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Il fiato del potere sul collo dei giornalisti

di Roberto Natale – presidente della Federazione nazionale della stampa italiana
da www.confronti.net

Il diritto di essere informati è sotto attacco. In forme talvolta scoperte, oppure in modo più accattivante, rischia di perdere progressivamente significato la nozione stessa di opinione pubblica, intesa come insieme dei cittadini che devono poter «conoscere per deliberare» in modo consapevole.

Un tentativo dichiarato ed esplicito di limitare il diritto all’informazione è contenuto nel disegno di legge che il ministro della Giustizia Alfano ha dedicato alla riforma delle intercettazioni. Il pretesto invocato è nobile: garantire meglio la riservatezza degli individui. Ma gli strumenti individuati indicano che l’obiettivo è ben diverso, e molto più ampio: mettere sotto segreto la cronaca giudiziaria, poiché il testo prevede che gli atti delle inchieste non possano essere trattati dall’informazione «neanche per riassunto» fino all’udienza preliminare.

Tenendo presenti i tempi della giustizia italiana, questo significa che – se il testo del ddl Alfano fosse già legge – del crack Parmalat si sarebbe potuto cominciare a scrivere e a sapere soltanto pochi mesi fa: nel frattempo sarebbe proseguita per anni la truffa ai danni dei piccoli risparmiatori. Oppure del segreto approfitterebbero ancora quei medici con pochi scrupoli della clinica milanese Santa Rita, sorpresi dalle intercettazioni a disporre interventi chirurgici senza ragione o ad ammettere errori impressionanti. E magari sarebbe ancora al suo posto il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, che nelle telefonate dell’estate del 2005 – quella delle scalate bancarie ed editoriali dei «furbetti del quartierino» – il banchiere Fiorani voleva baciare in fronte per ringraziarlo dei favori ricevuti.

La privacy, come è evidente da questi esempi, non c’entra nulla. Non si sta parlando di pettegolezzi intimi da dare in pasto ad una platea morbosa, ma di vicende di assoluto rilievo generale, che i cittadini hanno pieno diritto di conoscere per capire come vengano esercitate attività di interesse collettivo.

È un giro di vite che sta provando ad attuare l’attuale governo (le intercettazioni, pubblicate o sussurrate, hanno creato qualche imbarazzo a Berlusconi), ma che non nasce con l’attuale maggioranza di centro-destra. Nella scorsa legislatura, con Prodi a Palazzo Chigi, un disegno di legge dai contenuti poco meno duri verso l’informazione ebbe il sostegno quasi unanime della Camera, prima di essere bloccato dalle proteste dei giornalisti, ma soprattutto dalla rapida crisi della coalizione di centro-sinistra.

Segno di un clima trasversale di diffusa insofferenza della politica verso i fastidi che può creare l’informazione quando si scrolla di dosso almeno una parte dei suoi tanti conflitti di interesse e si ricorda di fare il suo mestiere. Un mestiere che talvolta noi giornalisti esercitiamo con scarso rispetto degli individui, è vero. Ma la risposta ai nostri errori non può essere il bavaglio che ci si vorrebbe imporre. La soluzione può consistere in una udienza-filtro, in cui magistrati ed avvocati decidono quali parti delle intercettazioni siano di rilevanza generale, e dunque conoscibili, e quali invece trattino aspetti privati ed inessenziali per l’inchiesta, e perciò siano da archiviare o distruggere.

L’obiettivo del governo e di qualche settore dell’opposizione è invece quello di estendere a dismisura l’area delle azioni dei soggetti pubblici sottratte al giudizio dei cittadini, in nome di una malintesa idea di riservatezza. Se un alto dirigente della Rai seleziona le attrici per le fiction non sulla base del merito professionale, ma per fare un favore politico, questa non è una indebita intrusione in camera da letto, ma una questione che riguarda gli spettatori che pagano il canone. E se un leader di partito emerge dalle intercettazioni come sostenitore di una certa cordata in una scalata bancaria, anche questo sarà tema che interessa i suoi potenziali elettori, che potranno meglio giudicare se sia vero, come gli hanno sentito dire spesso, che «la politica deve fare un passo indietro».

Del resto, c’è una controprova di quanto sia strumentale questa invocazione della privacy e dei diritti dell’individuo. Nessuna voce istituzionale si leva a contestare le violazioni che travolgono la presunzione di innocenza e il diritto all’immagine quando a finire nel tritacarne sono, ad esempio, i due rumeni considerati autori dello stupro nel parco della Caffarella, a Roma. Ultima, per ora, fra le campagne mediatiche nelle quali sempre più spesso l’informazione viene trascinata a rimorchio da chi ha fatto della «imprenditoria politica della paura» la chiave del suo successo elettorale.

Noi ci mettiamo la potente amplificazione che telegiornali e giornali provocano quando tengono per giorni in prima pagina certi fatti di violenza, con una visibilità crescente che non trova giustificazione nelle statistiche sull’andamento dei reati in Italia. E se qualche cifra andiamo a cercare, è per confermare quanto incline alla delinquenza sia l’immigrazione rumena; omettendo di segnalare quelle altre statistiche da cui risulta che i rumeni in Italia hanno il primato degli operai morti nei cantieri edili. È anche da questo vento di discriminazione e di razzismo che va difeso il diritto ad informare e ad essere informati: da questo uso contundente della cronaca che, con una sequenza ininterrotta di allarmi ed emergenze, plasma il senso comune e riscrive le priorità di una società.

E poi c’è la minaccia più sottile all’articolo 21 della Costituzione («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…»): tanto più pericolosa quanto più è suadente il volto con cui si presenta.

Non quello censorio del governo che vuole limitare il diritto di cronaca, ma quello accattivante, «sfizioso», dei temi leggeri che hanno guadagnato via via uno spazio sempre maggiore. Se l’ex hostess Alitalia, già concorrente al «Grande Fratello», esce alla prima puntata dall’altro reality «La Fattoria», la sua eliminazione prenderà all’indomani mezza pagina sui «più autorevoli» quotidiani italiani. Se al processo per il delitto di Perugia Amanda Knox entra in aula, il giorno di San Valentino, con una maglietta che riporta il titolo della canzone dei Beatles «All you need is love», le nostre testate vanno in visibilio e le dedicano magari due servizi, con l’esperto che spiega quale segnale psicologico avrà voluto mandare la ragazza.

E la parte finale dei principali Tg corre via fra incursioni in internet (per far vedere ai giovanissimi che ci stiamo modernizzando), materiali autoprodotti dagli spettatori (privi di qualsiasi contenuto informativo) e lanci promozionali degli show di rete in onda pochi minuti dopo. Non sono solo impressioni episodiche. Un recente studio commissionato da Medici senza frontiere all’Osservatorio di Pavia disegna con precisione questo svuotamento dei contenuti dell’informazione, in particolar modo televisiva: dal 2006 al 2008 i riferimenti alle principali crisi mondiali hanno visto ridotta la loro presenza, nei Tg delle reti nazionali, dal 10 al 6 per cento.

E qualche raffronto più diretto suscita vergogna: in un anno 110 notizie o servizi sulla fame nel mondo, ma 121 sulla consueta influenza invernale; 12 per il ritorno di epidemie di colera, ma 33 per la coppia Briatore-Gregoraci. «Notizie» che dieci-quindici anni fa avremmo trovato solo nei settimanali «specializzati» (cioè dal parrucchiere) si sono saldamente insediate nell’informazione «seria».

Sul disegno di legge che vuole restringere la cronaca giudiziaria, il giornalismo italiano sta mostrando una buona reattività. In poche altre occasioni come questa abb
iamo avuto l’occasione di difendere insieme un nostro diritto-dovere e l’interesse di una intera comunità civile. È per la forza di queste ragioni che il governo si è mostrato disponibile a qualche modifica (per ora insufficiente) sul diritto di cronaca, rinunciando alla assurda secretazione per anni di atti che sono ormai a conoscenza delle parti.

Ma se anche riusciremo a vincere questa battaglia (e per farlo siamo disposti a ricorrere a tutti gli strumenti di iniziativa, sciopero incluso), l’alleanza con i cittadini non può limitarsi a contrastare il ddl Alfano. C’è un problema di contenuti, di scelte editoriali, di priorità delle notizie, che non possiamo attribuire a cattive leggi, ma che dipende da noi giornalisti, dai nostri direttori, dai nostri editori, dalla subalternità talvolta rassegnata alle regole dell’auditel o delle vendite. Se Cogne o Garlasco sono diventati vicende-simbolo, e invece sulla criminalità organizzata che attanaglia intere zone d’Italia si fatica a richiamare un’attenzione continua, non possiamo limitarci a rispondere che «è il pubblico che lo vuole».

C’è una responsabilità professionale che non può essere delegata, ed esercitarla è sempre più decisivo. Nell’epoca dell’abbondanza apparentemente smisurata delle notizie, dobbiamo essere riconoscibili per la capacità di selezionare i contenuti che meritano di essere considerati notizia. Per impacchettare il vuoto in confezione-regalo, di giornalisti non c’è bisogno.

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