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Il convitato di pietra

di Silvana Pisa
da www.aprileonline.info

Tre summit internazionali in Europa in questa sola settimana: oltre al G 20, la conferenza dei donatori per l’Afghanistan all’Aja e le celebrazioni per il 60° anniversario dell’Alleanza Atlantica a Strasburgo e dintorni. Il legame tra questi appuntamenti è anche simbolico perché la Nato si gioca a Kabul la sua credibilità

La conferenza dei donatori è stata enfatizzata dai commentatori più per l’incontro ravvicinato di “pacificazione” tra Stati Uniti e Iran che per le decisioni prese su nuove strategie.
Dalla prima conferenza dei donatori di Bonn del dicembre 2001 -a cui aveva già partecipato l’Iran – le risorse internazionali messe realmente in campo per la ricostruzione del paese sono sempre state la metà di quelle ufficialmente stanziate. Non solo: dei soldi trasferiti più della metà è ritornata ai donatori sotto forma di stipendi al personale straniero, consulenze, prebende,ecc. Con un ulteriore dato spiazzante: sul totale, la cifra destinata al militare si è sempre rivelata almeno dieci volte superiore a quella per il national building. Questa sproporzione – generalizzata per tutti i paesi coinvolti nell’occupazione afgana – nel Parlamento italiano è stata costantemente denunciata dalla Sinistra ad ogni singolo rinnovo della missione.

Con queste condizioni economiche, non stupisce che, a più di 8 anni dall’occupazione, la ricostruzione dell’Afghanistan (scopo ufficiale della missione ISAF a cui partecipa il nostro paese) sia fallita: preludio ad un complessivo fallimento strategico militare.
Che il tema del conferimento delle risorse sia sempre più urgente per la stabilizzazione dell’intera regione “Afpak” è confermato sia dallo stanziamento statunitense per il Pakistan di un miliardo e mezzo di $ per i prossimi 5 anni, sia dalla nuova strategia Usa per l’Afghanistan, illustrata anche all’Aja, favorevole ad un “surge” civile oltreché militare (ventimila militari in più, compresi gli addestratori, che portano le forze occupanti ad un totale di ottantamila unità).

Basteranno più soldati e più risorse oltre ad una maggior coinvolgimento diplomatico dei paesi limitrofi (Iran, India, Cina e Russia) per uscire dalla sempre più limacciosa palude afgano-pachistana?

Il punto critico è che le strategie sul campo continueranno a restare prevalentemente militari (utilizzo di tattiche aeree e di bombardamenti con conseguenti massacri di civili) e la commistione militare continuerà a riguardare anche gran parte degli aiuti civili (PRT e CIMIC). Di più: la denuncia della corruzione, evidenziata anche all’Aja, non è una novità. Da anni domina l’economia dell’Afghanistan: ma per colpire i corrotti occorre agire contemporaneamente anche sui corruttori e in questo caso anche gli occidentali dovrebbero farsi un esame di coscienza.

Non è nemmeno nuova – tranne che per Frattini – la richiesta di una trattativa coi talebani “moderati”. Il punto è che alle ripetute sollecitazioni di Karzai a trattare, i talebani hanno risposto di essere interessati solo a condizione del ritiro delle truppe straniere dal paese. Che questo sia il vero obbiettivo del “quadrilatero” talebano (talebani afgani, talebani pachistani, servizi segreti pachistani, residui Qaedisti) è dimostrato dal fatto che ad un aumento delle attività belliche della coalizione è corrisposto, recentemente, una progressiva escalation di attentati in Pakistan, il raddoppio nell’utilizzo di ordigni esplosivi nelle strade afgane, il ripetersi di attentati kamikaze nei due paesi.

Sull’aumento di forze militari gli alleati atlantici vengono sollecitati in questi stessi giorni dal presidente Obama e dalla Nato: è prevedibile che la sollecitazione verrà accolta (l’Italia, che ha già in Afghanistan 2800 militari, ha deciso l’invio di altri 320 carabinieri per le elezioni e per l’addestramento, superando così la fatidica soglia delle tremila unità) anche se la crisi economica, che fino ad ora non ha toccato le spese militari, spingerà ad un’adesione entusiasta prevalentemente di facciata.

Nel summit Nato si bypasserà, come sempre, il peccato originale dell’intervento atlantico in Afghanistan: la lasca legalità che ha trasformato – senza preventiva autorizzazione dell’Onu – una missione di assistenza e ricostruzione in una missione di guerra. Del resto forzature e violazioni nei confronti della legalità internazionale fanno ormai parte della storia consolidata della Nato a partire dalla fine della sua missione originaria che consisteva nella costruzione di un ombrello difensivo in opposizione alle forze del Patto di Varsavia.

Invece, prima ancora dell’ufficializzazione di un suo “nuovo concetto strategico” che, modificando un’alleanza ormai priva di senso, ne costituisse la giustificazione, la Nato è intervenuta “fuori area” nei Balcani bombardando Belgrado, al di fuori di un mandato dell’Onu. Un mese dopo, il 25 aprile del 1999, la “sanatoria”: gli accordi di Washington ufficializzano la nuova Nato. Non più alleanza difensiva ma offensiva, non più solo militare ma anche politica, non più geograficamente limitata ma globale. E’ morto il re, viva il re.

Tutto ciò non poteva non creare effetti a catena sia rispetto all’Onu (progressivo esautoramento delle Nazioni Unite) sia rispetto ad una Unione Europea politicamente ancora in fieri e perciò carente di una politica estera e di sicurezza comune.

Vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno sempre teorizzato la loro contrarietà all’emergere di un sistema di difesa europeo autonomo che “potesse destabilizzare la Nato”.
Funzionale a questa ipotesi è stata la forzatura della Nato all’adesione dei paesi dell’Est Europeo all’alleanza. Forzatura voluta dagli Stati Uniti -azionista di maggioranza della Nato – che ha portato alla divisione tra Nuova e Vecchia Europa e ha destabilizzato gli equilibri strategici della Russia con l’accordo sull’installazione dello scudo antimissile in Polonia e repubblica Ceca.

A proposito dello scudo la politica estera di Obama ha fatto un passo indietro stemperando tensioni che fino a pochi mesi fa (guerra di Georgia) risultavano esplosive.
Se in occasione della guerra georgiana il presente di turno della Ue- all’epoca Sarkozy – è riuscito ad esercitare un ruolo diplomatico autonomo di pacificazione, dovrebbe stupire che invece il Vecchio Continente si stia nel complesso adeguando ad una strategia come quella della Nato che mina la sovranità dei paesi membri: si tratta della proposta, che uscirà dal summit, di emendamenti che vietano ai singoli paesi di dissociarsi da una guerra o di calibrarne attraverso i caveat la partecipazione, qualora la maggioranza degli alleati decida diversamente.

Il summit di Strasburgo è stato preceduto, il 19 febbraio scorso, da un altro segnale preoccupante: il parlamento della UE ha votato, a stretta maggioranza, per un partenariato ancora più stretto con la Nato su questioni strategiche, rinunciando – di fatto – all’esercizio di una politica estera e di sicurezza autonoma e delegandone invece alla dimensione militare alla Nato (e in sostanza agli Usa).

Del resto lo stesso Obama, quando a Strasburgo esprime la volontà “di un’Europa con capacità militare rafforzata nella Nato”, non “rinsalda” il rapporto col Vecchio Continente nella scia della subalternità? E’ solo un modo per pretendere più militari, più risorse, più mezzi per una guerra sbagliata e ingiusta come quella dell’Afghanistan? Che poi pensi di convincere in questo senso evocando che Al Qaeda ( ..al lupo, al lupo)è “più probabile che colpisca in Europea che negli USA”, è avvilente. Anche perché gli attentati a Madrid e a Londra ci sono già stati e a nulla è valso che truppe spagnole e inglesi fossero già in Afghanistan. Semmai il contrario.

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