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PROVE DI DISGELO PER OBAMA IN SUDAMERICA

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Il quinto summit delle Americhe si è concluso a Port of Spain (la capitale di Trinidad e Tobago) senza un consenso fra i 34 Paesi sulla dichiarazione finale, ma l’amichevole stretta di mano tra Obama e Hugo Chávez o i cordiali scambi di battute tra il neo-presidente americano con Evo Morales e Daniel Ortega sarebbero di per sé sufficienti a spiegare il senso e a tracciare un bilancio del quinto summit dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). La popolarità del nuovo inquilino della Casa Bianca ha contribuito in maniera decisiva al clima positivo di un vertice che tre anni e mezzo fa a Mar del Plata, in Argentina, si concluse invece in un totale fallimento e segnò il punto più basso nei rapporti tra l’America di Bush e il resto del continente. Il rinnovato interesse di Washington nei confronti dell’America Latina dopo otto anni d’indifferenza e la nuova disponibilità al confronto senza pregiudiziali, è dunque la cifra principale dell’incontro tra i 34 leader, anche se ai sorrisi di circostanza dovranno fare seguito ora cambiamenti sostanziali nei rapporti diplomatici continentali. Con due banchi di prova su tutti per gli USA: Cuba e Venezuela.

Di ritorno dalla recente trasferta europea per il G-20, Barack Obama ha preparato con grande scrupolo la sua prima uscita con i capi di stato e di governo dei paesi sudamericani. L’annuncio dell’abbandono di ogni restrizione sui viaggi dei cubano-americani nella madrepatria e sulle rimesse di denaro verso L’Havana a poco meno di una settimana dall’appuntamento di Port of Spain è servito ad allentare le tensioni e a mandare un segnale importante all’intero continente, ormai unito nel chiedere la cancellazione dell’embargo verso l’isola che dura da 47 anni. I timidi ma significativi passi intrapresi dal governo americano nei confronti di Cuba, se da un lato sono stati accolti quasi universalmente con soddisfazione, rischiano tuttavia di innescare una reazione a catena di attese e speranze che Washington potrebbe faticare a controllare e a soddisfare.

Con queste premesse, il vertice delle Americhe ha finito per avere al centro dell’attenzione proprio l’unico paese del continente americano assente, in quanto escluso dal consesso fin dal 1962 perché aderente al blocco comunista. Lo scambio di promesse reciproche per una possibile apertura tra Obama e Raúl Castro nei giorni precedenti e l’annunciata disponibilità di entrambi ad aprire un dialogo a tutto campo ha così prodotto una condanna pressoché unanime dell’embargo americano nei confronti di Cuba da parte dei membri dell’OAS e un esplicito invito al presidente USA ad intraprendere un percorso nuovo dopo decenni di incomprensioni.

Stati Uniti e Cuba, in ogni caso, sembrano essersi avviati verso una fase di studio estremamente delicata e sulla quale influiranno non solo il reale desiderio di riavvicinamento da parte dell’Avana ma anche, e soprattutto, gli equilibri interni alla società e alla politica americane. Nonostante buona parte della comunità cubano-americana rimanga tuttora contraria a qualsiasi genere di apertura verso Cuba, le nuove generazioni di esuli appaiono pensarla in maniera opposta. A ciò si aggiungano le mire delle aziende statunitensi desiderose di fare affari sull’isola. Esponenti di entrambi i rami del Congresso hanno poi introdotto negli ultimi mesi alcuni disegni di legge volti a neutralizzare molti aspetti dell’embargo. L’anacronistico residuo della Guerra Fredda insomma sembra destinato lentamente ad essere superato, magari sul modello del processo di riavvicinamento tra USA e Vietnam – come ha spiegato Robert Pastor, consigliere per l’America Latina dell’ex presidente Carter – durante il quale l’evoluzione di quest’ultimo paese verso un sistema democratico o un’economia di mercato non è mai stata considerata una condizione preliminare imprescindibile.

Se pure i temi all’ordine del giorno a Trinidad dovevano essere legati principalmente alla crisi economica in atto e ai cambiamenti climatici, difficilmente i titoli dei giornali sul vertice si sono allontanati di molto dalla questione cubana. La storica stretta di mano tra Obama e Hugo Chávez nella giornata di sabato ha rappresentato l’altro momento fondamentale del summit ed ha inevitabilmente alimentato nuove speculazioni circa una possibile distensione anche tra Stati Uniti e Venezuela. Poco prima di un incontro tra il presidente americano e i leader dell’UNASUR – l’organizzazione che raccoglie i dodici paesi del continente sudamericano – Chávez ha regalato a Obama il libro del giornalista e storico uruguaiano Eduardo Galeano “Le vene aperte dell’America Latina”, una sorta di trattato anti-capitalista che descrive le conseguenze di secoli di dominio europeo prima e statunitense poi sul continente sudamericano. Un dono poco opportuno, secondo alcuni membri dello staff di Obama presenti al summit, ma che non deve fare passare in secondo piano le aperture offerte dallo stesso presidente venezuelano.

Poco dopo l’incontro con Obama, Hugo Chávez ha infatti avvicinato il segretario di Stato Hillary Clinton, alla quale avrebbe avanzato l’ipotesi di reinstallare il proprio ambasciatore a Washington dopo sette mesi di assenza. Lo scorso mese di settembre, come gesto di solidarietà nei confronti del presidente boliviano Evo Morales (il quale aveva espulso l’ambasciatore americano a La Paz perché accusato di aver complottato con l’opposizione ed incitato alla violenza nel paese) Chávez aveva messo alla porta il numero uno della diplomazia USA a Caracas, Patrick Duddy. Per restaurare piene relazioni diplomatiche tra i due paesi, il leader venezuelano avrebbe proposto di spedire a Washington l’attuale ambasciatore presso l’OAS, nonché ex ministro degli Esteri, Roy Chaderton. Notizia questa confermata successivamente anche dal Dipartimento di Stato americano.

Per quanto i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela si siano deteriorati nel corso dei due mandati di George W. Bush, i legami dal punto di vista economico tra i due paesi sono sempre rimasti sostenuti. Caracas resta infatti il quarto fornitore di petrolio degli USA e gli scambi commerciali, almeno fino alla vigilia della crisi economica, continuavano a far segnare notevoli progressi. Sebbene gli accordi bilaterali siglati da Chávez con Russia, Cina e Iran negli ultimi anni siano andati nella direzione di un futuro sganciamento del Venezuela dagli Stati Uniti, il rapporto di mutua dipendenza tra i due paesi resta intatto, in particolare sul fronte energetico.

Anche se è evidente che una stretta di mano non sarà sufficiente a garantire un’inversione di rotta nei rapporti diplomatici, non è da escludere che il desiderio di Obama di ricostruire un qualche dialogo con un leader che ha fatto della retorica anti-statunitense uno dei capisaldi della propria politica possa trovare terreno fertile a Caracas. E il presidente americano potrà trarre qualche beneficio anche dalla rinnovata disponibilità mostrata nel confrontarsi con l’intero continente latino-americano. Disponibilità evidenziata in primo luogo dai progressi compiuti sul fronte dei rapporti con Cuba e che potrebbe inoltre garantirgli una sicura base di partenza per rafforzare i rapporti del proprio paese con la maggiore potenza politica ed economica sudamericana, il Brasile del presidente Lula.

Il capitale politico di cui dispone Obama in patria e all’estero è d’altra parte ancora notevole in questa prima fase della sua storica presidenza. A dimostrarlo ci sono non solo il calore riservatogli dai leader di paesi che fino a poche settimane fa misuravano la durezza dello scontro con il gigante nordamericano, ma anche note di colore a margine del summit che apparivano impensabili durante la precedente amministrazione, come la richiesta di autografo al presidente statunitense sulla sua autobiografia – “Dreams of my father”
– da parte del primo ministro di Saint Lucia, Stephenson King.

Nonostante l’attenzione suscitata in questi giorni, è probabile tuttavia che i riflettori sulle questioni latinoamericane siano destinati a spegnersi presto. L’evoluzione dei rapporti con Cuba e con il Venezuela, o il dilagare della violenza legata al narco-traffico in Messico, per quanto promettano di continuare ad occupare nei prossimi mesi una parte importante nell’agenda di Obama, rischiano di essere oscurati, almeno in parte, dai temi al centro del dibattito internazionale ormai da qualche tempo, come la recessione, il Pakistan, l’Afghanistan, il nucleare iraniano, l’Iraq o la questione mediorientale. Toccherà al neo-presidente, allora, includere il dialogo con l’America latina nel nuovo corso della politica estera statunitense, riparando agli errori e alle mancanze del suo predecessore.

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