Home Gruppi e Movimenti di Base L’orgoglio delle donne, la paura degli uomini

L’orgoglio delle donne, la paura degli uomini

di Randolph Ash
da http://www.womenews.net/

Stupro. Violenza sulle donne. Le parole campeggiavano nei titoli dei giornali provenendo da due parti lontanissime del pianeta: l’Afghanistan e l’Italia.

A Bologna una associazione che, con il patrocinio del Comune, sta organizzando un incontro sulla violenza contro le donne ha ritenuto bene di usare un manifesto in cui si vede di spalle un uomo di razza nera che si appresta a stuprare una giovane donna, bianca e bionda, che si dibatte inanamente. Un manifesto orribile. Razzista.

E’ difficile credere che organizzatori, e assessori comunali, non si siano resi conto che si trattava di un manifesto fascista, anzi nazi-fascista perché stampato nel 1944 dalla Repubblica di Salò; un manifesto di chiara (e volgare) propaganda bellica, che ha più a che fare con l’odio razziale e antisemita (l’uomo violentatore ha i tipici tratti che all’epoca venivano attribuiti agli ebrei, più una mano di marrone) che non con i diritti delle donne e la loro integrità violata.

Gli organizzatori, e assessori comunali, avranno pensato, forse, che il manifesto poteva rappresentare la violenza tout-court contro le donne, la violenza decontestualizzata e assoluta: il male oscuro contro il bene chiaro e luminoso: un simbolo antico e onnipresente, ma comunque sempre uno stereotipo razzista profuso a piene mani dalla razza bianca – appunto, la razza dominante — nei suoi miti religiosi e nelle favole.

E qui potrebbe finire il discorso, ma c’è qualcosa di strano ancora da notare. Perché ci saranno pure stati in quei mesi e anni di occupazione militare alleata stupri da parte dei soldati, e tra questi ovviamente ci saranno stati dei neri, africani o americani (dopotutto la storia della “Ciociara” di Moravia è proprio questa). Ma a quel tempo la violenza sulle donne era ben altra e ben maggiore di quella rappresentata dagli stupri. Consisteva nel fatto che centinaia di migliaia, milioni, di donne nell’Europa devastata dalla guerra, prive di ogni forma di sostentamento con padri, mariti, figli lontani, furono costrette a prostituirsi o a ricercare la protezione di un soldato per essere protette da peggiori violenze e per avere un tozzo di pane con cui sfamarsi.

Se poi si allarga lo sguardo alla realtà storica dei rapporti tra le razze, prima di allora e anche nei decenni successivi, il manifesto bolognese, oltre ad essere ingiurioso, è anche falso. Nella storia degli ultimi secoli sono stati i bianchi a stuprare le nere e non i neri le bianche. I bianchi colonizzatori, i bianchi commercianti di schiavi, appartenenti a tutte le nazioni europee (e, naturalmente, americane) contro tutte le donne: africane, amerindie, asiatiche — violentate, stuprate, usate come concubine, come serve e poi gettate via.

Il colonialismo e la schiavitù sono stati brutali nei confronti degli uomini, ma lo sono stati doppiamente nei confronti delle donne. Era vero allora, lo è ancora adesso nei confronti dei nuovi schiavi e delle nuove schiave del sesso che vengono importati dal Sud e dall’Est del mondo.
Se proprio volevano dare una caratterizzazione razziale alla follia stupratrice del maschio, gli storditi organizzatori e assessori comunali di Bologna avrebbero fatto meglio a rappresentare un uomo bianco intento a violentare una donna nera. Sarebbe stato ugualmente stupido e razzista, ma storicamente più esatto.

Dall’Afghanistan invece arrivano le immagini della manifestazione – coraggiosa e senza precedenti in quel paese – di qualche centinaio di ragazze e donne che protestavano contro l’approvazione di una nuova legge che di fatto autorizza i mariti a stuprare le mogli, “usandole” anche contro la loro volontà, e consente ai padri di costringere al matrimonio le proprie figlie bambine (anche di nove anni).

Quando l’Afghanistan fu invaso, quasi otto anni fa, e liberato dal regime talebano la stampa occidentale annunciò l’inizio di una nuova era di libertà e di diritti per le donne afgane. Il governo italiano, che partecipò e partecipa all’operazione militare, fornì anche uno stuolo di illuminati giuristi per aiutare il paese a dotarsi di un sistema legale e processuale rispettoso dei diritti umani.

Ma evidentemente le cose non stavano così allora e non stanno così oggi; erano parole al vento, semplice propaganda bellica, se ancora pochi giorni fa una ragazza è stata frustata a sangue su una piazza di Kabul per essere stata vista in pubblico in compagnia del proprio fidanzato; se periodicamente leggiamo di donne accusate di adulterio che vengono lapidate oppure bastonate per “offese” minori; se decine di ragazze vengono minacciate e anche uccise solo perché vogliono frequentare una scuola; evidentemente erano tutte chiacchiere se martedì scorso a Kandahar è stata abbattuta a colpi di pistola Sitara Achakzai, una coraggiosa attivista dei diritti delle donne che era tornata nel suo paese dopo la caduta del regime talebano sperando che potesse cambiare.

Eppure, nonostante questo drammatico contesto di violenza, di intimidazione e di morte, le ragazze e le donne che protestavano ieri per le strade di Kabul avevano un’aria quasi allegra, determinata sì, ma gioiosa. La maggior parte portava il velo che lasciava libero soltanto il volto, alcune il burka, altre un velo integrale dal quale filtrava appena lo sguardo, ma in mezzo al mare di drappi neri si vedevano anche scialli colorati, e sorrisi di orgoglio. Le più giovani indossavano occhialetti moderni (all’occidentale?) e alcune sembravano avere un filo di rosso sulle labbra.

La loro marcia di protesta non è durata a lungo. Presto sono state circondate da una folla minacciosa di maschi di tutte le età che le insultava e che le avrebbe picchiate a sangue se la polizia afgana non fosse intervenuta per proteggerle.

Nelle foto diffuse dalle agenzie internazionali questi maschi hanno il viso contratto dall’odio, un’espressione rabbiosa e disperata. Con gli occhi semichiusi alzano le braccia al cielo e inveiscono, forse chiedono che il loro Dio padre e padrone, come loro maschio, intervenga per salvaguardare – se non basteranno le leggi del governo Karzai – il loro diritto di dominio assoluto sul corpo delle proprie mogli e figlie, un diritto che vedono ora minacciato da poche centinaia di ragazze giovani e irridenti.

Ecco, agli organizzatori e agli assessori comunali di Bologna a corto di idee suggeriremmo di usare queste immagini che provengono dall’Afghanistan per illustrare il loro convegno: le ragazze che rivendicano con fierezza i propri diritti e i maschi impauriti all’idea di doverglieli un giorno concedere.

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Cassazione italiana (ma sembra l’Afghanistan)
Straniere clandestine: il rischio di mgf non basta ad evitare il rimpatrio

di Giancarla Codrignani

I giornali oggi danno notizia che ad una manifestazione di donne a Kabul contro il codice della famiglia che consente al marito di stuprare la moglie, altre donne a cui la legge sembra stia bene hanno opposto insulti e maschi integralisti sassate.

Sorvolo su riflessioni varie che l’informazione suggerisce. Riferisco invece la sentenza n.24906/2008 della Corte di Cassazione italiana che si è pronunciata contro l’applicazione sostanziale dello status di rifugiato alle straniere clandestine che ne fanno richiesta per evitare, se rimpatriate, le mutilazioni genitali femminili [Mgf] e le condizioni di sudditanza a cui sarebbero sottoposte nel loro paese.

La Corte dice che la pratica della clitoridectomia e dell’infibulazione “è una condizione generale di tutte le donne del paese stesso e come tale priva della necessaria individualità postulata dalla convenzione di Ginevra del 1951”. Quindi mancano “i presupposti per l’adozione di una misura temporanea de
l divieto di respingimento in relazione al concreto rischio di trattamenti personali degradanti nel paese di provenienza”.

A prescindere dall’art. 3 della Convenzione, relativo ai valori fondamentali delle società democratiche e dalla protezione estesa ai casi di Mgf dalle Corti di Gran Bretagna, Canada e Australia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha equiparato le mutilazioni genitali femminili ai trattamenti disumani e degradanti contrari appunto all’art.3 della Convenzione stessa.

Tali precedenti non dovrebbero essere ignoti ai giudici della Cassazione italiana. Resta, quindi, un solo giudizio: sono talebani. A quando le sassate?

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