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I fedeli distanti dalla Chiesa

di Giancarlo Bosetti
da www.repubblica.it

Quale fede e quali fedeli ha in mente il Papa? C’è una serissima vignetta inglese. Due lettori e un
giornale con gran titolo sul discorso politico di un vescovo. I due commentano: «Ma tu credi in
Dio?». «Sì», risponde l’altro. «E credi in un Dio che può cambiare il corso degli eventi sulla terra?».
«No, solo in uno normale.»
Solo normale, ovviamente. Just ordinary, non un Dio che entra nei dettagli della vita politica. La
vignetta è stata proposta da Grace Davie, in apertura di uno dei suoi studi sullo stato della religione
in Europa e illustra la sfida che tutte le chiese si trovano di fronte in questa strana fase della loro
storia: la fede tra la gente non diminuisce, al contrario, ma si allontana dall’ortodossia. I credenti
non sentono più lo stesso bisogno di un tempo di partecipare con regolarità alle funzioni. Credono,
ma in un modo più vago di quel che prescrivono le autorità ecclesiastiche. La Davie ha coniato la
formula del «credere senza appartenere», che vediamo confermata nelle analisi di Ilvo Diamanti sui
cattolici italiani: si fidano della Chiesa, versano l’8 per mille, ascoltano con rispetto i messaggi dei
vescovi, ma decidono con la propria testa che cosa pensare dei preservativi e del testamento
biologico, in tutt’altra direzione.
La sfida della fede che non vuole «appartenere» sta davanti alla Chiesa di Roma. E una delle
domande interessanti del nostro tempo è: in che direzione risponderà alla sfida? rinforzando vincoli
e divieti, per i fedeli, o accettando compromessi con tendenze e abitudini della società?
Incoraggiando o no l’afflusso dei non ortodossi? Chiudendo o aprendo al dialogo con le altre
religioni?
Da molti segnali si può immaginare (e temere) una risposta nella prima direzione, ma non se ne può
essere sicuri fino in fondo perché, nonostante tutto, è rimasto in sospeso un giudizio conclusivo
sugli atti del Pontefice, se si sia trattato di errore, leggerezza e sottovalutazione delle conseguenze o
se di un vero segnale deliberato e irreversibile. L’ultimo caso, la revoca della scomunica ai
lefebvriani, ha avuto l’impatto drammatico che sappiamo a causa della confessata ignoranza del
negazionismo del vescovo Williamson. Il gesto era dunque di sicuro di orientamento tradizionalista,
ma, senza lo scandalo di Auschwitz, sarebbe stato meno indigesto al mondo; del discorso di
Regensburg con la citazione di Manuele II Paleologo sui musulmani «cattivi e disumani» si può
anche dubitare che l’intenzione fosse proporzionata alle parole; quanto al Messale con il sacerdote
che volge le spalle ai fedeli, alla preghiera del Venerdì santo con il reinserimento dei «perfidi
ebrei», o alla beatificazione di Pio XII, non sono certo atti casuali, ma a giudicare dalle precisazioni
e mosse diplomatiche successive, non contengono una risposta definitiva a quella domanda.
Rimane un caso stupefacente che, tra le risposte di Benedetto XVI a questi mutamenti di qualità
della fede, si affacci anche un’attrazione per il rovescio del «credere senza appartenere», e cioè per
l’«appartenere senza credere» degli atei devoti, dei non credenti che innalzano la identità cristiana
come vessillo politico dell’occidente liberale. Marcello Pera ne guida le file, e proprio al suo libro
(Perché dobbiamo dirci cristiani, Mondadori, 2008) il Papa ha consegnato la lettera in cui giudica
«impossibile in senso stretto» il dialogo interreligioso, altre volte invece proposto come utile e
giusto (perché se no, con i musulmani alla Moschea blu di Istanbul?). Ma neanche questo caso
contraddittorio è risolutivo.
Una risposta definitiva sulla direzione del pontificato non c’è ancora neanche per gli ambienti
conciliari del cattolicesimo, dove non si è aperto un visibile fronte di opposizione. Si insiste a
catalogare quanto sopra tra gli «incidenti». Altri, di diversa ispirazione, come Vittorio Messori,
rifiutano decisamente l’idea dell’«errore» e attribuiscono questa linea di condotta alla scelta del un
capo della Chiesa di dare priorità assoluta alla tutela della fede, che, come Benedetto XVI ha scritto
nella lettera ai vescovi, oggi «in vaste zone della terra è nel pericolo di spegnersi come una fiamma
che non trova più nutrimento» perché «in questo nostro momento della storia Dio sparisce
dall’orizzonte degli uomini». Parole forti, drammatiche, da cittadella assediata.
Se dovesse prevalere la linea della «minoranza creativa», più volte evocata dallo stesso pontefice,
saremmo di fronte alla singolare situazione di una Chiesa che, come succede a movimenti politici in
una fase di declino, si irrigidiscono nella dottrina aggravando le perdite di consenso che vorrebbero
invece difendere. Tanto più singolare mentre i segnali di una vitalità della fede contraddicono il
tramonto del sacro sull’orizzonte contemporaneo e ne annunciano il ritorno. Come accordare per
esempio quelle previsioni funeste con un inizio di secolo che di fatto appare come «l’epoca d’oro»
dei pellegrinaggi cristiani? Mai in nessuna epoca tanti pellegrini hanno raggiunto i santuari mariani:
10 milioni all’anno a Guadalupe in Messico, 6 milioni a Nostra Signora di Aparecida in Brasile.
Anche in Europa il boom è evidente: Lourdes aveva un milione di visitatori negli anni Cinquanta,
ora sono 6 milioni, poco meno a Jasna Gòra–Czestochowa, 4 milioni a Fatima. Altre cifre
impressionanti in tutta Europa, da Lisieux ad Assisi, da Altötting a Medjugorje. Quest’ultima dal
1981 ha attratto 30 milioni di visitatori. Tutta la documentazione è in Philip Jenkins, The God’s
Continent, (Oxford University Press, 2007) un autore sulla stessa lunghezza d’onda del «credere
senza appartenere». L’eclissi della religione in Europa non esiste. Il fatto è che i credenti trovano in
queste esperienze qualche cosa che non trovano (più) nella vita della parrocchia o nel ciclo dei riti
ordinari.
Se nella Chiesa prevalesse l’idea che la fede si sta estinguendo, i cattolici si troverebbero di fronte a
una situazione imbarazzante come ritrovarsi davanti dei leader politici, che, sconfitti alle elezioni,
proclamino la fine della politica, anziché la propria. Più realistica sarebbe una riflessione, per i
politici sui voti persi o sulle astensioni, e per i religiosi su quello che Vito Mancuso chiama lo
«scisma sommerso», vale a dire quei milioni di credenti che allo stato dei fatti trovano le porte di
ingresso troppo strette per imbarcarsi o reimbarcarsi nella Chiesa. Ma il tema della persistenza della
religione in questa fase di «assenza di orientamento», come la chiama Hans Küng, è di grande
importanza anche fuori delle chiese, per i laici e per la politica democratica. Interpretare queste
domande di senso, e di un genere nuovo che sembra sfuggire al controllo e alla cultura dei vertici
vaticani, non è solo un compito per chierici.

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