Home Politica e Società L’uso di Dio in politica. È finita la modernità?

L’uso di Dio in politica. È finita la modernità?

di Tonino Bucci
in “Liberazione” del 2 aprile 2009

Le religioni sono diventate una presenza nella politica. La vecchia distinzione sulla quale si è retta
la modernità – che assegnava alla religione la sfera privata del credente e allo Stato quella pubblica –
è saltata. Ma questo provoca un cortocircuito della democrazia laica. Si può davvero conciliare la
libertà dell’individuo con l’aspirazione delle religioni di adeguare la società contemporanea al
proprio modello assoluto? E qual è il ruolo delle religioni nel mondo globalizzato dove i
fondamentalismi si trovano a rappresentare nella percezione pubblica le uniche visioni antagoniste
al potere del denaro? Saranno questi i temi al centro del convegno “Soggetto e norme. Individuo,
religioni, spazio pubblico” che si apre a Torino, da oggi fino a sabato (al circolo dei lettori di via
Bogino 9, sabato a Villa Gualino, viale Settimio Severo 63). Ne parleranno filosofi, teologi e
politici, da Salvatore Natoli a Rosy Bindi, Da Stefano Rodotà a Piero Coda.
Il primo intervento sarà quello di Ugo Perone, presidente dell’associazione italiana per gli studi di
filosofia e teologia (Aisfet), oltre che membro del comitato di direzione della rivista Filosofia e teologia
– i due enti promotori del convegno. Si è rotta la convivenza delle religioni con la modernità, intesa
come progressiva conquista di autonomia da parte dell’individuo? «Questa divaricazione tra
modernità e religione non può essere composta, nel senso che non si può fare come se con la
secolarizzazione non fosse successo niente oppure sperare in una riconciliazione in sé e per sé tra
modernità e religione. Questo però non vuol dire che ci debba essere una lotta senza confini tra le
due o che una debba prevalere sull’altra. La mia impressione, a dirla tutta, è che stiano tramontando
l’uno e l’altro modello sociale: sia il modello premoderno delle religioni che volevano essere
orientamento di tutta la società, sia il modello della modernità che mette al centro la pura
individualità e la sua autonomia». Ma può la convivenza sociale fare a meno del principio di
autodeterminazione della coscienza? «In effetti sul piano della modernità non è possibile
abbandonare il riferimento alla coscienza, all’individualità e all’autonomia. Va salvaguardato in ogni
caso. Ma ciò non significa che da questo principio si possano far discendere tutti gli altri principi. E’
il problema del rapporto tra soggetto e norma . L’autonomia e la libertà del soggetto vanno protette,
ma è vero anche che le norme fondamentali non possono mai essere oggetto di una normazione
puramente giuridica. Ci sono degli assoluti che si sottraggono alla nostra disponibilità come si
sottrae alla nostra disponibilità il principio di coscienza. Bisognerebbe andare oltre la modernità e
oltre la religione teocratica».
Il principio dell’autodeterminazione del soggetto è stata la rivoluzione filosofica che ha fondato la
modernità. Almeno da Kant in poi la filosofia non ha più concepito che si potessero fondare i
principi ultimi per via metafisica o trascendente. Tutto doveva passare al vaglio di una coscienza
capace autonomamente di dare a se stessa le leggi della conoscenza e della morale. Oggi però
rischia di accendersi di nuovo il conflitto. Quale margine di autonomia resta alla coscienza se
prevale la tendenza delle religioni a imporre a tutte/i norme assolute che per definizione non
ammettono negoziazioni e mediazioni? «Non si può retrocedere dal principio
dell’autodeterminazione. E’ un fatto culturale da cui ormai non possiamo prescindere. Se siamo
diventati adulti non possiamo ritornare bambini. Però l’essere tutti adulti, tutti autodeterminati, tutti
dotati di libertà di coscienza ci obbliga a costruire una società nella quale convivere tutti assieme. E’
un percorso difficile perché ognuno rivendica a sé il diritto ad essere l’arbitro ultimo». Come si fa a
imporre l’osservanza a norme assolute, non negoziabili, a una società nella quale gli individui fanno
riferimento a modelli culturali tra loro diversi? Non è forse questo il conflitto insanabile che si crea
quando la Chiesa cattolica interviene nello spazio pubblico e spinge perché lo Stato legiferi sulle
questioni bioetiche – sulla vita, sulla morte, sul testamento biologico, sulla riproduzione – in accordo
con i propri principi? «Attenzione, la vita va considerata un valore indisponibile ma non sempre
l’interpretazione che ne danno le gerarchie cattoliche corrisponde a quella di un valore assoluto. La
vita non si riduce alla vita come mero biologismo. Altrimenti si genera questa contraddizione per
cui l’assoluto della vita si manifesta nella sua biologicità pura e semplice». Un assoluto mondano,
troppo mondano che rischia di indebolire, se non degradare, la stessa concezione del divino, piegandola
alla politica e agli interessi delle gerarchie ecclesiastiche. Un vero cortocircuito dal punto
di vista teologico. «E’ un errore confondere il divino con la norma, con le leggi dello spazio
pubblico», spiega Sergio Rostagno, già docente di teologia dogmatica alla facoltà valdese di
teologia di Roma, ospite anche lui oggi alla prima giornata del convegno per coordinare la sessione
“prospettive teologiche tra individualità e collettività”. «Questa confusione agisce soprattutto in
Italia dove c’è una situazione religiosa speciale. Forse anche nell’Islam. Ma non mi sembra che
accada nel buddismo o nella religione giapponese o cinese».
Epperò è proprio questa “mondanità” la forza della Chiesa cattolica che le ha permesso di uscire
dalla sfera privata e occupare lo spazio pubblico. Non sarà forse molto coerente dal punto di vista
teologico, ma nella sfera politica la mondanità dà i suoi frutti, eccome. «Il problema – torniamo a
Ugo Perone – è che abbiamo avuto della politica una visione proceduralistica. Abbiamo inteso lo
spazio pubblico come una sorta di arena dove ciascuno cerca di far valere i propri interessi al
momento della scrittura delle regole comuni». Lo Stato liberaldemocratico finisce per assomigliare
all’amministrazione di un condominio che deve muoversi nel conflitto di interessi tra individui
(proprietari). «Questa concezione laica di spazio pubblico presuppone che la disponibilità di
ciascuno a partecipare all’amministrazione del condominio dipenda dalla misura in cui esso soddisfa
i suoi interessi. In questo spazio è consentito a ognuno di coltivare il suo orticello, ma manca una
visione del bene comune. Può garantire interessi minimi per i quali però non vale la pena di
spendere la vita. Da questo è dipeso il disamoramento per la politica». La religione, qui, ha
dimostrato d’essere meglio attrezzata, di muovere le passioni meglio di quanto non abbia saputo fare
quella concezione condominiale della politica? «Se faccio la carità promuovo nel mondo il regno di
Dio. In ciascuno dei miei gesti concreti vedo crescere l’anticipazione di ciò a cui, nella mia fede,
tendo. La religione ha mostrato la capacità di dare un contenuto allo spazio pubblico, di non farne
un condominio. Può essere uno stimolo a ripensare lo spazio pubblico della nostra convivenza. Non
ci può essere nulla di buono per me che non sia contemporaneamente almeno un po’ buono anche
per tutti e viceversa. Questa è la sfida per la politica oggi. Trasformare la vita sociale in una
convivenza, in un progetto comune. A condizione di non opprimere la libertà individuale, altrimenti
l’assoluto, i grandi ideali, i progetti di liberazione dell’uomo si trasformano in dittature».
Religione e modernità non stanno invece in contraddizione necessaria secondo Sergio Rostagno.
«Democrazia e religione possono conviver
e. Non sempre però la convinzione religiosa deve essere
vissuta in maniera dogmatica. Può benissimo andare d’accordo con una cultura democratica.
Obama è un credente, ad esempio. Eppure non ci sono fondamentalismi nella sua politica. Ce lo
spiegherà domani (oggi per chi legge, ndr) Olivier Abel, un filosofo che viene dalla facoltà
teologica protestante di Parigi». C’è anche una lettura “religiosa” della globalizzazione nella quale le
religioni diventano lo strumento critico del dominio dell’occidente. «Esiste anche questa contrapposizione
tra i popoli occidentali pieni di illuminismo e di sussiego e gli altri popoli che non
vogliono essere sudditi di nessuno e si servono per questo anche della religione. Come dargli
torto»?
Ma perché nella Chiesa cattolica è mancato l’antidoto alla strumentalizzazione della religione nello
spazio pubblico? «Per una mancanza di distinzione tra teologia ed etica, tra fede e comportamento.
Ma non necessariamente la presenza religiosa è un’invasione. Anche i credenti hanno dato un
contributo alle costituzioni democratiche». Ma qual è allora il confine oltre il quale l’impegno della
religione nella sfera pubblica degrada il divino a strumento di lotta politica? Qual è il limite oltre il
quale la pratica contraddice la fede? «E’ quello che i valdesi contestano da sempre alla Chiesa
cattolica. Ancora oggi sopravvive qualcosa della vecchia concezione del Papato che si riteneva
depositario dell’unica verità e cercava d’imporla a tutti. Questo modo di agire ha come avversario lo
Stato. Finché non si riesce a sottometterlo non si è contenti. Il cattolicesimo aveva superato questa
idea, eppure risorge sempre». Sta qui, insomma, nella confusione tra potere temporale e potere
spirituale l’eterno rischio per la religione cattolica: il degradamento dell’ideale stesso di Dio. «E
questa è la vecchia idea di rendere immanente la fede, di concretizzarla in tutti i modi possibili.
Magari chiedendo soldi allo Stato».

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