Home Europa e Mondo COMINCIA LA RESA DEI CONTI SULLE TORTURE DI BUSH E CHENEY

COMINCIA LA RESA DEI CONTI SULLE TORTURE DI BUSH E CHENEY

di Luca Mazzucato
da http://www.altrenotizie.org/

Il Presidente degli Stati Uniti non è (più) al di sopra delle leggi. Dopo tre mesi di alterne vicende, questo sembra il messaggio finale di Barack Obama, riguardo alle responsabilità penali di esponenti dell’amministrazione Bush per le torture inflitte ai “nemici combattenti.” Nonostante fino alla scorsa settimana la posizione di Obama fosse di “guardare avanti” e non perseguire gli esecutori né i mandanti politici delle torture, martedì il presidente ha cambiato idea, sotto la forte pressione delle agenzie per i diritti umani e di membri del Congresso. Dopo aver rilasciato decine di pagine contenenti i memorandum segreti di Bush che autorizzavano le torture, Obama ha infine ammesso che non spetta al presidente decidere chi può o non può essere processato e dunque il dipartimento di Giustizia e il Congresso dovranno decidere sulla legalità o meno della tortura. E la base democratica finalmente spera di vedere il cavaliere nero Dick Cheney sotto processo.

Sei membri della precedente amministrazione americana, tra cui Bush e Cheney, sono indagati per crimini di guerra da Baltazar Garzon. Appellandosi alla giurisdizione universale, il giudice spagnolo si sta occupando degli abusi sistematici commessi in tutto il mondo nelle prigioni segrete della CIA sui “nemici combattenti.” Ma gli americani possono cominciare a sperare: forse non dovranno andare in Spagna per vedere processati i propri leader per tortura. La posizione ufficiale della nuova amministrazione americana a riguardo è stata per molto tempo degna del più italico cerchiobottismo: anche se violazioni della Convenzione di Ginevra verranno documentate, non saranno perseguiti gli agenti della CIA responsabili, né i membri dell’esecutivo che hanno dato l’ordine.

Questa drammatica vicenda ha provocato un vero e proprio feudo all’interno dell’attuale amministrazione. La CIA, sotto la nuova direzione democratica di Leon Panetta, è contraria al rilascio d’informazioni sulle tecniche di interrogatorio. Ma una denuncia dell’Unione Americana per i Diritti Civili, che richiedeva la de-secretazione dei documenti, ha costretto Obama a prendere una posizione chiara. E così il primo colpo di scena è stato la pubblicazione dei memoriali che autorizzavano le torture e descrivono nei dettagli cosa fare ai prigionieri per ottenere le confessioni: il famigerato “waterboarding” (simulazione dell’annegamento), privazione del sonno, o – più prosaicamente – un sacco di botte vecchio stile. Il presidente ha deciso infine di andare contro il parere della CIA e lasciare i documenti quasi intatti: pochissime sono infatti gli omissis.

Queste le parole di Obama alla conferenza stampa di Giovedì scorso: “Per prima cosa, le tecniche d’interrogatorio descritte in questi memo sono già state riportate dalla stampa. Secondo, la precedente amministrazione ha ammesso pubblicamente parte di ciò che é scritto nei memo. Terzo, ho già messo fine a queste tecniche con un Ordine Esecutivo. Pertanto, trattenere questi memo servirebbe solo a negare fatti che sono già di di dominio pubblico da tempo.”

Dopo il rilascio dei documenti, le torture descritte in dettagli freddi quanto raccapriccianti hanno scosso la base democratica e il tentativo di Obama di non perseguire gli ufficiali coinvolti è venuto meno. Martedì, in una conferenza stampa con il re di Giordania, il presidente ha dichiarato che non si opporrà ad eventuali inchieste. Anzi, si è spinto oltre, dichiarando che non è tra i poteri del governo decidere chi può essere giudicato e chi no. Con questa semplice osservazione, Obama ha spazzato via in un secondo otto anni di continui abusi del potere esecutivo e giudiziario perpetrati da Bush. Probabilmente il tempismo è dovuto anche a considerazioni politiche immediate: sta infatti crescendo il malcontento tra gli attivisti del partito, a causa dei colossali bonus per i banchieri pagati con i soldi del piano di salvataggio e la sempre più evidente collusione di alcuni membri del governo con Wall Street. Aggiungere anche il braccio di ferro sulla tortura avrebbe definitivamente incrinato il supporto della base.

Non è per nulla chiaro cosa succederà ora. Una possibilità ventilata è la formazione di una commissione d’inchiesta del Congresso sulle torture, che garantirebbe immunità agli ufficiali coinvolti in cambio della loro testimonianza. Ma le parole di Obama lanciano un segnale nuovo e più impegnativo, ovvero rimettono la palla nelle mani delle autorità competenti. In sostanza, il Dipartimento di Giustizia si occuperà caso per caso delle eventuali violazioni. Tutto si basa proprio sui dettagli delle torture descritti nell’ormai famoso memorandum. Gli agenti della CIA che hanno commesso le torture non verranno perseguiti nel caso si siano scrupolosamente attenuti agli ordini contenuti nel memorandum. Nel caso siano stato troppo “zelanti,” potrebbero essere perseguiti per crimini di guerra. Ma ciò che è più importante è che Obama ha dato il via libera alle indagini contro coloro che hanno redatto il memorandum. In primo luogo, i consulenti legali di Bush, colpevoli di aver partorito un mostro giuridico palesemente illegale e moralmente abominevole. E, in secondo luogo, coloro che hanno emanato l’ordine: Bush, Cheney, Gonzales e tutti i membri della precedente amministrazione.

Una vera e propria doccia fredda per Dick Cheney. L’ex vicepresidente, che nelle ultime settimane sta dando vita a un triste spettacolo di acide dichiarazioni a mezzo stampa, ha probabilmente sentito il tintinnio delle manette. Dopo aver dichiarato che rilasciando i memoranda Obama sta “mettendo in pericolo la sicurezza nazionale,” Cheney è andato in diretta su Fox News (l’analogo americano del Tg4 di Emilio Fede), e ha invertito la rotta a sorpresa. Ha infatti preteso che Obama rilasci tutti i documenti riguardanti le torture, per dimostrare ai cittadini americani che le torture sono state essenziali per ottenere quelle confessioni e che le informazioni ottenute sono di fondamentale importanza per la sicurezza nazionale.

Questo voltafaccia di Cheney ha lasciato allibiti tutti i commentatori: Cheney per tutti è Darth Vader, il cavaliere nero, l’uomo del segreto di Stato. Tutti ricordano che Cheney aveva persino secretato il registro dei visitatori nel suo ufficio alla Casa Bianca e la sua abitazione è stata per otto anni rimossa da Google Earth (ora che Joe Biden ci vive, è tornata in chiaro). Ora che i documenti riguardanti le torture sono pubblici, si moltiplicano le gole profonde e comincia ad emergere la portata dello scontro all’interno dell’amministrazione Bush. Molti membri del precedente esecutivo, ansiosi di distanziarsi dalla vergogna delle torture, raccontano di come venivano prese le decisioni ai massimi livelli.

L’ultima delazione riguarda Philip Zelikov, vice di Condoleezza Rice ed ex-consulente per il Dipartimento di Giustizia. Ospite in diretta al Rachel Maddow Show su MSNBC, Zelikov racconta in prima serata i retroscena che portarono alla stesure dei memorandum. Correva l’anno 2005 e, nel pieno della War on Terror, l’amministrazione Bush chiese al Dipartimento di Giustizia di formulare un’opinione sulle procedure utilizzate per catturare e interrogare “nemici combattenti,” rinchiusi nelle prigioni segrete della CIA. Lo scopo delle consulenze non era di decidere o meno sulla legalità di tali procedure: Bush al contrario ordinò ai consulenti di creare degli ordini esecutivi che potessero essere utilizzati “a posteriori” per proteggere la CIA e il governo contro le responsabilità penali della violazione della Convenzione di Ginevra.

Zelikov fu l’unico tra i consulenti a dare un parere negativo sulle torture, condiviso a suo dire anche dall’ex Segretario di Stato (e suo diretto superiore) Rice. Nel suo racconto, Zelikov spiega come gli risultò chiaro fin da subito che le torture erano insostenibili s
otto il profilo tecnico-legale e che tutti i memoranda dei suoi colleghi, che ritenevano il contrario, erano giuridicamente infondati. Zelikov si spinse fino a mettere per iscritto i suoi pareri e sottoporli al presidente e ai suoi collaboratori e racconta come questi decisero semplicemente di accantonarlo. In un secondo momento, l’amministrazione cercò di distruggere tutte le copie del documento redatto da Zelikov, per cancellare le prove che il governo sapeva che le torture erano illegali. Ma, come nelle migliori pellicole di spionaggio, una copia é sopravvissuta e conferma la versione del consulente.

Al di là dei particolari giuridici, la parte più interessante dell’intervista a Zelikov è forse la finestra che viene aperta sulle lotte intestine al governo repubblicano. Da una parte, la presidenza imperiale del clan neo-con con a capo Bush e Cheney, che lottava per ampliare indefinitamente i poteri dell’esecutivo. Dall’altra, una minoranza di conservatori più moderati, preoccupati di salvaguardare la Costituzione e l’indipendenza del sistema legale. Tutti sanno chi ha avuto la meglio. Ma sarà forse proprio grazie a questa minoranza di consulenti e funzionari diligenti se nei prossimi mesi avremo la possibilità di scoprire i retroscena sulle scelte sciagurate dell’era Bush e, chissà, di vedere qualcuno dei responsabili chiamato a rispondere dei loro crimini.

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