della “reaganomics”, hanno sposato la finanza (pubblica) allegra: si apprestano a spendere montagne di soldi in debito, stampano in sostanza carta moneta senza curarsi del pericolo di inflazione, corrono verso un deficit di bilancio di oltre il 10 per cento e un debito pubblico di oltre il 70 per cento del PIL; abbracciano le ricette keneysiane della spesa pubblica per il rilancio dell’economia e il sostegno dei redditi bassi.

Chi ha ragione? Tutti e nessuno. E non perché le rispettive previsioni siano tecnicamente infondate, ma perché in economia più delle cifre contano gli obbiettivi che si vogliono raggiungere, gli scenari che si prevedono quando la crisi sarà passata (tutte le crisi passano, prima o poi), e i ceti sociali che si vogliono proteggere o colpire.

La ricetta europea punta essenzialmente a stabilizzare i mercati, a immettere liquidità nel sistema finanziario perché possa erogarla alle imprese e fare così ripartire il sistema produttivo. La spesa collettiva – dell’Unione – per gli investimenti diretti nell’economia è irrisoria, e quella dei singoli governi molto modesta come percentuale del PIL.

Vengono sì aumentati gli esborsi per gli ammortizzatori sociali (peraltro molto sperequati tra i diversi paesi), ma questi rientrano tra le spese quasi obbligate e, con l’aumento della disoccupazione dovuta alla perdita di posti di lavoro, non saranno sufficienti a sostenere i consumi. In sostanza la ricetta europea lascia le cose come stanno sia quanto all’assetto del sistema produttivo, sia quanto ai rapporti di forza economica tra i vari strati della popolazione. Non fa nulla, o quasi nulla, per prepararsi a competere nel dopo-crisi sul mercato globale in condizioni migliori delle attuali.

La ricetta americana parte da uno svantaggio storico rispetto alle protezioni sociali e da differenze di reddito ancora più elevate che in Europa. Cerca quindi di correggere queste disparità con esborsi di vario genere a tutela dei redditi bassi e medio-bassi. Segue anche (anzi la precede) la ricetta europea di sostegno alla finanza.

Ma, oltre a tutto ciò, il governo americano fa molto di più e di diverso, quantitativamente e qualitativamente: investe centinaia di miliardi di dollari direttamente nell’economia con un vasto piano di interventi nelle infrastrutture (non nelle villette residenziali) – strade, ponti, ferrovie, reti elettriche e digitali – e nello sviluppo delle energie alternative. Si prepara al dopo-crisi cercando di acquisire in questo modo un vantaggio competitivo paragonabile a quello che realizzò negli anni ’90 con la sua leadership nel campo informatico e di internet.

Ma, dicono gli scettici, tutta questa massa di liquidità che fine farà? Non finirà, come ha affermato con particolare rudezza il primo ministro ceco, col fare crollare il valore del dollaro e con esso tutto il sistema finanziario mondiale?

Il pericolo esiste ed è anche per questo che Larry Summers si è rivolto agli europei chiedendo loro di spendere di più così da fare abbassare il valore dell’euro relativamente al dollaro. Ma in una situazione di recessione mondiale si tratta di un pericolo molto teorico. Il dollaro potrà ancora scendere, avvantaggiando le esportazioni americane, sfavorendo le importazioni e anche per questa via (che in sostanza è quella della svalutazione competitiva seguita dall’Italia quando ancora non era nell’euro e lo poteva fare) stimolando l’economia interna. Ma non scenderà oltre un certo livello e non crollerà.

Perché in definitiva il valore di una moneta sui mercati è dato dalla solidità dell’economia che la sostiene – economia intesa come insieme di sistema produttivo, di know-how tecnologico, di ricerca scientifica, di forza lavoro qualificata – è dato dalla credibilità complessiva (sostenuta anche dalla forza militare) del sistema-paese.

Da questo punto di vista l’economia americana è forte e lo sarà ancora di più quando la crisi sarà passata proprio grazie agli investimenti che si appresta a fare nelle infrastrutture e nella formazione della propria forza lavoro. La critica semmai (che è stata fatta dal premio Nobel Krugman), non è che gli interventi siano eccessivi, ma che siano insufficienti per gli obbiettivi che si vogliono perseguire.

E l’Europa? Se ne avesse la forza politica e non fosse divisa al suo interno, se non fosse afflitta da una leadership debole, senza che se ne vedano gli sbocchi, anche l’Europa farebbe bene ad abbandonare i dogmi monetaristi e a seguire l’esempio americano. Questa volta hanno ragione gli Stati Uniti.

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