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Da Londra a Strasburgo

di Giustiniano Rossi
da www.aprileonline.info

La crisi finanziaria, economica e sociale che scuote il pianeta non può che alimentare le tensioni, accrescere il militarismo, aprire la porta alle guerre ed è per questo che la lotta per la pace è indissociabile da quella contro un sistema che provoca miseria, disuguaglianze, recessione, dall’obiettivo del disarmo e di uno sviluppo durevole capace di soddisfare i bisogni dei popoli mediante, fra l’altro, la riduzione delle spese militari

In questi giorni l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) – secondo i suoi contestatori sorta di sindacato militare, di braccio armato del capitalismo chiamato a salvare i banchieri, a respingere i migranti, a controllare le risorse energetiche – ha festeggiato il suo sessantesimo compleanno a Strasburgo e a Kehl, sulle due rive del Reno, oltre che a Baden Baden: con l’occasione Nicolas Sarkozy, che accoglieva il vertice in territorio francese, ha annunciato il rientro della Francia nel Trattato e nel suo comando strategico.

Nello stesso tempo, di qua e di là dal ponte dell’Europa, 50.000 manifestanti sono venuti a festeggiare a modo loro i 60 anni di un’istituzione che mostra a Strasburgo senza possibilità di equivoci quale spazio democratico conceda ai suoi oppositori, sospendendo i diritti più elementari, in buona parte della città e per decine di chilometri intorno, sotto una cappa di piombo poliziesca.

Questi guastafeste, non contenti di aver disturbato il G20 di Londra – che si è occupato delle decisioni economiche, mentre il vertice NATO di Strasburgo si è incaricato di quelle militari – lasciando un morto sull’asfalto della capitale britannica dopo aver manifestato la loro opposizione a un mondo diviso fra paesi ricchi e nuovi ricchi del nord del mondo e paesi poveri e in via di sviluppo del sud che continuano ad essere impoveriti, si sono uniti in un Collettivo NATO-Afghanistan per preparare un controvertice nel quale esprimere nel corso di manifestazioni, conferenze, meetings il rifiuto della politica della forza, della guerra, del riarmo e delle enormi spese militari prodotta da un sistema basato sulla dominazione del mondo da parte di alcune grandi potenze.

Secondo gli anti-NATO, la crisi finanziaria, economica e sociale che scuote il pianeta non può che alimentare le tensioni, accrescere il militarismo, aprire la porta alle guerre ed è per questo che la lotta per la pace è indissociabile da quella contro un sistema che provoca miseria, disuguaglianze, recessione, dall’obiettivo del disarmo e di uno sviluppo durevole capace di soddisfare i bisogni dei popoli mediante, fra l’altro, la riduzione delle spese militari (1.335 miliardi di dollari nel 2007). Durante la sua campagna elettorale, nel 2007, Sarkozy aveva dichiarato di voler ritirare le truppe francesi dall’Afghanistan ma, un anno dopo la sua elezione, il presidente della Repubblica ha annunciato il reintegro del suo paese nel comando strategico della NATO, mentre per il 2009 il bilancio militare della Francia, dove quest’inverno delle persone sono morte di freddo per le strade, dove si tagliano i bilanci della scuola e della salute, si riducono salari e pensioni e si cancellano 3.000 posti di lavoro al giorno, aumenterà del 5,4%.

In nome della “civiltà occidentale”, ieri contro il comunismo, oggi contro il terrorismo, la NATO ha sostenuto – nei sessant’anni trascorsi dalla sua fondazione – la dittatura di Salazar in Portogallo, quella di Franco in Spagna, quella di Papadopoulos in Grecia, i vari colpi di Stato militari in Turchia, la strategia della tensione in Italia, organizzato le guerre in Yugoslavia (è stata ammessa come nuovo membro dell’alleanza, oltre all’Albania, la Croazia e la Macedonia seguirà fra breve) e in Afghanistan e tenta di accerchiare la Russia installando il sistema di difesa antimissili in Polonia e Repubblica Cèca.

Tre incendi, cinquanta feriti, trecento fermi, cento arresti sono il bilancio, provvisorio, del confronto fra quanti rappresentano la Francia che vuole rientrare a pieno titolo nella NATO per allinearsi sulla politica degli USA e sulla sua visione di “guerra delle civiltà”, sacrificando sull’altare dell’atlantismo quel simulacro di autonomia in politica estera che la distingueva dagli altri alleati occidentali e quanti, in nome della pace, della giustizia, della democrazia, sia pure con molte contraddizioni, rappresentano l’eterogenea maggioranza che vi si oppone. Di qua e di là dall’Atlantico sono sempre più numerosi coloro che hanno l’impressione che le guerre non sono che un pretesto per “riformare” le libertà individuali, vuotare di senso le Costituzioni, limitare i diritti fondamentali mediante leggi sulla sicurezza, legalizzare la registrazione di dati personali, abituando i cittadini a considerare normale una sempre maggiore collaborazione fra civili e militari.

Il vertice si è chiuso con l’annuncio da parte di Obama dell’invio di ulteriori rinforzi in Afghanistan, sostenuto dalla Francia che però – a differenza di Germania, Gran Bretagna, Spagna, Paesi Bassi, Grecia, Portogallo e Italia – non ha inviato altri soldati e con la designazione del nuovo segretario generale dell’alleanza, il danese Rasmussen, che assumerà le sue funzioni a luglio. Alla scelta di Rasmussen, reo di non aver condannato il giornale che aveva pubblicato le famose caricature del profeta Maometto, si opponeva l’unico paese mussulmano dell’alleanza, la Turchia, ma grazie ad una provvidenziale telefonata di Silvio Berlusconi che, l’ormai storico telefonino in mano, è stato protagonista dell’ennesima gaffe davanti alle telecamere di mezzo mondo, lasciando la Merkel a sollecitare invano il piacere di dargli il benvenuto, il problema è stato risolto.

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