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Le battaglie che ci uniscono

di Corrado Augias
in “Famiglia Cristiana” n. 14 del 5 aprile 2009

Ci sono due possibili Chiese nel libro di Enzo Bianchi: la prima è la Chiesa della gerarchia; la seconda la Chiesa che potremmo definire celeste, spirituale, la più vicina, nella sua analisi, al messaggio del Vangelo.

Nella mia esperienza di non cattolico le ho conosciute entrambe. Quando è uscito il libro Inchiesta su Gesù (dialogo con Mauro Pesce, docente di Storia del cristianesimo) ho registrato negli ambienti cattolici due diverse reazioni. La prima è stata il rifiuto netto, in qualche caso violento, di un’analisi che voleva raccontare Gesù solo come uomo, come profeta, spogliato cioè del mantello della teologia.

La seconda è stata l’accoglimento di quella analisi, pur con alcune distinzioni, visto come un arricchimento possibile alla comprensione del personaggio. Le due reazioni corrispondono grosso modo a quelle che lo stesso Bianchi esamina e descrive nel suo libro. Vorrei cercare di dire perché do questo giudizio.

Parto dall’affermazione dell’autore che fa notare come il dialogo tra laici e cattolici corra il rischio (grave) d’interrompersi: «Si assiste, scrive, «a una polemica continua, sempre più chiassosa e barbara, che fa sentire la Chiesa assediata e che, di converso, dà ai non cattolici l’impressione di vedere minacciata la libertà e la laicità». Di questo, infatti, si tratta.

Quando il cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani, intima al Parlamento di approvare una legge sulla fine della vita che rispecchi il punto di vista della gerarchia, egli compie un gesto di prevaricazione che anche Enzo Bianchi, in linea di principio, condanna: «La Chiesa non può e non deve, a partire da questa autocoscienza evangelica, pretendere di imporre alla società il suo punto di vista etico». Quando il cardinale Ruini, in occasione del referendum sulla procreazione assistita, fece proseguire la campagna per l’astensione anche nella domenica del voto, egli violò, consapevolmente, la legge elettorale della Repubblica italiana.

Il libro di Bianchi Per un’etica condivisa parte da queste premesse, poiché i veri e unici «principi non negoziabili» del messaggio cristiano sono a ben guardare soltanto «l’amore del nemico, il perdono, la difesa degli ultimi, la politica della pace». Tanto più che «nelle società occidentali nessuno ipotizza una teocrazia che esiga di dare a Dio ciò che spetta a Cesare».

Il rischio che Bianchi individua in un atteggiamento come quello al momento prevalente nella gerarchia cattolica è di risuscitare il vecchio anticlericalismo di stampo ottocentesco. Sarebbe una sciagura, per le ragioni da lui esposte, e che io condivido. Nelle pagine del libro si indica anche un altro pericolo che a me pare grave. Una Chiesa che tenti d’imporre una “religione civile” rischia di farsi avvocata delle apparenze, soddisfatta di un’osservanza solo formale, in qualche caso nemmeno quella.

Ci si può chiedere per esempio quale credibilità abbiano dei leader politici che dicendosi difensori della famiglia e della religione danno, nella loro esistenza privata, così poveri esempi di vita cristiana risultando bigami, adulteri, fautori di aborti compiuti perfino al sesto mese di gravidanza, in pratica un infanticidio più che aborto. Eppure è a leader come questi che va lo scoperto appoggio (politico, elettorale) della Chiesa gerarchica. Le conseguenze sullo stato d’animo dei comuni fedeli è così descritto da Bianchi: «Ogni volta che la Chiesa entra con proposte tecniche nell’agone politico, economico o giuridico di fatto crea divisioni tra i credenti, spacca la comunità cristiana».

Il temuto anticlericalismo nasce anche da questa evidente discordanza tra l’insegnamento del Vangelo e la pratica di una religione che troppo spesso sembra accontentarsi dei risultati in termini di favori, elargizioni di denaro alle scuole cattoliche, una legge come quella dell’8 per mille compiacente fino all’abuso verso la religione di maggioranza.

L’autore denuncia anche il rischio che il dibattito all’interno della Chiesa (il dissenso) venga soffocato o mal interpretato sulla base del sospetto che: «Chi dialoga con avversari (non “nemici”!) è ritenuto un traditore o un buonista arresosi agli altri; chi denuncia il rischio di una Chiesa che viva di politica e di strategia appare come un nemico della Chiesa stessa». Anche da questo, infatti, una Chiesa memore della sua funzione originaria dovrebbe difendersi. L’assenza di discussione può voler dire indifferenza, rassegnazione, distacco. Rischio non meno grave di una fede tiepida, accomodante, di superficie. In definitiva inutile.

C’è nel libro una pars construens di enorme importanza non solo per la Chiesa ma, ancora una volta, per l’intera collettività nazionale. Scrive l’autore: «La democrazia può trovare nelle realtà religiose un antidoto a derive anti-democratiche e totalitarie». Sono d’accordo, anzi vado ancora più in là: non credenti (come me) e cattolici hanno molte battaglie da combattere insieme, prima di dividersi, com’è inevitabile, su alcune scelte. Insieme, per esempio, possono indicare ai più giovani alcune mete: dignità, responsabilità (preservativi compresi), amore per il sapere.

Insieme possono aiutarsi a decifrare un mondo diventato molto lontano e molto difficile. Insieme possono imparare a rifiutare gli allettamenti della grossolanità, la volgarità, le false mete, gli specchietti di una società fondata sulle apparenze. Poi ognuno prenderà la sua strada, liberamente, com’è giusto che sia, ma quel pezzo di cammino in comune sarà comunque di enorme aiuto: agli uni e agli altri. Come anche Enzo Bianchi sembra suggerire.

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