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Lettera delle maestre della scuola Pisacane

da http://www.carta.org/

Oggi, 16 aprile, le maestre della scuola romana Carlo Pisacane, che a causa della presenza di numerosi bambini figli di migranti ha subito una campagna diffamatoria che ha causato un forte calo delle iscrizioni per l’anno prossimo, avrebbero dovuto partecipare a un incontro con la commissione Scuola della Regione Lazio. Ma il comune non ha dato il permesso

Gentile commissione Scuola,

ringraziamo della convocazione e siamo davvero dispiaciute di non poterci essere. Voi sapete che recenti norme impediscono agli impiegati comunali come noi di esprimersi senza l’autorizzazione dei loro dirigenti. Credevamo che questa audizione fosse uno spazio protetto tra professionisti di e per la scuola ed eravamo pronte a parteciparvi con entusiasmo, finalmente on l’agio di essere ascoltate da gente competente.

Soltanto ieri abbiamo appreso che la suddetta norma poteva essere applicata anche in questa situazione e che quindi venendo senza il consenso dei nostri dirigenti al Comune [che, per altro, non avremmo fatto neanche in tempo a chiedere] avremmo rischiato il richiamo. Avendo già sufficienti grattacapi abbiamo ritenuto opportuno rinunciare seppur con rammarico, ma lasciando comunque a chi è testimone del nostro percorso formativo e della nostra professionalità la parola, con la piena fiducia che sapranno sia le nostre ex mamme che gli operatori esterni che da anni ci accompagnano, essere portavoce del nostro disagio.

Abbiamo comunque voluto consegnare come gruppo educativo queste poche righe scritte, i cui argomenti potranno essere da voi approfonditi con chi ci rappresenta lì in questo momento.

La persecuzione mediatica che è stata fatta sulla scuola Pisacane a noi educatrici ci ha profondamente disturbato nel nostro lavoro e buttato giù moralmente, alcune vicende accadute nella nostra scuola sono state distorte e strumentalizzate e la nostra immagine pubblica ne è uscita distrutta, mentre tutto quello che da anni facciamo e tentiamo di fare non è stato affatto messo in luce, anzi.

E’ ovvio che alcuni politici stanno strumentalizzando la nostra scuola per farne il «caso nazionale» al fine di portare avanti i loro discorsi di riforma come il tetto del 30 per cento di alunni stranieri nelle classi, non è una nostra idea ma una dichiarazione del ministro Gelmini sui giornali e delle stesse mamme del «comitato per l’integrazione» che si dichiarano tra le fautrici di questa proposta. Sarebbe interessante se anche questioni del genere venissero riflettute e dibattute negli ambiti preposti e tra addetti ai lavori e non su una pubblica piazza in cui tutti possono dire tutto e il contrario di tutto sulla pelle delle persone, soprattutto se questo significa appellare come «Ghetto» un posto che accoglie bambini.

Un ghetto è un posto dove persone con un potere relegano delle altre persone ritenute inferiori o indesiderate, nessuna di noi né delle persone che frequentano la scuola Carlo Pisacane si è mai percepita così, prima di vederlo scritto sui giornali a caratteri cubitali. Per noi la Pisacane è semplicemente la scuola che raccoglie gli abitanti del proprio quartiere nel quale da anni vi è una profonda trasformazione in senso multiculturale, si tratta di migranti in Italia da dieci, venti o anche trent’anni, integrati e gestori di attività commerciali di vario tipo, i loro figli sono nati qui.

Dell’85 per cento di alunni stranieri che tanto fa scandalo solo il 13 per cento sono arrivati da grandi e non parlano l’italiano, tutti gli altri sono di seconda generazione, condividono con i bambini italiani la stessa cultura infantile. Dopo tre anni di scuola d’infanzia entrano alla scuola elementare che parlano perfettamente italiano e imparano a scriverlo esattamente come i bambini italiani. Noi alla scuola d’infanzia siamo particolarmente attenti alla competenza linguistica e cerchiamo di lavorare anche con le famiglie affinché i bambini entrino alle elementari veramente in grado di esprimersi e comprendere l’italiano, se necessario facendo espressa richiesta di permanenza.

A questo proposito, rispondendo al bando regionale per l’integrazione degli alunni stranieri, abbiamo scritto un progetto sperando di avviare una ricerca/azione in questo senso, che veda i nostri bambini, non preparati come gli altri all’ingresso della scuola elementare, ma preparati se possibile più degli altri, tutti, italiani e stranieri.

Da anni inoltre con l’associazione Asinitas ci siamo attivate per la creazione di corsi di italiano per le mamme, al fine di rendere più agevole la comunicazione scuola famiglia e per rendere più omogeneo e flessibile l’ambiente linguistico dei bambini. Ci risulta che molti fratellini parlino tra loro italiano anche a casa. La nostra scuola quindi è davvero attiva per l’integrazione delle famiglie e dei bambini stranieri e da anni raccogliamo ottimi frutti del nostro impegno.

Ma mentre chi urla e grida allo scandalo ha ricevuto ampio spazio su tutti i mezzi di comunicazione, i genitori sia italiani che stranieri pronti a sostenere la nostra scuola con energia non sono stati ascoltati o poco, anche quando hanno fatto comunicati pubblici sulle agenzie di stampa. Come mai?

Come mai nessuno si è preoccupato di venirne a parlare con noi maestre che forse dopo venti anni di servizio e dieci anni di impegno in questa situazione multiculturale abbiamo acquisito un po’ di esperienza?

Nessuno è venuto a visitare la scuola, nessuno è venuto a vedere le nostre attività didattiche. E i nostri bambini come stanno a scuola? C’è l’integrazione? C’è apprendimento? C’è socializzazione? Noi crediamo di sì.
La nostra scuola non è affatto mono-etnica come scorrettamente l’hanno definita sui giornali, ma raccoglie 15 provenienze geografiche, per noi 140 piccoli nuovi italiani.

Qual è la colpa di questi bambini nati qui che giustamente si sentono italiani pur essendo figli di stranieri? Perché nessuno è venuto a constatare di persona l’armonia che regna in questa scuola? I bambini stranieri che parlano romanaccio…

Chiunque venga offeso ha diritto di replica, noi per adesso no.
Vi vorremmo invitare a vedere con i vostri occhi, ad ascoltare con le vostre orecchie, molte di noi abitano lontano, ma non cambierebbero questa scuola con nessun altra al mondo. Vi aspettiamo fiduciose.

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