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GEORGIA, SAAKASHVILI NEL CAOS

di Carlo Benedetti
da www.altrenotizie.org

Sono proprio contate le ore di Michail Saakashvili, l’autocrate fascista che ha cercato sino ad oggi di dominare la Georgia forte dell’appoggio di quella che fu l’America di Bush. Il paese è in ebollizione. A Tbilisi partono strali acuti e mortali contro il palazzo del potere. La contestazione è più che mai forte e decisa. Non si accettano più le manovre del presidente e decine di migliaia di persone manifestano per chiederne le dimissioni. Nella piazza del Parlamento si radunano circa 25.000 manifestanti mentre cominciano a formarsi i comitati regionali per la disobbedienza civile. A Saakashvili si contestano una serie di insuccessi. A partire dalle operazioni militari della scorsa estate contro la Russia che hanno portato alla perdita del 20% del territorio georgiano per giungere all’accusa di non aver rispettato le regole democratiche e i diritti umani.

In ballo c’è anche una seria questione ecologica. Perché l’opposizione rende noto che il presidente ha permesso che alle porte di Tbilisi (lo ricorda l’analista Parag Khanna) è stato realizzato un sito dove vengono smaltiti i vecchi missili nucleari sovietici inesplosi, alla faccia del Muro Tecnologico finanziato dagli USA che controlla la frontiera con l’Azerbaigian, una megabarriera contro il contrabbando nucleare.

Sul conto c’è anche il contenzioso sulla crisi economica. Quella spinta propulsiva che veniva dall’America di Bush sembra proprio essersi esaurita con l’arrivo di Obama. Pertanto il Quisling georgiano (made in Usa) che si era impossessato del potere con quella “Rivoluzione delle rose” del 2003, potrebbe proprio in queste ore cominciare a preparare le valigie, pur avendo annunciato che intende restare regolarmente in carica fino al 2013. “L’opposizione Unita”, intanto, promette guerra dichiarando che se Saakashvili scapperà dalla Georgia, “verrà inseguito ovunque: lui e la sua cricca criminale”.

Intanto i rappresentanti dell’opposizione sollevano i veli della memoria e sottolineano le malefatte del presidente. A chiederne le dimissioni, in particolare, è uno dei leader della protesta – Kakha Kukava – che nella capitale sta organizzando il picchettaggio permanente del palazzo del governo. E allo scoperto esce anche un altro grande oppositore – Levan Gaceciladze – il quale annuncia che se Saakashvili non si dimetterà, scatteranno nuove forme di protesta. Da tutta questa situazione – che é sempre più magmatica e carica di imprevisti – si possono però fissare alcuni punti chiave. In particolare c’è da dire che a Tbilisi, proprio nel cuore del Caucaso, quelle forze politiche e sociali che sembravano essere sempre più frazionate stanno trovando piattaforme comuni. Pur se gli schieramenti in campo sono di varia natura.

Ci sono, ad esempio, i filorussi che hanno forti agganci a Mosca; ci sono i liberaldemocratici che guardano all’ovest europeo e che proprio in questi giorni alzano le bandiere dell’Ue salutando, di conseguenza, quell’oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan (BTC), dal quale transita il 10% di tutto il petrolio mondiale e che è, secondo gli analisti, un vero pugno nel fegato di Mosca. E sempre in questo contesto di natura geostrategica non va dimenticato che la UE (inclusa l’Italia che nello scorso mese ha inviato in missione il sottosegretario agli Esteri Mantica proprio nell’occidente caucasico) è impegnata nella costruzione di un costosissimo tratto di strada, che dovrebbe permettere il transito di TIR da Istanbul a Baku, e da lì verso la Cina, via nave sul Caspio e attraverso l’Uzbekistan, dove gli USA hanno ottenuto libero transito ai rifornimenti militari diretti a Kabul.

Sembra quindi di essere alla vigilia dell’avvento di una nuova storia geopolitica. Tanto che alcuni commentatori russi che seguono da vicino gli eventi del Caucaso ritengono che la Georgia, proprio allo scadere del ventesimo anno dalla secessione dall’Unione Sovietica (quando a Tbilisi caddero decine di militanti) potrebbe tornare il vento di una guerra caucasica di proporzioni imprevedibili.

Intanto la situazione è sempre più tesa non solo nella capitale ma anche nella provincia dell’Adjara che, negli anni passati, si è fatta sentire con le sue richieste di autonomia dal centro. La zona ha un valore strategico, anche per il fatto che qui si trova il porto di Batumi, dove transita il commercio verso la Turchia e l’Europa. Altri problemi in Samtskhe-Javakheti. Tutte zone dove Tbilisi cerca di recuperare spazi politici. E mentre gli analisti avanzano le previsioni più diverse c’è anche chi getta nell’arena della discussione l’eventualità di un piano (che, si dice, sarebbe in esame all’Ue) relativo ad un’alleanza tattica con la Turchia con la quale la Georgia condivide la pipeline BTC. Il progetto dovrebbe essere quello della ricostituzione della Repubblica Federale Democratica Transcaucasica… Una entità nata all’indomani della Rivoluzione di febbraio a Mosca. Comprendeva Georgia e Armenia, con l’Azerbaigian, che poi si staccò per affiancarsi alla Turchia islamica. Ma si sa come tutto è andato a finire.

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