Home Politica e Società Informazione. La dittatura democratica del consenso

Informazione. La dittatura democratica del consenso

di Franco Cardini
da www.confronti.net

«Questa è la stampa, baby, e tu non puoi farci proprio nulla». Questa battuta la conoscono tutti: una splendida stoccata dell’America di celluloide ancora in bianco e nero, quando si era convinti che i giornali fossero pieni di cavalieri senza macchia in lotta contro i draghi del potere e del danaro e che alla fine i buoni vincessero sempre.

Ebbene sì, babies, questa è la stampa: e non possiamo farci nulla. E ancor meno potremo farci in seguito, a meno che la crisi che ci sta arrivando addosso non sia davvero tanto seria da travolgere almeno alcuni degli equilibri ormai consolidati tra i «poteri forti», la classe dirigente reale e i due principali ceti executives, cioè i «comitati d’affari» dei politici e i gestori dei mass media, a cominciare dalle Tv per finire alla carta stampata.

Ma il nostro è un paese eccezionale perché, a parte la Paperopoli di Walt Disney, che però è immaginaria, per quanto si sia da tempo cessato di ritenerla inverosimile, in nessun’altra contrada del mondo, nemmeno nell’Africa centrale e in America Latina, esiste un presidente del Consiglio che sia proprietario anche di un grande network televisivo, di alcune case editrici e testate giornalistiche e addirittura padre-padrone di una squadra di calcio.

Forse in qualche emirato (arabo) del Golfo persico esistono situazioni mutatis mutandis simili: ma nemmeno là il presidente-proprietario è al tempo stesso plurinquisito, multincriminato, polisospettato e maxichiacchierato e continua a governare, a sfornar battute di spirito e a far la primadonna in Tv informandoci perfino delle sue performances sessuali come se nulla fosse, ben certo che l’opinione pubblica del suo – e purtroppo anche nostro – paese è ormai narcotizzata a un punto tale da non riuscir neppure a ricordarsi che in fondo, fino a tempi poi non troppo lontani, un politico sospettato di qualcosa – anche se e quando la sua innocenza era più che palese – usava tirarsi in disparte e dimettersi o autosospendersi, a seconda dei casi, finché, come si usava dire, «piena luce non fosse stata fatta».

Macché: Berlusconi farà perfino il capolista onnipresente alle prossime elezioni europee, alla faccia delle normative che vietano a chiare lettere a un presidente del Consiglio in carica di essere contemporaneamente parlamentare europeo.

Stando così le cose in un paese considerato «a democrazia avanzata», viene davvero il sospetto che tale espressione vada intesa nel senso di «un paese nel quale vige ormai quel che avanza della democrazia». Probabilmente, se da qualche parte nascesse un forte movimento di protesta, lo si potrebbe reprimere senza sollevare speciali rimostranze: e magari trattando da «guerriglieri» chi si fosse azzardato a protestare.

Ma non ce ne sarà bisogno: dal momento che la nostra società civile non è affatto migliore – e qui aveva ragione Romano Prodi, quando si esprimeva con amara sincerità alla fine del suo infelice mandato – della classe politica che riesce ad esprimere, utilizzando fra l’altro senza far una grinza una legge elettorale costituzionalmente parlando sospetta come l’attuale, che accorda praticamente alle segreterie dei partiti il diritto di designare i candidati ai due rami del Parlamento e relega l’elettorato attivo a un puro ruolo di legittimazione formale.

Stando così le cose, mentre sappiamo bene – oltre a Berlusconi, ai partiti politici, alla Confindustria, a De Benedetti, a Caltagirone e a qualcun altro – da chi dipendano sia le Tv sia la carta stampata, parlare dei rapporti tra mass media e democrazia diviene ozioso, sempre che non si tratti di umorismo macabro.

In effetti, di solito e nel parlar comune il termine «democrazia» si contrappone a «dittatura» e/o a «totalitarismo». Può darsi che ai tempi di Hannah Arendt le cose sembrassero star più o meno così: ma ormai sappiamo che non è vero. Le dittature, e addirittura i sistemi totalitari, non si fondano – a differenza delle oligarchie e dei sistemi autoritari «classici», à la Horty – sulla demobilitazione delle folle o delle masse (o della «gente», come si preferisce dire oggi; o delle «moltitudini», a dirla con Antonio Negri), bensì al contrario sulla loro continua mobilitazione e sull’esercizio di un consenso che soltanto lo schematico e manicheo ottimismo di certi «sinceri democratici» può finger di credere sia e/o sia stato sempre ottenuto con i mezzi dell’intimidazione e della repressione.

Al contrario di quel che si crede, tra «democrazie» e «totalitarismi» (diciamo pure tirannidi), esiste un continuum, sia pure imperfetto e fatto di continue grandi e piccole rotture. Dopo alcuni mesi passati tra le dolci verdi colline e i boschi resinosi del Vermont, che somiglia tanto a certe contrade russe, Solgenitsin capì tutto di quell’Occidente che continua a essere incompreso a molti che ci sono nati e ci vivono «da sempre»: e non esitò a dichiarare che la differenza tra Unione sovietica e beati Stati Uniti d’America (e con loro tutto il beato Occidente) era che per far star zitto qualcuno là bisognava metterlo in galera, o spedirlo in manicomio, o ammazzarlo; mentre qua bastava staccargli il microfono.

E tener ben attaccati, d’altronde, altri microfoni: quelli di chi ai bei tempi del «questa è la stampa, baby» era (o comunque dava l’impressione di essere e spesso ci credevano essi per primi, e sinceramente) al servizio del pubblico, della «gente», mentre oggi chi lavora in Tv o nei giornali, anche se è megadirigente galattico (anzi, soprattutto in quel caso), sa benissimo di dover stare al servizio del suo datore di lavoro: e il peggio è che tutti accettiamo questa realtà come se fosse ovvia, «normale». Al massimo, ci ripetiamo cinicamente che «è sempre successo».

No. Non è sempre successo; e anche se lo fosse, sarebbe giunta ormai l’ora di voltar pagina. Ma allora, dal momento che non possiamo aspettarci una democrazia garantita «dall’alto», nella quale proprietari e padri-padroni graziosamente concedano ai loro subalterni di parlar alto e chiaro anche contro gli interessi di ditta o di bottega, non ci resta che sperare – «con disperata speranza», come baroccamente si usa in questi casi dire – in una garanzia rivendicata e tutelata dal basso. E non è che non ce ne sia qualche segno.

Dalla palude d’un popolo italiota i prevalenti interessi del quale – eterno calcio a parte – amano focalizzarsi su nobili obiettivi quali la mamma di Cogne, il delitto Meredith di Perugia, le vicende avvincenti dell’Isola dei Famosi e della Fattoria e i fini dibattiti moderati dalla signora Maria De Filippi in Costanzo o del di lei consorte, con la domenica mattina gastronomica e il consueto Angelus da Piazza San Pietro, giunge qua e là qualche lontano brusio.

Aumentano i sodalizi fondati sul volontariato, si muovono spontanei (o almeno auguriamoci lo siano) sodalizi di cittadini e, come dice Berlusconi, di «consumatori», si registra un boom d’interesse fra gli studenti delle scuole medie per il problema della sete nel mondo e della commercializzazione dell’acqua potabile da parte di certe multinazionali. Si oserebbe dire (e sperare?) che, nella misura in cui progredisce la crisi e la sua ombra si allunga inquietante sull’Europa, si riduce lo spazio del disinteresse, dell’alienazione, della tendenza a delegare senza esercitare un controllo sulla gestione delle deleghe accordate.

In Italia, molte cose non vanno. Promesse mai mantenute, lavori pubblici avviati e mai portati a compimento, grandi e piccoli drammi individuali e collettivi sui quali è caduto il generale disinteresse. Poi arriva un programma televisivo popolare e per giunta in una Tv berlusconista, Striscia la notizia. Le cose non vanno: Capitan Ventosa, pensaci tu. E l’avventuriero-reporter improbabilmente abbigliato piomba sugli Assessorati, plana
sulle Sovrintendenze, si butta in picchiata sulle cosche di palazzinari e di usurai.

Ma non c’è punto della penisola che non appartenga a una circoscrizione elettorale: non c’è metro quadro del Bel Paese sul quale arrivi Capitan Ventosa che non sia formalmente interessato dalla tutela di un parlamentare. Ebbene: dov’è l’onorevole, che cosa stanno facendo il senatore o la senatrice sul cui territorio c’è un ingorgo d’immondizia o le cui coste sono state invase da un’inattesa colata di cemento? Perché lasciano l’avventuriero-reporter abbigliato da water a combattere da solo? Ecco: qua e là, un numero sempre più alto di cittadini alza gli occhi dalla Tv, stacca le orecchie dal telefonino, e se lo chiede. Chissà che la nuova democrazia partecipata non ricominci da qui.

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