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Capolinea dei diritti

di Filippo Miraglia
Responsabile immigrazione ARCI

Centinaia di persone disperse a largo delle coste libiche nel tentativo di raggiungere l’Europa. Non c’è legge o vento di intolleranza che tenga. La crisi spinge più persone a partire in cerca di lavoro. A prescindere dai governi e dalle regole vigenti. Il centro destra continua nella sua politica dissennata di chiusura, persecuzione e promozione dell’intolleranza. Al punto da non fermarsi neanche davanti ad un ragazzino afghano di 12 anni, che, approdato nel porto di Ancona miracolosamente salvo viene respinto dal questore, calpestando in tal modo la legge italiana e le convenzioni internazionali

Il mediterraneo continua a essere un mare di morte. Ma non è il destino a produrre stragi e tragedie ma le scelte concrete dei governi, le cui responsabilità sono forti e palesi.

Sono passate poche settimane da quando il Ministro dell’Interno Maroni aveva sostenuto che “bisogna essere cattivi con i clandestini”. E proprio la cattiveria sembra essere uno dei tratti salienti delle politiche governative in materia di ingresso e soggiorno dei migranti. Una cattiveria che ha un consenso popolare, costruito in anni di criminalizzazione degli stranieri.

Nel giorno della più grande strage del mediterraneo, l’esponente della Lega nord, per niente colpito dalla morte di centinaia di persone, promette ancora una volta che presto tutto questo finirà.

Come se non avesse già fatto innumerevoli volte questa previsione, da quando si è insediato al Viminale, promettendo di arrestare i flussi dalla Libia.

Invece ha dovuto subire l’anno con il più alto numero di sbarchi della storia dell’immigrazione in Italia dall’Africa del nord. Così come aveva dovuto fare, sempre un ministro del centro destra, nel 2002, la più grande sanatoria (ma bisogna chiamarla regolarizzazione) d’Europa, con l’entrata in vigore della Bossi Fini: circa 650 mila nuovi permessi di soggiorno.

La distanza tra le dichiarazioni, la propaganda e la realtà è abissale. Non c’è legge o vento di intolleranza che tenga. La crisi spinge più persone a partire in cerca di lavoro. A prescindere dai governi e dalle regole vigenti.

Regole che dovrebbero servire a governare i fenomeni e non a perseguitare milioni di persone la cui unica colpa e quella di partire alla ricerca di una vita migliore.

Ignorando completamente che non ci sono vie legali per entrare in Italia in cerca di lavoro, cioè per la ragione principale per la quale le persone emigrano, il centro destra continua nella sua politica dissennata di chiusura, persecuzione e promozione dell’intolleranza.

Al punto da non fermarsi neanche davanti ad un ragazzino di 12 anni, uno dei tanti afgani scampati alla morte e alla polizia greca, che, approdato nel porto di Ancona miracolosamente salvo (tanti i ragazzini morti nel tentativo di attraversare quella frontiera) viene respinto dal questore, calpestando in tal modo la legge italiana e le convenzioni internazionali.

Impronte digitali ai bambini rom, per il loro bene. Respingimento di minori in fuga dalla morte verso campi di detenzione in Grecia, sempre per il loro benessere. Programmi e accordi per respingere e bloccare i migranti in mare e nei porti del nord Africa, sempre per il loro bene, per evitare che muoiano. Una tassa speciale per gli stranieri su ogni rinnovo e rilascio del permesso di soggiorno, sempre per il loro bene.

Così come ogni persecuzione nella storia infame dell’umanità è fatta sempre per il bene di qualcuno, spesso delle vittime, per salvaguardare valori universali, così il centro destra oggi spiega la persecuzione dei migranti e delle minoranze, in nome della sicurezza e per il loro bene.

Un discorso che non trova ancora oggi purtroppo alcuna voce autorevole che gliene contrapponga un altro altrettanto forte. Un discorso cioè che si è trasformato in senso comune, in cultura popolare.

Anche se gli sbarchi sono 30 mila e gli irregolari molti di più, la sindrome da invasione la si costruisce con quei 30 mila sbarchi.

Nessuno spiega, senza paura di perdere consensi e facendone una battaglia di civiltà, che è la legge a mettere le persone nelle mani dei trafficanti. Cioè che il migliore alleato dei mercanti di clandestini è lo stato con i suoi ministri e le sue leggi. Il lavoratore straniero preferirebbe aspettare e arrivare in aereo in Italia, con documenti in regola. Ma la legge non lo consente. La quasi totalità degli stranieri che oggi lavorano e vivono in Italia sono stati costretti a aggirare in qualche modo la legge. Infatti questa prevede che il datore di lavoro chiami il lavoratore ch evuole dal paese d’origine.

Ma come fa se non lo conosce? Chi assumerebbe una baby sitter o un manovale senza prima averlo neanche visto e senza conoscerne neanche il nome? Nessuno ovviamente. Infatti le persone entrano per motivi diversi dal alvoro (normalmente per turismo, permesso breve di 3 mesi), o senza un regolare visto, e poi trovano lavoro e rimangono ad aspettare di regolarizzarsi in qualche forma. Una storia che è la storia di tutti i migranti e che i datori di lavoro conoscono bene.

Una farsa, quella della chiamata diretta nominativa, che ha caratterizzato per più di un decennio le scelte dei governi di tutti i colori, con qualche piccola differenza.

Così oggi ci troviamo a contare i morti e ad ascoltare chi ne ha la responsabilità principale, il ministro dell’interno del governo italiano, continuare a parlare la lingua dell’ipocrisia, indicando sempre la strada della persecuzione e della chiusura totale, che produrrà altri morti e aumenterà gli affari dei trafficanti.

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Alidad, a 12 anni in fuga dai talebani Ma l’Italia l’ha respinto: «Fuori!»

da: http://razzismoitalia.blogspot.com/

Alidad Rahimi, 12 anni, afghano, respinto poche ore dopo essere sbarcato ad Ancona
Non l’hanno mica chiesto al piccolo Alidad, perché fosse scappato dal Paese degli aquiloni e dell’orrore. Avrebbero saputo che suo papà era stato assassinato dai talebani, che a 9 anni era scappato con la mamma e i fratellini in Iran, che aveva impiegato mesi e mesi per arrivare clandestinamente lì al porto di Ancona e insomma aveva diritto a essere accolto. Come rifugiato politico e come bambino. Ma non gliel’hanno chiesto. Come non lo chiedono ogni giorno a decine e decine di altri. L’hanno caricato su una nave e spedito via: fuori! A dodici anni.

Eppure le leggi italiane e quelle europee, come sarà ribadito oggi in un convegno a Venezia con Massimo Cacciari, Gino Strada, i rappresentanti di Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie, sarebbero chiarissime: non si possono respingere alla frontiera tutti quelli che arrivano così, all’ingrosso. Certo, il questore (anche senza il via libera del magistrato, secondo l’interpretazione più dura) può decidere il «respingimento con accompagnamento alla frontiera nei confronti degli stranieri che sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all’ingresso o subito dopo», ma con eccezioni. Le regole «non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». Ovvio: non si possono ributtare le vittime in pasto ai carnefici. Così come la Francia, per fare un solo esempio tratto dalla storia nostra, non riconsegnò il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, agli assassini fascisti di Giacomo Matteotti.

Sui minori, poi, l’articolo 19 del Decreto legislativo 28 gennaio 2008, che neppure la destra al governo ha toccato (anche per rispettare la convenzione di New York sui dirit
ti del fanciullo) è netto. Punto primo: «Al minore non accompagnato che ha espresso la volontà di chiedere la protezione internazionale è fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda. Allo stesso è garantita l’assistenza del tutore in ogni fase della procedura per l’esame della domanda…». Punto secondo: «Se sussistono dubbi in ordine all’età, il minore non accompagnato può, in ogni fase della procedura, essere sottoposto, previo consenso del minore stesso o del suo rappresentante legale, ad accertamenti medico-sanitari non invasivi al fine di accertarne l’età». Punto terzo: «Il minore deve essere informato della possibilità che la sua età può essere determinata attraverso visita medica, sul tipo di visita e sulle conseguenze della visita ai fini dell’esame della domanda. Il rifiuto, da parte del minore, di sottoporsi alla visita medica, non costituisce motivo di impedimento all’accoglimento della domanda, né all’adozione della decisione».

E allora, chiede l’avvocato Alessandra Ballerini che con un gruppo di altri legali ha preparato un esposto alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, come può l’Italia ignorare nei fatti, nei porti di Ancona, Bari, Brindisi o Venezia, quanto riconosce sulla carta? Come si possono respingere le persone caricandole sbrigativamente sulle navi, dalle quali sono sbarcati appesi sotto i Tir o assiderati nelle celle frigorifere, senza controllare neppure se sono in fuga da dittatori sanguinari? Come si possono buttar fuori uomini, donne, bambini senza neppure farli parlare con un interprete o un avvocato, così come dicono ad esempio decine e decine di testimonianze raccolte da giornalisti e operatori sociali quali Alessandra Sciurba, tra i disperati accampati nella baraccopoli di Patrasso? Risposta standard: mica li rimandiamo in Afghanistan o in Iraq, li rimandiamo in Grecia da dove erano venuti. Vero, in astratto.

In realtà, spiega la denuncia, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati consiglia ufficialmente «i governi dei Paesi che hanno sottoscritto il Regolamento di Dublino di non rinviare i richiedenti asilo in Grecia» perché lì «nell’assegnazione dello status di rifugiato non sono garantite al momento le più basilari tutele procedurali». I numeri, accusa il Consiglio Italiano per i Rifugiati, dicono tutto: «La percentuale di riconoscimenti dello status di rifugiato in Grecia è prossima allo zero: nel 2007 è stata dello 0,4%, nel 2006 dello 0,5…». Le obiezioni di quanti sbuffano sono note: «Troppo comodo, spacciarsi tutti per rifugiati politici!». Sarà… Ma anche ammesso che qualcuno faccia il furbo facendosi passare per un perseguitato, le regole internazionali vanno rispettate.

E queste regole dicono che ogni singola persona ha diritto a essere «pesata». Succede? Prendiamo Venezia. Partendo dalle parole della Responsabile del Consiglio Italiano Rifugiati, Francesca Cucchi, a un convegno di qualche mese fa. Come mai le autorità portuali avevano denunciato dal gennaio 2008 ad allora 850 clandestini se il Cir era stato informato solo di 110? E gli altri 740? Tutti caricati sulle navi e ributtati indietro senza controllare se avessero o meno diritto allo status di rifugiati? Una cosa è certa: ammesso (e non concesso) che alcuni si spaccino per rifugiati, certo è che nessun adulto può spacciarsi per un bambino.

Ed era un bambino quell’Alidad Rahimi scacciato a 12 anni dopo che ne aveva passati tre a sfuggire attraverso l’Iran e la Turchia e la Grecia ai talebani che gli avevano ammazzato il padre ed era sbarcato solo per poche ore ad Ancona dentro la pancia di un camion. Era un ragazzino Alisina Sharifi che a 14 anni era scappato ai guardiani della fede afghani ed era arrivato in Italia semiassiderato per essere buttato fuori appena ripresi i sensi.

Era un ragazzino Salahuddin Chauqar, scappato dall’Afghanistan quando aveva sette anni e arrivato dopo mille odissee, nascosto in un Tir, a Venezia: «Il ricorrente continuava a ripetere di avere 15 anni e di voler chiedere asilo ma i poliziotti lo costringevano a firmare due fogli a lui incomprensibili (…) Il ricorrente veniva poi condotto a forza in una cabina di ferro all’interno di una nave diversa da quella con la quale era arrivata e rinchiuso con altri 3 minorenni, fino all’arrivo a Patrasso». Certo era più comodo commuoversi per il piccolo Marco in viaggio «dagli Appennini alle Ande»…

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