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Il Presidente sciacallo

di Pancho Pardi
da www.repubblica.it

Per chi ha il controllo dei mezzi di comunicazione la catastrofe è un’occasione d’oro. La causa naturale sottrae responsabilità: è il prodotto del fato.

Resta lontano sullo sfondo il contributo diretto di chi ha costruito con molta sabbia, poco cemento e poco ferro, di chi ha rilasciato autorizzazioni incaute, di chi non ha controllato la qualità dei materiali e dei manufatti, di chi per decenni ha permesso che una zona tra le più sismiche d’Italia non fosse classificata nella prima categoria di pericolo, con l’unico scopo di garantire costi di edificazione più bassi e valori dei suoli più alti.

Per le vittime la catastrofe è morte, perdita degli affetti e dei beni, angoscia e incertezza del futuro. Per chi non ha subito danni è occasione di aiuto diretto e indiretto, solidarietà e sostegno. Ma per i mezzi di comunicazione la catastrofe è prima di tutto spettacolo della sofferenza. L’inquadratura della telecamera non è mai oggettiva e innocente. Vediamo ciò che ci fanno vedere e come vogliono farcelo vedere.

La telecamera indugia impudica su volti piangenti, replica all’infinito momenti chiave, ripete narrazioni spezzate, illustra destini infranti, insiste su particolari strappacuore: l’orsetto di peluche, la culla schiacciata. All’occorrenza la musica di sfondo aggiunge pathos.

Telegiornali e programmi si inseguono, si avvicendano, macinano ore di trasmissione in cui domina l’affabulazione sentimentale e manca l’analisi. Chi si azzarda a porre domande indiscrete sul contributo umano alla catastrofe viene bollato: non rispetta il dolore, è uno sciacallo. La trasmissione Anno Zero per aver dato voce a critiche sulla disorganizzazione dei soccorsi è stata lapidata.

Poi, dopo la dose opportuna di sventura e infelicità giunge la catarsi. Il capo in mezzo al popolo stringe mani, abbraccia, conforta, promette. Dispensa forza e sicurezza. Mentre chi apre interrogativi irriverenti è accusato di non rispettare il dolore, il capo vince il dolore e ne rappresenta il necessario superamento.

Le telecamere – compiacenti le sue, asservite quelle delle reti pubbliche – lo inseguono e illustrano. Scelgono il lato migliore, l’espressione più adatta allo scopo: mascella stretta, fermezza virile. La carta stampata in buona parte segue corriva. La sintesi è già pronta e già detta: il consenso verso di me supera il 70 e va verso l’80%; non sono più solo il presidente del consiglio sono il presidente di tutti gli italiani.

Se lo dice da solo prima ancora che una stampa già incline all’ossequio gli tributi il riconoscimento. Pochi si azzardano a osservare che così trae vantaggio improprio dalla sventura e dal dolore.

Dietro il capo, grande protettore, la società perde il suo carattere pluralistico e conflittuale. Il contrasto tra gli interessi, la lotta tra le parti si attenuano e svaniscono. Resta in primo piano il rapporto fiduciario tra capo e popolo. La logica democratica lascia il posto alla logica plebiscitaria e questa si alimenta con la prassi pubblicitaria.

Con una critica che non va oltre il blando rilievo di costume, Gramellini su La Stampa mette in luce che il capo sguazza a meraviglia nel clima di estrema emergenza. La retorica del fare lo galvanizza. Così dà il meglio di sé: ci mette la faccia. Ma Gramellini non spiega perché sarebbe un merito.

Non gli costa niente: le reti o sono sue o è come se lo fossero. La protezione civile non funziona meglio perché c’è il presidente del consiglio a giro per le macerie a farsi filmare e fotografare. L’aveva già fatto a Giugliano per la scuola schiacciata con dentro alunni e insegnanti ma le conseguenze benefiche di quella tempestiva presenza ancora si attendono.

Ci mette la faccia perché questa è l’essenza ontologica del suo modo di gestire il ruolo: si mette in scena. Sale nei sondaggi perché ci mette la faccia e ci mette la faccia perché sale nei sondaggi.

Sarà opportuno verificare nel prossimo futuro se vorrà salire nei sondaggi facendo apprestare l’elenco più preciso delle imprese coinvolte nella costruzione di edifici moderni crollati a causa dei materiali scadenti, dei tecnici e degli amministratori che hanno autorizzato l’edificazione nei luoghi meno adatti o la trasformazione di edifici privati in edifici pubblici privi di qualsiasi requisito di sicurezza, dei proprietari che hanno speculato sul valore dei suoli truccato dalla sottovalutazione del rischio sismico.

Lo farà davvero? Si può al contrario temere che a quel punto l’indagine più necessaria possa ricadere nella consueta opacità amministrativa? I risarcimenti non saranno complicati da mille intoppi? Qualche marginale elargizione di fondi pubblici taciterà chi avrà rinunciato a ricevere giustizia? E il capo sarà pronto a mettere la faccia sulla prossima catastrofe.

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