Home Politica e Società Violenza sessuale. E quella in famiglia?

Violenza sessuale. E quella in famiglia?

di Giannino Piana
in “Rocca” n. 7 del 1 aprile 2009

I provvedimenti adottati di recente dal Governo italiano per arginare, con l’assegnazione di pene più
severe e la predisposizione di nuove forme di vigilanza – si pensi all’introduzione delle «ronde» -,
una serie di reati che hanno come oggetto la violenza soprattutto nei confronti delle donne – dagli
stupri allo stalking, cioè a molestie continuate di varia entità – hanno suscitato nell’opinione pubblica
reazioni contrastanti. Vi è chi ha plaudito al rigore del Governo impegnato sul fronte della sicurezza con
misure che corrispondono alla gravità della situazione; e chi, invece, non ha mancato di sottolineare come
questo insieme di nuovi dispositivi nasca all’insegna di una politica xenofoba, che rischia di accentuare
ulteriormente le tensioni già in atto verso gli extracomunitari presenti sul territorio nazionale.
I dati forniti dalla magistratura, in occasione dell’apertura del nuovo anno giudiziario, offrono, in
proposito, un quadro articolato della situazione. A una consistente diminuzione dei reati rispetto agli
anni precedenti (e questo, pur con alcune differenze, in quasi tutto il paese), fa infatti riscontro un
altrettanto consistente incremento dei reati più gravi, soprattutto dei casi di violenza di cui risultano vittime
donne e bambini. L’allarme non è dunque ingiustificato: esiste senza dubbio un’emergenza «stupri» – come
viene oggi comunemente definita – alla quale è necessario far fronte anche attraverso l’inasprimento delle
pene, ma soprattutto assicurando che esse vengano comminate e rese esecutive in tempi ragionevoli.
l’azione punitiva non basta
Tuttavia – è giusto ricordarlo – molto netto è il divario tra l’entità effettiva del fenomeno (per quanto
preoccupante) e la percezione, molto più accentuata, che di esso si ha a livello di opinione pubblica. E
questo soprattutto a causa dell’azione sistematica dei media – giornali e televisioni in primis – che,
facendo leva sulla grande pervasività dei loro messaggi, non hanno mancato di enfatizzarlo,
contribuendo ad alimentare la psicosi collettiva. Si spiega così il senso di disagio, non sempre del tutto
razionale, che serpeggia nelle città e che spinge all’assunzione di atteggiamenti emotivi, che possono
sfociare talora in pericolose forme di reazione. La paura del diverso, dell’extracomunitario, specialmente
se clandestino (o irregolare come è più giusto definirlo) rischia di avere il sopravvento,
rinfocolando contrapposizioni che hanno come esito lo scontro di civiltà. Alcune prese di posizione del
Governo, sollecitate in particolare dalla Lega Nord che indulge spesso (anche nel linguaggio) verso
derive razziste, finiscono per favorire (anziché smorzare come è dovere di chi ha una grande responsabilità
politica) tale processo. La caccia all’extracomunitario, che si è scatenata, negli ultimi anni, in alcune
città del Nord (e non solo) è la riprova che siamo di fronte a una situazione estremamente grave, che
corre il pericolo, se non viene opportunamente arginata, di esplodere in atti di violenza sempre più
efferati e detestabili. Né valgono a contenerla istituzioni come quella già accennata delle «ronde»,
costituite in gran parte da persone «perbene» che, sia per le motivazioni che le spingono a partecipare
sia (soprattutto) per la scarsa preparazione – non sono certo sufficienti alcune ore di addestramento
per acquisire i requisiti necessari per operazioni così delicate – non possono che accrescere la confusione e
incrementare i conflitti.
Del tutto giustificate sono, al riguardo, le preoccupazioni espresse dalle forze dell’ordine – polizia e carabinieri –
che rivendicano maggiore disponibilità di personale e di mezzi per poter controllare con maggiore
efficacia il territorio e rispondere alle emergenze. Ma ancor più grave è la tendenza a favorire – come
avviene soprattutto da parte di alcuni media (non senza la complicità di autorevoli uomini politici) – la
demonizzazione di interi popoli o gruppi etnici – in questo momento in particolare i romeni e i rom i cui nomi
sono divenuti nell’immaginario collettivo sinonimo di «criminale» – con il pericolo che prevalgano le pulsioni
irrazionali e che venga ridestandosi in molti l’istinto primordiale del «nemico» da sconfiggere o da
scacciare. La coltivazione di una emotività pubblica, che prenda di mira alcuni soggetti
collettivi, senza fare di volta in volta discernimento a livello individuale, non può che scatenare
sentimenti di ostilità che sfociano inevitabilmente in forme di xenofobia e di razzismo.
L’escalation della violenza nei confronti delle donne è un fatto innegabile; come è innegabile la
presenza in varie situazioni (non in tutte) di soggetti extracomunitari. La ricerca di una soluzione
adeguata non può tuttavia limitarsi alla semplice emanazione di pene più rigorose, per quanto
necessarie, e tanto meno alimentare forme di colpevolizzazione a senso unico, che finiscono per
lacerare ulteriormente il già fragile tessuto sociale. Deve piuttosto muoversi nella direzione di una
vasta azione sociale ed educativa, che risalendo alle cause profonde del problema, individui le
vie percorribili per la ricostruzione di condizioni, culturali e strutturali, capaci di sviluppare
un’autentica coscienza del rispetto della dignità di ogni persona umana e di garantire a tutti la tutela
dei propri diritti.
la famiglia in primo piano
Questo tipo di azione appare ancora più urgente se si considera – e questo è spesso sottaciuto dalle
informazioni massmediali – che la famiglia – non quella extracomunitaria ma quella italiana – è il
luogo in cui continua a consumarsi il numero maggiore di violenze, anche sessuali, nei confronti
delle donne e dei bambini di entrambi i sessi. Questi episodi costituiscono la punta di iceberg di una
situazione patologica largamente diffusa, che esige, per essere superata, un profondo
cambiamento di mentalità; implica l’abbandono di abitudini inveterate, che hanno dato luogo a
usi e a costumi, ad atteggiamenti e comportamenti radicati in modo ancestrale nel profondo delle
coscienze e il cui sradicamento implica l’affermarsi di una vera e propria rivoluzione culturale.
La subordinazione della donna all’uomo viene infatti da lontano; ha la sua origine in una società
maschilista, che è il prodotto di una cultura patriarcale, i cui tentacoli si sono insediati negli
anfratti più intimi della personalità, dando vita alla fissazione di ruoli e di funzioni, spesso
sacralizzate o comunque ritenute «naturali», e dunque immutabili.
La cultura cattolica ha, in proposito, grosse responsabilità. Anziché contribuire ad alimentare un
processo di liberazione della donna, la Chiesa ha piuttosto concorso in passato al mantenimento
di alcuni stereotipi, avvalorandoli con la propria autorevolezza e adducendo ulteriori ragioni di
dipendenza legate in particolare all’esercizio della sessualità. E sufficiente scorrere la
manualistica morale, che si è sviluppata in modo sostanzialmente omogeneo dagli inizi del
XVII secolo fino al Vaticano II – manualistica che era la base della formazione dei confessori – per
rendersi conto di come la donna fosse in realtà considerata, sul piano sessuale, strumento alle
dipendenze della volontà dell’uomo. Alla proibizione di avanzare la richiesta del rapporto sessuale
(petere debitum) qualora fosse a conoscenza dell’intenzione del marito di evitare, in qualsiasi
modo, il perseguimento della finalità procreativa — finalità che era considerata assolutamente
primaria —, corrispondeva l’obbligo di fornire in ogni caso al marito, anche in queste situazioni,
la prestazione richiesta (reddere debitum), onde
evitare il pericolo di mali maggiori, soprattutto
l’adulterio, assumendo tuttavia un atteggiamento di rifiuto del piacere fisico (passive se habens).
Dietro a queste rozze indicazioni normative si nascondeva una concezione della donna come
puro oggetto del piacere maschile, deprivata dunque di ogni dignità e di ogni diritto personale.
Tutto ciò nel quadro di una concezione del matrimonio e della famiglia, in cui la dimensione
istituzionale, considerata come il fattore costitutivo, e dunque prioritario, faceva da copertura e da
giustificazione di qualsiasi comportamento. La mescolanza di perbenismo borghese e di
fariseismo cattolico relegava in secondo piano la qualità dei rapporti coniugali e familiari, per
dare assoluta precedenza alla salvaguardia dell’istituzione a scapito di valori quali l’amore e la
fedeltà che sono l’anima interiore della vita di coppia.
Nonostante il radicale mutamento di clima, provocato sia dall’azione dei movimenti femministi che
dagli sviluppi della rivoluzione sessuale, questa mentalità non è del tutto tramontata. E non solo
perché sussistono ancora frange (sia pure limitate) del mondo cattolico che continuano a pensare
così o perché ritornano, a livello gerarchico, posizioni del passato che parevano del tutto
accantonate, ma — paradossalmente — perché si assiste oggi a una forma di radicale
mercificazione della sessualità ad opera del consumismo dilagante, che conduce alla reificazione
del corpo femminile e ripropone, sia pure in una ottica diversa (e persino rovesciata), una visione
della donna come mero «oggetto» del desiderio maschile, concorrendo a perpetuare in tal modo
l’antica soggezione.
una svolta culturale
Il superamento di questa situazione, alla quale vanno ricondotte, come a cause remote (ma non per
questo meno reali e determinanti), le varie forme di violenza che vengono tuttora consumate nei
confronti delle donne, è legato – come già si è ricordato – a una profonda rivoluzione culturale. Si tratta
di passare da una semplice affermazione della parità dei diritti – oggi formalmente riconosciuta, almeno
nei paesi del mondo occidentale – alla creazione di una mentalità che permei in profondità le coscienze e
di un costume che crei le condizioni per una effettiva pratica della uguaglianza. Il che implica, da un
lato, un serio ripensamento dei rapporti uomo-donna secondo un modello ispirato alla logica della
reciprocità da rendere operativa in tutti gli ambiti nei quali viene articolandosi l’esperienza umana; ed
esige, dall’altro, una profonda trasformazione delle strutture della vita associata – si pensi soltanto ai tempi
del lavoro e della famiglia – finora prevalentemente funzionali al mondo maschile, perché si adeguino
alle esigenze del mondo femminile e rendano pertanto possibile la partecipazione della donna alla vita
civile.
L’abbandono della rigida divisione dei ruoli, che ha per tanto tempo dominato la nostra cultura,
relegando la donna entro le mura domestiche, è oggi in larga misura avvenuto, grazie al suo sempre
maggiore inserimento nel mondo del lavoro – il nostro paese è purtroppo, al riguardo, in forte arretrato
rispetto ai paesi europei più avanzati – ma il rischio che si corre (e che è già largamente in atto) laddove
non si fa strada una nuova sensibilità, è che la donna finisca per essere sottoposta a un doppio lavoro –
quello domestico e quello extradomestico -; che continui, in altri termini, ad essere schiava del potere
maschile, il quale ricava nuovi vantaggi dalla odierna congiuntura e conserva inalterati i propri privilegi.
Il ricupero dell’uguaglianza, la quale implica la possibilità di accesso alla parità dei diritti e all’esercizio
degli stessi compiti, costituisce una conquista che non va messa in discussione. Ma la vera liberazione
non può arrestarsi a questo livello; implica il ricupero delle differenze antropologiche, la costruzione
cioè, in tutti i campi, di relazioni uomo-donna nelle quali ciascuno venga messo in grado di sviluppare
le proprie potenzialità, recando negli ambiti in cui opera il contributo della propria diversità. Soltanto da
questa conversione culturale può infatti nascere una società in cui le differenze sessuali, lungi dall’alimentare
i conflitti, fino al limite estremo della violenza, diventino fattore fecondo di nuove (e
arricchenti) esperienze di convivenza civile.

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