Home Europa e Mondo G8 agricoltura: oltre la retorica, poco o nulla

G8 agricoltura: oltre la retorica, poco o nulla

di Enzo Mangini
da http://www.carta.org/

Nonostante le dichiarazioni altisonanti del ministro delle politiche agricole Luca Zaia, il vertice del G8 dedicato all’agricoltrua si è chiuso con un documento deludente. Le proposte dei contadini sono state lasciate da parte

Non risparmia aggettivi, il ministro delle politiche agricole Luca Zaia, dopo la conclusione, ieri, del «suo» G8. In quel di Cison di Valmarino, in provincia di Treviso, a pochi passi da dove Zaia è nato e ha iniziato la sua carriera politica, secondo il comunicato ufficiale del ministero si sarebbe consumata una «svolta», e si sarebbe aperto un «nuovo corso» per l’agricoltura mondiale, oltre che per la lotta alla fame. A produrre questo risultato, sarebbe stato il documento finale del G8, per quanto manchino in calce al documento le firme dei paesi del sud del mondo e dei «nuovi protagonisti del mercato agricolo mondiale»: India, Cina, Brasile, Sudafrica, Australia, Argentina, Egitto. I rappresentanti dei paesi invitati ai lavori di Cison di Valmarino non hanno firmato il documento per l’opposizione degli Usa, ma secondo il ministro, «se non ne avessero condiviso il contenuto non avrebbero partecipato alla cerimonia di presentazione».

Il documento finale prevede che i governi del G8 si impegnino «ad utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre gli effetti negativi dell’attuale crisi finanziaria sulla povertà e la fame, a rafforzare e incoraggiare una produzione alimentare sostenibile, aumentare gli investimenti in agricoltura e nella ricerca». Fra gli impegni contenuti nella Dichiarazione finale, intitolata «L’Agricoltura e la sicurezza alimentare al centro dell’agenda internazionale», sono contenuti anche due punti essenziali, che il ministro Zaia ha indicato come i grandi risultati per l’Italia: «Evitare la concorrenza sleale, le distorsioni del mercato agricolo, incluse le misure restrittive all’export, come e rimuovere gli ostacoli all’utilizzo sostenibile dei fattori della produzione agricoli».

Cosa voglia dire concretamente tutto ciò, lo spiega, tra gli altri, un commento a caldo di ActionAid, una delle ong impegnate nel tentativo di «pressione» sui governi del G8 per ottenere più stringenti e concreti: «Ci aspettavamo di più da questo primo vertice sull’agricoltura – dice Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid – Ancora una volta si riconferma la formula di un documento finale farcito di constatazioni degli impegni presi nei summit precedenti senza la formulazione di impegni concreti per il futuro. Le contraddizioni che vi si leggono sono molteplici: riguardo ad esempio le cosiddette nuove tecnologie, l’impegno a sostenere la ricerca e l’innovazione, senza specificare in che misura questo riguardi gli ogm».

Ancora più deludente il risultato del G8 alla luce delle proposte dei movimenti contadini africani. Tre giorni prima l’avvio del vertice ufficiale, i rappresentanti di cinque reti di movimenti contadini dell’Africa occidentale, centrale, orientale e del Maghreb si erano riuniti a Roma per un seminario coordinato da EuropAfrica Terre contadine, dalle Ong Terra Nuova e Crocevia, nonché dal Comitato italiano per la sovranità alimentare. All’incontro aveva partecipato anche il rappresentante del ministro degli esteri Franco Frattini, che si era impegnato a trasmettere le proposte dei movimenti contadini africani sia alla Farnesina che allo stesso ministro Zaia, in vista proprio del vertice di Cison di Valmarino. Di quelle proposte, contenute in un articolato documento trasmesso a Zaia, non c’è alcuna traccia, nemmeno vaga, nelle conclusioni del G8 trevigiano. Difficilmente ce ne sarà traccia nei lavori del G8 principale, a luglio alla Maddalena.

Al di là del merito delle proposte, su cui il dissenso è forte e profondo, i movimenti africani ponevano anche una questione di metodo, assente dal documento finale del vertice di Cison di Valmarino, ma essenziale per il futuro dell’agricoltura mondiale: la centralità del sistema delle Nazioni unite e in particolare delle agenzie che si occupano di alimentazione, nella definizione delle politiche agricole globali.

I movimenti rurali africani e italiani hanno ribadito nel seminario che l’Ifad, il Wfp e soprattutto la Fao devono continuare ad avere il ruolo guida, perché – opportunamente aperte alla partecipazione della società civile organizzata e dei movimenti contadini – sono l’unico luogo istituzionale che offre garanzie di democracità. Il G8 stesso e le iniziative ad esso collegate come la Global partnership sull’agricoltura che Zaia ha più volte detto di sostenere, sembrano un modo per far rientrare dalla finestra le politiche di liberalizzazione dei mercati agricoli su cui si è arenato il negoziato dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Quelle politiche hanno causato, in parte, la crisi dei prezzi agricoli dello scorso anno – crisi ancora in corso – e hanno anche legato il mercato alimentare alle speculazioni finanziarie esplose nel 2009. Su questi punti, il documento finale del G8 è meno che vago: il modello agricolo sotteso alla dichiarazione dei ministri è infatti ancora quello dell’agricoltura industriale, anche se, nel sud come nel nord del mondo, Italia inclusa, a sfamare il pianeta sono le piccole aziende familiari.

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Storia di un vertice sordo
di Monica Di Sisto e Alberto Zoratti


G8 agricolo: tante parole e buoni propositi per vecchie ricette proposte dai soliti vecchi cuochi: migliaia di miliardi di dollari di aiuti che che sosterranno persino le banche, nonostante la loro responsabilità nell’aver demolito il sistema finanziario globale.

Bisognerebbe lasciare la parola al Malawi, tra i paesi più poveri al mondo e per anni dipendente dagli aiuti alimentari globali, che ha scelto di cambiare improvvisamente linea. Il governo ha ricominciato a sostenere le produzioni locali, attraverso sovvenzioni alle sementi e agli input, permettendo così un incremento della produzione dei cereali in soli due anni, emancipando il paese dal cappio degli aiuti internazionali. Sarebbe bastato ascoltare. Se solo lo avessero invitato il Malawi. E se non invitano una delegazione governativa, figuriamoci i rappresentanti dei movimenti contadini africani [tra cui Eaff, Propac, Roppa, Sacau e Umagr], che poco prima dell’inizio del G8 agricoltura di Cison di Valmarino, avevano diffuso un documento in cui sottolineavano la loro contrarietà ad ogni ipotesi di liberalizzazione dei mercati agricoli e il sostegno ad ogni politica capace di dare concretezza a parole come sovranità e sicurezza alimentare.
«Nessuna preclusione verso chi vuol dire la sua. Noi ci confrontiamo con chiunque» ha dichiarato il ministro Zaia alle agenzie di stampa all’apertura del vertice. Con chiunque, tranne con chi avrebbe veramente qualcosa da dire. Nonostante avesse assicurato che la piattaforma del Comitato italiano sovranità alimentare, concordata tra ben 350 realtà tra Ong, sindacati, movimenti di contadini e associazioni di categoria, l’avrebbe discussa di persona con i loro rappresentanti.
Sarebbe stato interessante, in effetti, per il Governo capire, alla faccia dello stereotipo no global, che i movimenti sociali si aspettano che le istituzioni sostengano i processi multilaterali e di governance inclusivi e partecipati dalle organizzazioni, sulla base dei principi di autonomia e rappresentatività, per la definizione di politiche agricole fondate sulla sovranità alimentare.

Tutto questo, evidentemente, era troppo difficile da discutere e così si è assistito all’ennesimo vertice fatto di parole e buoni propositi. Non una cifra né un piano preciso. I
Paesi del G8 dell’Agricoltura «si impegnano ad utilizzare tutti gli strumenti necessari per alleviare le conseguenze negative dell’attuale crisi finanziaria su povertà e fame» ribadisce Zaia. E come potrebbe essere il contrario? Peccato che il recente G20 di Londra per una crisi economico finanziaria altrettanto grave abbia messo in campo, invece, risorse finanziarie precise e strumenti operativi.
Uno per tutti: il nuovo ruolo dato al Fondo Monetario Internazionale [semicomissariato da un Financial Stability Board rafforzato], tra i principali imputati, nella sua incapacità di prevenire le crisi, addirittura di agevolarle. Si parla di migliaia di miliardi di dollari di aiuti, per sostenere persino le banche, nonostante la loro responsabilità nell’aver demolito il sistema finanziario globale. Tanto arrosto e poco fumo.

Chissà che cosa sarebbe successo se tanta solerzia l’avessero dimostrata anche per le economie locali, le politiche di sovranità alimentare e l’agricoltura sostenibile. Magari trovando uno spazio più adeguato degli anoressici Otto grandi [neanche particolarmente legittimati a parlare a nome di un miliardo e trecentomilioni di contadini], capace di essere multilaterale ed al contempo collegato con le reali esperienze di produzione agricola locale. Nuove strutture, nel sistema delle Nazioni Unite, come ha spiegato Ndiogou Fall, presidente del Roppa, la rete dei contadini dell’Africa Occidentale: «istituzioni con vocazione agricola e che prevedano un allargamento alla partecipazione delle reti contadine dell’Africa». Niente di tutto questo. Anzi, un forte richiamo alla conclusione del Doha Round in ambito Wto. Una vecchia ricetta, proposta dai soliti vecchi cuochi. Una ricetta indigesta non solo per l’Africa, se consideriamo che solamente in Italia, come sottolinea Antonio Onorati dell’Ong Crocevia, i dati Istat dicono che «su 1 milione e 600 mila aziende solo 90 mila sono quelle a lavoro salariato. Il resto è tutta agricoltura familiare e di piccole – medie aziende».

Aldilà delle differenze geografiche, la questione è adottare un nuovo modello agricolo che superi quello industriale e produttivista che ha dimostrato di essere fallimentare. Esistono già piattaforme che partono delle esigenze dei movimenti contadini, e iniziative che favoriscono la costruzione di reti orizzontali tra i territori. Lo dimostrano gli eventi dei movimenti di questi giorni, a partire dal Festival Questa terra è la nostra terra, quattro giorni tra Montebelluna e Treviso organizzati da diverse realtà tra cui Ya Basta. Erano oltre 1500 solo i partecipanti allo spettacolo di Marco Paolini, per ribadire che ogni decisione sui grandi temi, a cominciare da quelli agricoli, non può prescindere dal coinvolgimento dei movimenti sociali, soprattutto se contadini. E per denunciare la crisi di legittimità di istituzioni informali ma tanto invasive come il G8. Ma non l’avevamo già detto a Genova otto anni fa?

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