Home Europa e Mondo Un popolo espropriato

Un popolo espropriato

di Giuseppe Platone
da www.riforma.itIL SETTIMANALE DELLE CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI

Con tutti gli errori fatti in uno scontro in cui nessuno è innocente i palestinesi vengono sempre più espropriati della loro terra e sarà impossibile farne uno Stato

Betlemme (Rachel’s Checkpoint) — La sveglia è un po’ dopo il richiamo del muezzim alla preghiera mattutina. È ancora buio quando usciamo di casa. Siamo stati ospiti di una famiglia palestinese, in cinque: uno dal Sudafrica, uno dal Brasile, uno dall’Argentina, uno dagli Stati Uniti. Le altre due colleghe giornaliste svizzere hanno dormito presso un’altra famiglia. Andiamo al checkpoint di Betlemme. Centinaia di persone sono già lì assiepate in una gabbia proprio sotto il muro di separazione dei due territori. A un certo punto la fila si muove. Sono come bestie in un recinto.

Si urla, si spinge. Qualcuno ha passato la notte avvolto in cartone per non perdere il proprio turno d’ingresso. Siamo lì come testimoni impotenti, scivoliamo lungo la corsia dedicata alle donne, agli aiuti umanitari. È un’umanità che deve passare un controllo militare per andare a lavorare. Di qua la zona palestinese, di là quella israeliana. Di là c’è il lavoro, di qua la disperazione. La procedura non è sempre rapidissima perché si prendono anche le impronte digitali, si controllano i permessi (che hanno valore trimestrale) e capita a quelle mani che fanno lavori pesanti che la configurazione del polpastrello si modifichi. Se è così bisogna rifare le impronte. Rifare il permesso. Un tempo infinito.

Le analisi della situazione sono già state fatte, anche su queste colonne. Analisi puntualmente rintuzzate perché il grido di dolore palestinese è considerato un inganno. Perché siamo normalmente portati a sostenere Israele, perché da sessant’anni è lo specchio in cui ci riflettiamo. Perché ho studiato in una scuola ebraica e nutro, da sempre, stima e amicizia per gli ebrei della mia città. Perché l’Antico Testamento è per noi inscindibile dal Nuovo e Gesù è un ebreo. Mentre la cultura araba ci è oggettivamente lontana. Non la conosciamo. Però vedere quel muro che è lungo settecento chilometri, osservare una società completamente militarizzata con oltre 600 checkpoint sconvolge. Sì, lo sappiamo: il terrorismo, i kamikaze, Hamas.

In effetti gli attacchi terroristici al di qua del muro sono azzerati. Ma dall’altra è proporzionalmente aumentata la violazione dei diritti umani. Mentre rimugino questi pensieri dall’alto della pensilina un militare seccato ci chiede di cancellare le foto che abbiamo fatto. Chiediamo: «Perché?». Risposta: «Cancellate subito! Debbo forse darvi delle spiegazioni?». In effetti da all’alto di quella pensilina con quel mitra a tracolla trasmette un’arroganza che pensavo confinata solo nei libri di storia. Ma esprime anche un concetto chiaro: qui comandiamo noi e non c’è bisogno di spiegazioni.

Ho incontrato famiglie palestinesi, intervistate e fotografate, che ci hanno fatto vedere come e dove vivono, gli hanno tolto le strade d’accesso, razionata l’acqua, s’inerpicano nelle loro case come capre, vivono sotto lo sguardo indagatore di coloni ebrei dell’est europeo. I quali, da bravi vicini di casa, gettano le loro immondizie nel giardino dei palestinesi. Protetti dall’esercito israeliano, sostenuti dal governo, i coloni, quelli sì, avanzano. Mentre i palestinesi continuano a emigrare, in Canada, in Cile… Un territorio, quello palestinese – basta andare sul sito specifico dell’Onu per documentarsi (www. ochaopt. org) progressivamente conquistato, parcellizzato, frammentato, mangiato dall’inesorabile avanzare dei coloni.

Illegalità? No, ti spiegano fonti israeliane, si tratta in sostanza di terra di nessuno (?), la Palestina non era e non è uno Stato, è un concetto geografico, dunque si può avanzare. Tanto quelli sono dei terroristi, se gli volti le spalle ti ammazzano. Un odio che si respira, nei tanti discorsi registrati dentro e fuori Gerusalemme. Di là del muro, guardando agli arabi palestinesi come gente di cui non ci si può fidare, dall’altra parte – ne ho un taccuino pieno – ho raccolto storie di ordinaria violenza, militari che arrivano nelle case nottetempo, frugano, cercano armi, sovversivi. Un territorio occupato, espropriato, messo in ginocchio. Propaganda? No, tutto è fatto in nome della sicurezza.

Provate ad andare, non dico a Gaza, che tanto non vi fanno entrare, ma in Cisgiordania e parlate con la gente, andate a vedere dove vive, guardate sulle mappe come in pochi anni il muro, come un’anaconda vorace, sia penetrato nel territorio favorendo una galassia di insediamenti dei coloni. Tutto questo ha già cambiato la geografia. Un disastro. A me sembra umanamente impossibile che certi insediamenti di venti, trentamila abitanti possano essere smantellati. Sono ormai piccole città. Sono gruppi di case sulle alture più belle, dominanti. Russi, ucraini, quanto di più lontano dalla civiltà palestinese. I posti migliori.

Debbo dire, e non per cerchiobottismo, che ho raccolto importanti voci critiche sulla situazione conflittuale anche in Israele. Mentre in Cisgiordania aleggia una sorta di rassegnazione, di impotenza, di attesa che succeda qualcosa di risolutivo, dall’altra il dibattito è tutt’altro che spento. C’è un gruppo di rabbini che a Gerusalemme denuncia (e fotografa) la palese violazione dei diritti umani perpetuata da Israele. C’è un’organizzazione di ex militari dell’esercito israeliano che rivela nefandezze compiute dal loro stesso esercito (www. breakingthesilence. org. il) con tanto di video e di testimonianze raccolte in libri. C’è dunque un’Israele che è fortemente critico, che non accetta, proprio come popolo che ha sofferto la più grande e delittuosa delle discriminazioni, questa politica di sopraffazione. E che lo dice apertamente. Nessuno è innocente.

In poche ore passiamo dal quartiere generale del governo provvisorio palestinese a Ramallah (fa un certo effetto sedersi nell’ufficio che fu di Arafat e ascoltare il portavoce dell’Autorità nazionale palestinese Rafiq Husseini) che oggi si schiera contro la politica di Hamas e punta su un governo moderato, deciso a prendere distanza dalla violenza terroristica e accusa Israele di annettersi progressivamente il territorio palestinese, a Gerusalemme, nel moderno ufficio del portavoce governativo, Daniel Seaman. «La società israeliana – spiega – è stata terrorizzata, bisognava porre fine ai continui attacchi.

E ci siamo riusciti. Non siamo contro il popolo palestinese che purtroppo è ostaggio di una minoranza terroristica. Se cambierà la politica dell’autorità palestinese siamo d’accordo per la loro autodeterminazione e gli insediamenti possono diventare materia di negoziazione. Con tutti i problemi che qui abbiamo Israele è ancora il posto migliore, più libero per vivere nel Medio Oriente, perché noi siamo una salda democrazia. E se abbiamo sbagliato, la Knesset (parlamento, ndr) può sempre correggere il tiro. C’è pur sempre una Corte suprema…». Ma con il governo che ha virato decisamente a destra mi sembra difficile che si voglia cambiare direzione.

Di fronte a questa dura contrapposizione, che cosa dice la minoranza cristiana? Essa raggiunge il 2% ed è divisa tra ortodossi, cattolici, protestanti. Si tratta di una componente che tende numericamente a diminuire ma che potrebbe rappresentare l’ago della bilancia. Il Consiglio delle chiese cristiane in Medio Oriente tenta il dialogo anche a livelli più complessi come quello di un tavolo d’interfedi. Tra le tante iniziative significative c’è quella direttamente sostenuta dal Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra (Cec) che è l’accompagnamento in situazioni a rischio.

Si tratta di un programma – Riforma ne ha
parlato a più riprese – nato nel 2002 (nel quadro del «Decennio contro la violenza») e prevede la presenza di osservatori su alcuni nodi critici. Ne abbiamo incontrato alcuni. Sono uomini e donne che dialogano con tutti, che accompagnano, come a Hebron, attraverso i checkpoint, anche scolaresche di bimbi palestinesi. Una trentina di persone dislocate in cinque luoghi diversi per una permanenza di tre mesi. Poi vengono sostituite da altre. Persone che scrivono settimanalmente un loro rapporto e denunciano l’occupazione illegale della Palestina (www. eappi. org). Una documentazione corale e precisa affinché un giorno qualche idiota non si svegli e dica che era tutta una montatura antisemita e non la crocifissione di un popolo.

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Sette giorni in Israele e nei Territori palestinesi: l’infinito conflitto
di Giuseppe Platone

Impossibile arrivare in Israele e nei Territori palestinesi senza pregiudizi. Due mesi dopo l’attacco militare nella striscia di Gaza abbiamo ancora negli occhi le immagini di questa tragedia. Dietro quelle bombe e quei morti ci sono ragioni storiche, sociali, politiche c’è il tentativo estremo di sconfiggere il terrorismo… ma andiamo con ordine. Uso il plurale perché siamo in sette. Tutti giornalisti prevalentemente orientati su questioni religiose. Il gruppo convocato dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) è guidato dall’argentino Juan Michel, responsabile dell’ufficio comunicazioni del Cec. Il gruppo alloggia a Gerusalemme, nella parte palestinese, in un albergo (dignitoso) vicino alla porta di Damasco. L’ambiente è internazionale, molto famigliare, gran voglia di capire che cosa stia realmente succedendo in quest’angolo del mondo che per alcuni ne è il centro.

I compagni d’avventura sono: Patrick Lynn Cole, americano responsabile della comunicazione nella centrale della Chiesa presbiteriana nel Kentucky, a Louisville; Roland Vernon, sudafricano, metodista, responsabile dei media e progettazione grandi eventi delle chiese protestanti; Rui Jorge Bender, brasiliano, luterano di Novo Hamburgo, responsabile di Alc News; Aline Bachofer, svizzera, giovane redattrice del mensile La Vie protestante; Kathrin Ueltschi, svizzera, giornalista della radio pubblica di Basilea, e Juan Michel. Siamo qui per capire in particolare il lavoro delle chiese cristiane nell’intricata situazione mediorientale. Ma realisticamente non si può pretendere di capire fino in fondo le dinamiche tra le diverse chiese cristiane, nel breve spazio di pochi giorni, per non dire del rapporto tra le religioni.

La prima impressione che ho raccolto è che i leader religiosi che abbiamo incontrato, ai massimi livelli (e questo grazie alle ottime entrature del Cec in Medio Oriente), abbiano piacere di parlare davanti a persone che diligentemente annotano le loro riflessioni, la loro interpretazione della complessa realtà israelo-palestinese. Ma le loro parole, catturate dai nostri taccuini o registratori – mi chiedo – restano confinate solo in dinamiche interne al Medio Oriente? Sono le 18, mentre comincio a scrivere per mettere ordine nei miei appunti. Dalla finestra aperta entra melanconico il richiamo del muezzin alla preghiera della sera.

Il primo giorno

Il mezzo busto di Ben Gurion ti accoglie nel moderno e luminoso aeroporto di Tel Aviv. Poi una corsa in un taxi collettivo su una moderna autostrada sino a Gerusalemme. In effetti si sale. Fa una certa impressione salire a Gerusalemme, è come viaggiare verso il cuore della Bibbia. Ma è anche un viaggio nel cuore del conflitto irrisolto più lungo del mondo moderno. E non ci sono solo ragioni umane ma entrano in campo anche ragioni «divine». C’è un terra che una volta si chiamava Palestina e ospitava ebrei, islamici, cristiani che vivevano in pace. Una terra, per alcuni, idolatrata. Una terra promessa da Dio a un popolo. Dopo il 1948, dopo il 1967 e dopo ancora, le cose sono progressivamente cambiate. Anzi peggiorate. Naturalmente dipende dal punto di vista in cui si osserva. Ma quando si uccide per la terra o essa diventa oggetto di un furto legalizzato, non credo che Dio c’entri, da qualunque luogo lo si invochi.

Il primo incontro è con il teologo anglicano Naim Ateek, che ha fondato il centro ecumenico di Sabeel. Ateek è conosciuto per avere sviluppato una sorta di teologia della liberazione. È un palestinese, molto colto, parla nei confronti degli ebrei di liberazione dalle loro paure e, nei confronti dei palestinesi, di necessaria liberazione dalla loro disorganizzata rassegnazione. Cristo, dice Ateek, ci ha insegnato la via della nonviolenza. Ma qui siamo dentro un conflitto che oggi registra da parte di Israele una militarizzazione dell’intera società (oltre 600 posti di blocco) un’occupazione del territorio destinato ai palestinesi dagli accordi internazionali anche attraverso nuovi insediamenti di coloni. Quell’ideologia sionista, nata come movimento politico, da tempo ormai ha assunto una valenza religiosa molto marcata e trova alleati in molti ambienti fondamentalisti cristiani, specie statunitensi. Ma i cristiani che in Terra Santa arrivano a malapena al 2% che cosa possono fare? Secondo Ateek i cristiani dovrebbero provare a diventare l’ago della bilancia, tra ebrei e palestinesi. «Se è vero che Dio ama tutti i popoli e non solo un popolo. Se è vero e giusto che la terra va condivisa e non militarmente confiscata come sta succedendo con la scusa di combattere il terrorismo, allora urge una severa autocritica sia da parte israeliana (smetterla con questo militarismo aggressivo e invasivo) sia palestinese (colmare il deficit di democrazia al proprio interno, isolando definitivamente le frange terroriste) in nome del rispetto dei diritti umani che qui vengono quotidianamente calpestati».

Ma non c’è molto tempo da perdere: mentre si discute o si spara i coloni ebrei continuano ad arrivare da mondi lontani e occupare terre confiscate dall’esercito («per ragioni di sicurezza militare») mentre molti palestinesi, sostanzialmente espropriati, non reggono più la situazione e emigrano. Oggi ci sono più palestinesi in Canada, in Cile, negli Usa che qui nella loro terra.

Secondo giorno

È domenica. Andiamo a Beith Hanina, un sobborgo di Gerusalemme a prender parte a una messa cattolica presieduta dal padre francescano Ibrahim Faltas. Tutto in arabo. Non capiamo nulla e non partecipiamo alla comunione per non creare incidenti diplomatici. Dopo la messa ci troviamo nei locali del centro francescano per socializzare con la comunità. Faltas lo riconosco subito per averlo visto in televisione. Quando nella primavera del 2002 un commando palestinese occupò la chiesa della natività, Faltas rilasciò varie interviste in italiano (che parla benissimo). È un omone proattivo, vitalistico, uno che entra subito in contatto con la gente. Quell’occupazione si concluse con l’uccisione di 8 palestinesi e 27 feriti, ad alcuni di loro venne accordato il permesso di espatriare (tredici di loro vennero in Europa). E Faltas, nei giorni drammatici dello scontro armato, fu l’uomo della mediazione. O comunque, da buon levantino, seppe gestire la crisi anche per far conoscere il dramma palestinese al mondo.

Gli chiedo dei rapporti con i protestanti. Sorride: «Come cristiani qui siamo sempre di meno, non abbiamo tempo di discutere delle differenze, se non ci uniamo affonderemo tutti insieme». Il pranzo è un falafel che afferriamo con entrambe le mani, un pane arabo aperto con dentro di tutto e di più. Ci facciamo qualche tè alla menta e si sta benissimo, mai sentito più leggero. Nel cuore della città vecchia di Gerusalemme visitiamo gli uffici dell’Interchurch center (Jic). Siamo accolti dal dinamico Yusef Daher, segretario esecutivo, arabo cristiano, e da Kjell Jonasson, pastore luterano svedese che vive in Medio Oriente
da una vita. L’ambiente è luminoso, in una bella saletta ci viene tratteggiato il quadro del mondo cristiano in Israele e nei Territori palestinesi. Francamente pensavo che la presenza cristiana fosse molto più cospicua. A stento duecentomila persone su una popolazione complessiva di 8 milioni. Il Cec, che ha qui una sua base operativa, promuove incontri, dialoghi ma soprattutto, dal 2002, un programma di accompagnamento nelle zone a rischio nei territori palestinesi. Ne visiteremo alcune.

Nel pomeriggio una donna inglese, Angela Goldstein, di origine ebraica, ci accompagna a vedere alcuni presidi sotto la tenda contro le annunciate demolizioni di case palestinesi (88) per farne un parco archeologico nel quartiere Al-Boustan (il giardino). La polizia ci osserva, sguardi cattivi, ma sono dei ragazzi di leva; alcuni sembrano minorenni che però hanno il mitra a tracolla. Sotto il loro sguardo partecipiamo a un sit-in dove vengo a sapere che dal 1967 sono state demolite 24mila case palestinesi nei Territori occupati. Quella presenza internazionale, che fotografa, intervista, s’informa con ogni evidenza disturba. Chiediamo: una volta espropriati e abbattute le loro case, questi 1500 palestinesi che vi risiedono dove andranno a vivere? Risposta: alcuni allargano le braccia. I palestinesi sono abituati sin dal 1948 ai campi profughi…

A cena con Bernard Sabella, sociologo all’Università di Betlemme, direttore del Consiglio delle chiese del medio oriente. Un laico. «Non s’illudano le religioni di trovare la soluzione ai nostri problemi – esordisce –: qui serve la politica nel senso più alto del termine, altrimenti non ne usciamo. E soprattutto serve la politica internazionale. Voi in Europa state a guardare e non fate nulla». Sabella ha studiato a Princeton (Usa), conosce bene l’Italia (è spesso invitato a convegni internazionali). Dopo anni di riflessioni e studi Sabella ritiene che palestinesi ed ebrei debbano entrambi uscir fuori dalla mentalità delle vittime. Ragioni opposte fanno di questi due popoli antagonisti delle persone, oggi, incapaci di costruire una visione condivisa. Dei condannati a vivere insieme in un territorio molto limitato. «Si potrebbe avere a Gerusalemme una municipalità condivisa – dice –, si potrebbe organizzare una confederazione di Stati con Libano, Giordania, Siria in cui la Palestina e Israele abbiano un loro ruolo… quello che deve cessare è la segregazione verso i palestinesi che circondati, soffocati da muri e posti di blocco, sono ingessati e non possono decollare economicamente. Bisogna restituire ai palestinesi la loro libertà e dignità».

Oggi i palestinesi si sentono come agli arresti domiciliari, ma anche gli israeliani sono prigionieri della loro paura. Per troppi anni in Israele sono saltati autobus e locali a causa dei kamikaze. Il che non fa che peggiorare la situazione. I palestinesi devono di fronte a Israele sviluppare una resistenza nonviolenta, nel segno di Martin Luther King, non rispondere sul piano militare altrimenti sarà la catastrofe. Per tutti. E Gaza sta lì a dimostrarlo.

Terzo giorno

Siamo ricevuti a Gerusalemme est dai funzionari dell’ufficio delle Nazioni Unite che coordina gli aiuti umanitari alla popolazione palestinese (www. ochaopt. org). Il direttore ci mostra sullo schermo l’evolversi della situazione durante gli ultimi anni. Guardando a quella che esplicitamente vien definita occupazione del Territorio palestinese della Cisgiordania (West Bank) da parte delle forze armate israeliane, attraverso le immagini anche aeree, anno dopo anno, emerge molto chiaramente il progredire degli insediamenti dei coloni ebrei (settler) considerati illegali. Veniamo informati delle difficoltà del dopo-bombardamento nella striscia di Gaza e l’urgenza di fornire aiuti umanitari. La risposta dall’estero nei confronti delle vittime degli attacchi militari israeliani nella striscia di Gaza è stata molto generosa. Le informazioni, che possono essere scaricate dallo stesso sito delle Nazioni Unite, non sono oggetto di contestazione: tutti possono andare a leggere i numeri della catastrofe in cui versa oggi la popolazione di Gaza e la crescente occupazione dei Territori palestinesi. Tutti informati ma non succede nulla. Benché sollecitato da alcune domande, il funzionario dell’Onu non si lascia coinvolgere in considerazioni politiche ma la realtà da lui stesso descritta è quella di un popolo, nella striscia di Gaza, ormai al collasso. C’è da chiedersi se su tutto questo non regni una grande ambiguità: ci sono nazioni che forniscono con una mano aiuti alle vittime e con l’altra armi per opprimerli.

Lasciamo la sede delle Nazioni Unite per recarci all’Istituto svedese. Un’antica costruzione in pietra bianca, mobili Ikea. Nell’edificio ogni diocesi luterana ha il suo ambiente. In una saletta incontriamo il giovane rabbino Arik Aschermann che ci racconta il lavoro dell’associazione, ormai ventennale, denominata: «Rabbini per i diritti umani» (www. rhr. israeli. net). Pubblicazioni, seminari, ricerche sul campo per difendere quei diritti che vengono dall’una e l’altra parte violati anche in nome di ragioni militari superiori. Nell’ultimo numero della loro rivista si racconta di incendi appiccati dai coloni in oliveti di proprietà di palestinesi. «I contadini palestinesi vivono in una situazione di costante paura di fronte ai pericoli e alle umiliazioni procurate loro dall’occupazione. Tra i diritti che chiaramente vengono negati ai palestinesi c’è anche quello di piantare alberi…».

Un’altra voce ci raggiunge nel corso dell’incontro ed è quella di un portavoce del movimento «Rompere il silenzio» (www. breakingthesilence. org. il), composto da ex-militari disgustati dalla situazione di oppressione interna e che testimoniano dei tanti abusi, e violenze compiute dall’esercito israeliano. «La nostra non è un’organizzazione politica, è solo un’agenzia informativa. Abbiamo fatto una mostra fotografica, dei video, testimoniamo là dove ci invitano di come sia brutale e violenta la storia dell’occupazione. Se non si cambia direzione questa nostra stessa violenza ci seppellirà». Gaza è stato un clamoroso autogol. Un massacro che pesa e peserà per almeno un paio di generazioni.

Nel dibattito c’è chi osserva che comunque dopo la costruzione del muro (oltre 700 kilometri) i checkpoint (tra piccoli e grandi sono oggi più di 600) gli attentati terroristici sono praticamente scomparsi. «È vero, ormai siamo completamente militarizzati, tutti videosorvegliati. Ai palestinesi prendono ogni giorno al checkpoint anche le impronte digitali, il popolo palestinese è stato ed è ancora in parte ostaggio di una minoranza terroristica, ma con questa scusa l’occupazione avanza e il futuro non potrà registrare altro che una rivolta. Il territorio è sempre più giudaizzato, continuando a espropriarlo per ragioni di sicurezza che non possono essere discusse, non ne resterà neppure per fare un micro-Stato. Il terrorismo di Hamas si alimenta anche alla fonte di questa legittima rivendicazione della terra. Del resto è una richiesta sacrosanta che certamente imbocca canali sbagliati, ma non è con la militarizzazione e l’occupazione dei territori che si potrà trovare un accordo…». Questo ragionamento di un ex ufficiale dell’esercito tornerà infinite volte nel corso di tutta la settimana in una continua, infinita discussione.

Quarto giorno

Oggi ci dedichiamo all’incontro con i leader religiosi. Il primo è con il vescovo luterano Munib Yanun. Un arabo, uomo energico che ama la sua terra. È un po’ il motorino anche del dialogo interfedi. S’incontra regolarmente con degli Imam, con i due rabbini capo di Gerusalemme e con i patriarchi di Gerusalemme. «Dobbiamo evitare di farci condizionare dagli estremisti che ci stanno mandando in rovina. Tra i palestinesi – dice Yanun che è arabo palestinese – non c’è unità, c’è solo rivendicazione e rancore; tra gli ebrei prev
ale spesso nei nostri confronti il sospetto. Insomma siamo un po’ tutti e due un disastro. L’unica strada, se vogliamo avere un futuro, è quella della giustizia. Libertà per i palestinesi e sicurezza per gli ebrei. Tutti abbiamo sbagliato. Oggi dobbiamo voltare pagina. Il primo test è Gerusalemme, che deve essere condivisa tra ebrei e palestinesi. Noi luterani, che qui siamo circa tremila, non possiano influenzare più di tanto. Però come religioni del territorio, visto che da qualche anno c’incontriamo regolarmente, qualcosa di concreto lo possiamo fare.

Come religioni indichiamo tre direzioni: 1) Dire la verità. Non tacere di fronte all’ingiustizia: oggi in Israele si può parlare liberamente e criticamente, occorre che lo sia anche dall’altra parte senza reticenze. Perché senza sentirsi liberi di parlare e criticare non si costruisce nulla; 2) Basta con la giustizia astratta ci vuole quella concreta, se i diritti umani sono calpestati, intervenga in modo fermo l’Onu senza che si tolleri ulteriormente quest’infamia che semina morte. Anche l’Europa si muova anziché stare lì immobile; 3) Sia in Israele sia in Palestina occorre evitare che le religioni diventino espressioni statali. Oggi per Israele – domani per la Palestina, come esponente di una religione, dico chiaramente che religione e politica sono due realtà che debbono rimanere separate se non vogliamo alimentare fanatismi. Molti dei nostri attuali guai arrivano da queste presunte “volontà divine”. La strada oggi da percorrere è quella del dialogo interreligioso, se non altro perché c’è molta ignoranza, pregiudizi, demonizzazioni. Io amo Israele e amo la mia terra, la Palestina ma vedo un crescente squilibrio che si può riequilibrare solo se non si gioca sporco da una e dall’altra parte».

Dopo qualche ora incontriamo il patriarca cattolico di Gerusalemme Fuad Twal: «Il nostro compito – ci dice – è quello di educare i futuri politici alla pace, non fare politica in quanto chiese. Bisogna puntare sulla scuola». Al di là del linguaggio diplomatico, incalzato da domande, sbotta: «Gaza è stato chiaramente un errore, i coloni ebrei stanno seriamente compromettendo possibili soluzioni di pace. Bisogna avere il coraggio di dire francamente a Israele che oggi sbaglia. Certo capisco che sia la paura che spinge il governo d’Israele alla militarizzazione, ed è anche comprensibile, ma mi sembra che si stia andando al di là dell’umanamente lecito…». Quali le vostre attese riguardo alla prossima visita del papa: andrà a Gaza? «Stiamo preparando con accuratezza la visita di Benedetto XVI, che comunque non andrà a Gaza: innescherebbe troppi problemi, ma una delegazione di cattolici di Gaza verrà qui a Gerusalemme per incontrarlo. Ci aspettiamo, da parte sua, una parola profetica che ci aiuti ad avanzare nel processo di pace».

Usciamo dal patriarcato cattolico, e dopo qualche vicolo, entriamo in quello greco ortodosso. Sontuoso. Dopo un po’ di attesa arriva il patriarca circondato da altri vescovi, un tuffo in un passato remoto. Da lui apprendiamo che la scorsa settimana Sua Beatitudine Teofilo III è stato a Gaza, dove vive una numerosa comunità greco-cattolica. Il patriarca con noi lamenta il fatto che per entrare in Gaza l’esercito israeliano l’abbia fatto aspettare sei ore, poi è tornato a Gerusalemme quindi è stato richiamato poiché il permesso era stato finalmente accordato… un’ulteriore umiliazione. «In quelle poche ore di visita a Gaza ho notato – ci confessa – che nessuno sorrideva, neppure i bambini. Ho avvertito, quasi palpabile, molta insicurezza e sospetto. Come cristiani non dobbiamo entrare in politica ma seguire la via del sacrificio e della kénosis (abbassamento): dobbiamo offrire noi stessi sia al popolo ebraico sia a quello palestinese, offrendo con la nostra vita di santificazione la strada nonviolenta della croce che conduce alla riconciliazione dei popoli. Le chiese hanno un compito prezioso di pace, noi cerchiamo di svolgerlo al meglio».

Usciamo dal colloquio un po’ frastornati anche perché (tradizione greco ortodossa?) a metà dell’incontro ci viene offerto una specie di cognac con cioccolatini. Per non offendere Sua Beatitudine abbiamo mandato giù tutto, l’ospitalità è sacra.

Con il nostro pulmino ci trasferiamo a Hebron. La città è economicamente in ginocchio. Negozi chiusi. Turisti zero. Passiamo a piedi il checkpoint, incontriamo alcune famiglie palestinesi. Grazie a due membri del programma ecumenico di accompagnamento (www. eappi. org) visitiamo sulla collina una famiglia palestinese. A pochi metri, sopra di loro c’è un insediamento di coloni ebrei. Hebron è considerata (per le tombe di Abramo, Isacco, Giacobbe e rispettive mogli) sacra per ebrei, musulmani e cristiani (salvo i protestanti). Ci raccontano delle frequenti incursioni notturne dei soldati, ci fanno vedere come i coloni gettino la spazzatura (compresi vecchi elettrodomestici) davanti a casa loro; il loro vigneto è stato tagliato. Insomma, ci sarebbero tutte le condizioni per andarsene… ma anche le condizioni per reagire con la violenza. È letteralmente una vergogna, compreso anche il fatto che vediamo un santuario dedicato a Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise nella moschea di Ibrahimi una trentina di fedeli raccolti in preghiera. Evidentemente per i coloni questo serial killer è un santo.

Gli accompagnatori ecumenici sono testimoni internazionali nonviolenti. La loro presenza, con un’evidenza che constatiamo de visu ai posti di blocco, dà fastidio, ma con la loro tenacia (sono presenti nei territori dal 2002) sta costruendo una difesa internazionale riguardo alle gravi e ripetute discriminazioni. Gli accompagnatori ecumenici sono costituiti da gruppi di tre/quattro persone che arrivano, attraverso un programma internazionale del Cec di Ginevra, da ogni parte del mondo (ma nella lista non ho visto nessun italiano). Accompagnatori che vivono insieme per almeno tre mesi e scrivono, settimanalmente, un rapporto; dall’insieme delle loro relazioni emerge un quadro sintetico riguardo alle maggiori violazioni perpetuate. Le informazioni così raccolte, per il tramite del Cec, vengono rese pubbliche anche attraverso la rete.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo Betlemme, caotica e popolarissima. Siamo accolti da famiglie palestinesi. A me ne tocca una in cui, intorno al tavolo della cena, ci sono quattro generazioni. Mangiamo tutti insieme. Fuori, una volta tramontato il sole, in questo inizio di primavera fa un freddo cane. Sollecitata da domande, questa famiglia racconta della perdita di lavoro, di un desiderio di emigrare (almeno la coppia più giovane), ma i genitori e gli anziani resteranno comunque qui, in una città economicamente «uccisa» dal muro. Hanno parenti in Virginia (Usa), emigrati al momento della nascita dello stato d’Israele (Ta il campo profughi o gli Usa la scelta allora fu ovvia…: da sessannt’anni siamo diventati stranieri in casa nostra. Posso risalire indietro nella mia famiglia almeno sino a dieci generazioni ma andando a ritroso arriviamo all’epoca di Gesù». Ma se la situazione continua ad aggravarsi – questa la considerazione della nostra serata – la giovane famiglia di Raed Awwad, con i piccoli Julien e Arian, se ne andrà dai parenti oltreoceano passando dalla Giordania…

Quinto giorno

Sotto il monte Gerizim dei Samaritani (religione ridotta ormai a poche migliaia di adepti) entriamo nella popolosa Nablus. E qui, circondato da decine di bambini, incontriamo il pastore anglicano Ibrahim Nairvuz. Ci racconta della difficoltà di essere cristiani nella terra dove il cristianesimo è venuto alla luce. Di come la sua chiesa protestante abbia donato, tempo fa, un terreno per allargare l’attuale moschea cittadina. È un uomo con il sorriso sulle labbra, parliamo di Bibbia (qui si svolse l’incontro di Gesù con la Samaritana)…, insomma siamo in Samaria. Esiste, non è una favola. Qui avvennero storicamente i primi battesimi (Atti 8, 4 sgg.). Ecco
, una delle cose più belle in questa terra lacerata è leggere la Bibbia nei luoghi descritti, esperienza da vertigine. Entriamo nella sua chiesetta. Preghiamo per tutti, perché prevalga il buon senso il desiderio di trovare un nuovo equilibro.

L’asilo gestito dalla Chiesa anglicana di Nablus ha iscritti cinquanta bambini, quasi tutti musulmani, ma è in corso una richiesta per ampliare l’asilo e portarlo a ottanta. «I musulmani di Nablus mandano volentieri i loro figli da noi – dice il pastore Nairvuz – perché non cerchiamo di convertirli e perché ritengono che Gesù sia, tutto sommato, un povero come sono loro». Più tardi attraverso strade improbabili raggiungiamo il villaggio di Yanoun, poche case, un centinaio di abitanti dominati da un insediamento di coloni russi. Nel 2002 i coloni attaccarono il villaggio, trecento palestinesi fuggirono. Non sono più tornati. Oggi il paesino è semideserto. Resistono un centinaio di persone. Qui in due stanzette spartane ha sede uno dei cinque presidi del «Programma di accompagnamento ecumenico».

Parlo con il pastore riformato Peter Schuel, zurighese. Per anni Schuel ha portato i suoi catecumeni in visita nelle valli valdesi. E così parliamo a lungo di tante cose. «Qui è semplicemente un disastro – mi confessa – ma mi colpisce la forza di questi contadini palestinesi circondati da coloni ed esercito, che malgrado l’arroganza che li circonda continuano a nutrire la speranza. C’è una fede incredibile nel loro Dio che farà loro giustizia». Gli fa eco Brigitte Resberg, svedese, luterana: «Annoto ogni giorno – e mi mostra un quadernetto – il peso di un’oppressione devastante anche sotto il profilo psicologico. Questo era un tranquillo villaggio arabo, che cosa ne possono i palestinesi di Yanoun degli errori dell’Europa verso gli ebrei?».

Ci salutiamo nella modestissima casa del sindaco del villaggio, tutto è povero e provvisorio. Siamo circondati da pecore, capre, galline, lassù verso la collina c’è il filo spinato che delimita lo spazio dominante dei coloni. Il furto della terra avviene sotto lo sguardo di internazionale. Tutto è documentato ma non succede nulla.

Sesto giorno

Tornando a Gerusalemme un nostro accompagnatore, gentilissimo, lo svedese Kjell Jonasson, pastore luterano che da una vita vive a Gerusalemme, ci accompagna a visitare l’Istituto internazionale ecumenico di Tantur. Nell’ingresso fa bella mostra di sé la foto di Oscar Cullmann, il teologo svizzero, che qui era di casa. Un posto splendido con una ricca biblioteca, gli edifici dell’istituto sono ubicati sulla collina che domina una vallata lussureggiante di ulivi. Sullo sfondo si vede Betlemme. E in fondo alla valle, come una profonda rasoiata, è visibile il muro di separazione in cemento armato, alto otto metri. Taglia l’immenso oliveto e si perde all’orizzonte. Qui a Tantur sei in un’oasi, siamo in terra franca, ospiti dello Stato del Vaticano.

In serata incontriamo nel nostro albergo, presso la porta di Damasco, i responsabili del Gruppo Interfedi (www. interfaith-encounter. org) di Gerusalemme. Un’attività che nasce negli anni cinquanta, tra i fondatori figura anche Martin Buber. Si tratta di un’associazione autofinanziata che coinvolge una trentina di gruppi, da Jaffa a Eilat. Musulmani, ebrei drusi, cristiani, palestinesi e israeliani, in diverse parti del paese, malgrado le difficoltà di muoversi, s’incontrano periodicamente per affrontare temi, stilare documenti, approfondire la conoscenza in appositi corsi seminariali. Il responsabile di questa intensa attività, l’ebreo Yehuda Stolov mi dice: «La gente risponde ai nostro inviti perché vuole sapere come tu vivi la tua relazione con Dio. Soprattutto gruppi femminili. Questi gruppi tessono delle relazioni tra fedi diverse e vi posso assicurare che una volta stabilito un contatto regolare nessuno ha più voglia di odiare o distruggere l’altro. Il parlarsi reciprocamente esorcizza odi e pregiudizi che così cedono il passo al rispetto».

In serata incontro il pastore riformato svizzero del Cantone di Neuchâtel Daniel Attinger, che alla fine degli anni 60 lavorò alla chiesa valdese di Torino con i pastori Carlo Gay e Franco Giampiccoli. Fu pastore anche a Biella. Ha una folta barba fluente, sembra un profeta. Da trent’anni è monaco della Comunità di Bose, che qui a Gerusalemme ha una sua sede. Lavora in una biblioteca, tiene seminari e studi teologici. Una volta all’anno rientra al monastero di Bose per tenere un ciclo di lezioni. È transconfessionale, ecumenico, è iscritto alla chiesa luterana di Gerusalemme, in sostanza un biblista. Gli manderò qualche copia di Riforma (sperando che si abboni).

Settimo giorno

Riposo. Vado a Yad Vaschem. Il museo dello sterminio, della Shoah. Cerco l’albero che venne piantato nel Viale dei Giusti tra le nazioni in onore del pastore valdese Tullio Vinay. Trovo il suo nome su una lapide che ricorda i 391 italiani che aiutarono gli ebrei nel tempo dello sterminio. Nel pomeriggio vado al Muro del pianto e leggo, tra gli hassidici in preghiera, il libro di Amos. E mi chiedo se quella giustizia di cui parla il profeta riguarda solo Israele o tutti i popoli? Attraverso i metal detector, salgo nel ponte di legno coperto che porta alla spianata del tempio dove si erge la grande moschea con la cupola d’oro (in realtà è alluminio anodizzato). Qui sarebbe il centro del mondo. Questa è l’area dei musulmani. Sotto nelle fondamenta dell’antico tempio distrutto dai Romani lo spazio di preghiera degli ebrei, diviso tra uomini e donne. Guardi il profilo dell’antica Gerusalemme circondata dalle mura e vedi anche tanti campanili di chiese cristiane. Qui forse si guarda troppo in alto e ci si dimentica di guardarsi intorno. Dio non è nei luoghi ma nelle persone.

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