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THAILANDIA: LA RESA DEI CONTI

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

Dopo aver occupato per oltre tre settimane la Casa del governo, ormai accerchiate da centinaia di soldati ed agenti della polizia schierati in assetto anti-sommossa, le “camice rosse” si sono arrese e in Thailandia ha preso il via l’ennesima resa dei conti: Abhisit Vejjajiva, primo ministro sostenuto dalla coalizione di destra, Alleanza Popolare per la Democrazia (PAD), rimane al suo posto; mandato di arresto e revocato del passaporto per l’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto nel settembre 2006 con un golpe incruento ed attualmente in esilio tra Londra, Dubai ed Hong Kong; fermati tre leader dell’opposizione e ordinato l’arresto di altri 13 membri del Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (UDD), due dei quali, Jakrapob Penkair e Jatuporn Pompan, sarebbero già fuggiti all’estero; mandato di cattura per Jatuporn Promphan, leader politico delle “camicie rosse”. Le forze di sicurezza e mezzi blindati rimangono schierati nei punti nevralgici della capitale; lo stato d’emergenza non viene revocato; il bilancio finale degli scontri parla di due morti di oltre 100 feriti; migliaia gli arresti.

In un paese dove il governo è arrivato al potere grazie alla manipolazione delle piazze e all’intervento dell’esercito, un’azione che il re Bhumibol Adulyadej Rama IX ha definito un atto di “pacificazione” sociale, parlare di democrazia diventa difficile. Quello che è chiaro è che sono ormai quattro anni che oltre alla solita lotta tra potenti si assistere al più classico degli scontri ideologici: da un lato le “camicie gialle”, la borghesia imprenditoriale tailandese sostenuta dalla monarchia, dal Partito Democratico (DP) e dai vertici delle forze armate; dall’altra le “camice rosse”, gli abitanti dei sobborghi e i contadini delle vaste aree rurali che si riconoscono nel Partito del Potere del Popolo (PPP), la formazione politica nata dalle ceneri del Thai Rak Thai guidato da Thaksin. In mezzo l’esercito, che pur godendo di un’invidiabile record di colpi di stato, 18 dal 1932 tra quelli tentati e portati a termine, interviene senza forzare la mano e si muove dietro le quinte, ricordando comunque che una fetta del paese è sua.

Gli incidenti delle ultime settimane sono l’ultima fase di una serie di scontri politici e di piazza iniziati all’indomani delle elezioni del febbraio 2005, quando la schiacciante vittoria del Thai Rak Thai permette la riconfermato del primo ministro uscente, Thaksin Shinawatra, il magnate proprietario della più importante holding finanziaria del paese, la Shin Corporation, società quotata al NASDAQ che tra l’altro controlla il settore tailandese delle telecomunicazioni. Il consenso arriva dal basso, dalle zone rurali e dai quartieri poveri delle città, dove i più sfortunati sostengono il programma di “welfare” del movimento populista: assistenza sanitaria gratuita per tutti e microcredito ai contadini che vivono nelle zone più depresse.

Le misure colpiscono soprattutto i ceti medio borghesi che non accettano di pagare le conseguenze di decenni di privilegi e sperperi e la mancanza di uno stato sociale che ha sempre premiato la corruzione e lo sfruttamento. Così, nonostante la cessione del gruppo Shin Corporation, la “piazza” comincia a chiedere le dimissioni del premier: l’accusa è di non aver pagato le tasse sugli 1,9 miliardi di dollari ricavati dalla vendita del 49% del pacchetto azionario della società, transazione conclusa con una triangolazione che mette la Shin Corporation nelle mani di un colosso straniero, la Temasek Holding di Singapore. A finanziare la protesta è a chiedere nuove elezioni è un altro magnate delle telecomunicazioni, Sondhi Limthongkul, che tramite il DP, il principale partito di minoranza, organizza una serie di manifestazioni di piazza.

Thaksin accetta la sfida ma il 2 aprile 2006, alla nuova tornata elettorale, l’opposizione non partecipa; è la Corte Costituzionale a stabilire che il 15 ottobre si tengano nuove consultazioni ma la campagna elettorale, scossa da scontri e violenze, si conclude con uno sventato attentato e con un colpo di stato incruento. Il 19 settembre 2006 l’esercito approfitta di un viaggio a New York del premier per rovesciare il governo e mettere fuori legge il Thai rak Thai. Mentre Thaksin riesce a rifugiarsi in Gran Bretagna, i dirigenti del partito di maggioranza vengono colpiti dai mandati di cattura spiccati dalla nuova giunta militare guidata dal Generale musulmano Sonthi Boonyaratkalin: la promessa è di un rapido ritorno alle urne e di una politica tesa alla concordia sociale.

Le elezioni si svolgono nel dicembre 2007 e a vincere è ancora una volta il Thai rak Thai, questa volta presentatosi come PPP. Primo ministro viene nominato Samak Sundaravej al quale non tocca una sorte migliore del suo predecessore: non appena insediato deve infatti affrontare la rabbia degli sconfitti, scesi nuovamente in piazza per manifestare contro il risultato elettorale. Le proteste iniziano nel maggio 2008: assediati per tre mesi i palazzi del governo, attaccate le televisioni, occupati i due aeroporti di Bangkok, messo in ginocchio il turismo. Le “camicie gialle” denunciano brogli elettorali e chiedono nuove votazioni; Samak è considerato un fattoccio nelle mani di Thaksin. Tra i probabili registi della protesta spiccano i nomi di personaggi vicini alla monarchia, che spera di riacquistare il potere perso negli ultimi anni, e l’esercito, che addirittura ritarda l’applicazione dello stato di emergenza al 2 settembre.

Samak, costretto alle dimissioni per una incompatibilità riscontrata dalla Corte Costituzionale tra la carica di premier e alcune attività svolte in precedenza, viene sostituito da Somchai Wongsawat, cognato di Thaksin che intanto è stato condannato in contumacia a due anni di reclusione. Il 2 dicembre la Corte dichiara illegale il PPP ed interdice i suoi membri dagli pubblici uffici per cinque anni. Il 15 dicembre 2008 nasce l’esecutivo presieduto da Abhisit Vejjajiva, il quarantaquattrenne economista inglese che porta in dote gli studi conseguiti ad Eton ed Oxford. La “stabilità” dura solo tre mesi: il 26 marzo 2009 a scendere il piazza sono le “camicie rosse” di Thaksin che rispondono al neo-insediato governo di destra con la stessa tattica: dimostrazioni, assalti alle sedi istituzionali ed occupazioni. A Pattaya i dimostranti invadono la sede del vertice Asean, l’associazione dei Paesi del sud est asiatico: il summit viene annullato mentre i leader dei paesi ospiti fuggono in elicottero. Il 12 aprile Abhisit dichiara lo stato di emergenza, censura i mezzi d’informazione e vieta gli incontri tra più di cinque persone; l’esercito non lesina nell’uso della forza e dopo due giorni costringe le “camicie rosse” alla resa.

Ora che tutti i pezzi del puzzle sono tornati al loro posto e che il giovane premier tailandese ha spazzato via ogni dubbio sulle sue capacità di leadership, ponendo fine alle proteste senza grandi spargimenti di sangue, la Thailandia torna ad interrogarsi sul suo futuro. Abhisit ha le competenze per guidare il paese così come ha dimostrato di saper gestire le forze armate, o perlomeno le forze armate gli hanno lasciato credere di poterlo fare. E’ inoltre cosciente del fatto che per salvare la nazione deve puntare sulla riconciliazione e sul dialogo, incluso parlare a quelli che in queste ultime settimane ha definito “nemici della nazione”. Ma riuscirà ad entrare nei cuori della gente comune, dei contadini e dei più poveri, di coloro che in caso di nuove elezioni sono pronti a votare in massa per gli eredi del Thai Rak Thai.

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